Vagabondo

Va’, viaggiatore.
Va’ dappertutto. L’universo è un posto grande, forse il più grande che ci sia. Eppure, dovunque arriverai, ti parleranno del vagabondo dello Spazio.

Anche sui pianeti dove lui non è mai apparso, la sua storia è cantata in ballate e narrata nelle taverne degli spazioporti. La leggenda e il folclore hanno fatto di lui una figura popolare su tutti i dieci miliardi di pianeti abitabili, e su almeno un milione, secondo gli ultimi calcoli, il protagonista di sceneggiati televisivi a puntate è lui.

Il Vagabondo dello Spazio è un Terrestre che non invecchia mai. Porta i Levi’s e un maglione grigio logoro, con toppe di pelle marrone ai gomiti. È affabile e gentile, e non rifiuta mai un autografo. Il suo unico, ma terribile, difetto è che fa domande alle quali nessuno sa rispondere. O almeno ne faceva fino a mille anni fa, quando è scomparso.

Ah, già. Soffre anche di una vecchia ferita al deretano e non può stare seduto a lungo. Una volta qualcuno gli ha chiesto che effetto facesse vivere in eterno.

— L’immortalità è un dolore al culo — ha risposto.

eternauta

Sfumature

La notte è come la seta nera raccolta ai tuoi piedi, ondeggia in pieghe sul nudo aspetto del pavimento in marmo, e scompare nel bordo dei miei pensieri oscuri. È una traccia di stelle, un velo affusolato sulle tue spalle a rivelarmi i segreti della tua pelle, sparsi tra minuscoli brillanti. E’ il dono improvviso che giunge alla fine del giorno da te fino a me, caldo e fragrante, un mondo imbevuto di sole che sostiene le tue ore di veglia. Ed è questa tregua dal mondo reale… queste ore di buio… che appartengono solo a noi.

Ci sono alcune notti dove sono io a condurre il gioco, e le regole sono nelle mie mani… quando lentamente ti sfioro, le mie labbra alla ricerca di quel momento unico quando mi cerchi annullandoti sotto il mio tocco… ma questa sera sei tu a stabilire le regole del gioco. E a un certo punto è inevitabile che io le annulli tutte… perché tu lo vuoi.

Stasera sono il tuo pubblico… l’appassionato voyeur di una scena che mi avvolge in tutte le trappole del desiderio. Tu hai preparato il terreno, la tua arte è evidente nei sottili dettagli… un groviglio di sciarpe di seta scagliate ai piedi del letto… un delicato insieme di corde di velluto che pendono sopra i cuscini… e un tripudio di immagini e passioni che lasciano la notte esplodere nell’aria densa che si muove attorno. Il tuo ingresso su questo palco è languido; i tuoi passi, lenti, come se completamente inconsapevoli della maleducata intrusione della notte. E solo per i miei occhi, ogni movimento è una promessa della tua resa.

Guardo le tue dita scivolare sulla biancheria leggera del tuo vestito, scorrendo lungo le falde di ogni piega, come a provocare i minuscoli bottoni dentro e fuori, sopra e sotto il fresco tessuto. Discende lungo il pendio delle tue spalle nude, la lucentezza pallida della tua pelle e riflette il bacio della luna che osa scivolare da dietro gli alberi, prima di inseguire lentamente le tue braccia e la lunghezza della schiena ed incontrare la sua fine pigra sul soffice tappeto. Fisso le tue dita prendere i lacci del reggiseno, le guardo sciogliere ogni nodo di raso con un delicato movimento tra pollice e indice, rivelando la forma seducente del tuo corpo in pallidi centimetri sotto il tessuto che copre il tuo seno. Il mio respiro sale e scende con il tuo, i miei occhi non si staccano dal modo leggiadro con cui le tue dita si intrecciano in tali movimenti apparentemente negligenti. Le tue mani indugiano sul tuo seno, le loro carezze sono una pallida imitazione delle mie intenzioni.

Le tue mani corrono lungo il rigonfiamento tondo del tuo ventre, i pollici si intrecciano nella seta che avvolge i tuoi fianchi… tormentando il tessuto come un bambino con un giocattolo nuovo, il ricciolo di capelli scuri, appena visibile ai miei occhi, deride i miei sensi non appena le tue dita scivolano sotto gli slip… la mia lingua schiocca le labbra al piacere che stimola il tuo sorriso e i miei occhi si stringono in fessure. Posso godere del movimento languido del tuo corpo quando si china verso il basso, quando il delicato sfiorarsi delle tue gambe aggrappate alla seta bianca lascia cadere i vestiti lungo il rigonfiamento dei fianchi, lasciando i distratti vestiti in terra come un invito ai tuoi piedi.

Il tuo sguardo si blocca nel mio… un’offerta indecente… una domanda… una sfida, non appena le tue dita sfiorano quel triangolo che la mia lingua desidera esplorare. Posso sentire il calore della tua pelle vibrare, e catturare l’aria dolce accanto a noi non appena mi avvicino, e il mio corpo spinge la tua schiena verso il letto. E poi un lieve tuffo, la schiena che si inarca sopra il materasso appena ti prendo, le tue mani implorare i miei fianchi di schiacciare il tuo corpo in un lento, dolce annullamento della tua volontà contro la mia. Assaporo il dolore profondo dei nostri muscoli che si muovono mentre l’aria si muove tesa nella stanza, come i fulmini cantano in un temporale estivo… il dolce irrompere del tuo corpo nel mio… il movimento delle tue cosce che incoraggiano i miei fianchi a ricoprirti… una passione esplodere mentre la notte si muove pigra e si spalanca attraverso piccole ferite nel cielo estivo.

kiss me

 

al cinema

Ricordo quel giorno.
Mercoledì.
pomeriggio.

Ricordo il film che non ho visto.

Ricordo quel giorno.
una storia anonima.
un rapporto mai nato.

mi ricordo.
il cinema vuoto.
l’immagine di un palazzo in decadenza.

mi ricordo l’odore
di una sala chiusa
e popcorn al burro
che si aggrappavano nell’aria.

sono entrato da solo.
un biglietto d’ingresso.
Ero solo.

le luci si sono abbassate
e poi …
come in preda agli spasmi della morte,
l’immagine del palazzo
emise un rantolo pallido
nel buio, e le pesanti tende
lentamente si aprirono.

un rantolo finale.

mi ricordo il tremolio
e la concentrazione.
l’assenza e il fascino.

Ero seduto da solo.
Ero solo,
per quanto mi ricordo.

E ricordo quel giorno.

ricordo i suoi capelli biondi
appena mi si è avvicinata
docile.

Mi ricordo quel momento

Mi ricordo di te.
Mi ricordo la tua presenza,
la tua vicinanza.

Mi ricordo il tuo profumo.
inebriante. muschio. Sentivo il tuo odore.

Mi ricordo le tue mani.
sulle mie spalle.
Ricordo come hanno spostato i miei capelli su un lato
e come mi hai baciato il collo.

Non ricordo di essermi spaventato.
Non ricordo se avevo paura.
Mi ricordo i tuoi occhi.
eri bella.

Mi ricordo il sapore del pericolo.
Mi ricordo un senso di meraviglia.
“Perché proprio io? …”

Nessuna risposta.
e mi hai chiuso gli occhi
le dita sulle mie labbra.

Mi ricordo baci leggeri sul collo …
e farfalle nel mio stomaco …

mi ricordo il tuo respiro
caldo, dolce sul mio orecchio.
Mi ricordo di un sospiro
quando mi sono lasciato andare.
come se cadessi

e mi avevi …
nelle tue mani.

E ricordo le tue mani
mentre scivolavano giù
e si avvolgevano intorno al mio corpo inerme.
Sì, mi ricordo le tue mani
come hanno stretto le mie.

Mi ricordo il tuo respiro.
e le tue mani
dentro la camicia. Mi toccavi
con passione

Mi ricordo il tuo respiro.
e i tuoi sospiri
mi ricordo di essermi girato verso te
e di averti baciato per la prima volta.

Mi ricordo di te.
era estate
ed eri vestita di nero.

Mi ricordo la tua bocca.
come mi hai zittito con la tua bocca.

mi ricordo l’improvvisa fretta.
la salita e il clamore
Mi ricordo di te in ginocchio davanti a me,
tra le mie gambe.
Ricordo il mio viso tra le tue mani.
mi ricordo le tue mani …

Mi ricordo di averti baciato.
in bocca …

mi ricordo.

mi ricordo le tue mani
sotto il vestito
le tue mani, calde e abili.
le dita. che mi toccano.
le mie labbra bagnate.
la mia bocca.
Mi ricordo la tua bocca.
la tua bocca sulla mia.
Mi ricordo il sapore.
il mio sapore
il tuo sapore.

le tue mani afferrano le mie
con le braccia avvolte intorno alla mia schiena.

mi ricordo la fretta
l’ansia nei tuoi occhi,
l’ansia nel tuo bacio, un bacio affamato.
la necessità. il desiderio.
Mi ricordo la tua bocca.
il tuo sguardo fisso.
la tua fame.

Mi ricordo che guardavo gli amanti fare l’amore sullo schermo.
Mi ricordo di aver chiuso gli occhi.
mi ricordo che tutto quello che potevo sentire
era il tuo respiro caldo
tra le mie gambe.

Mi ricordo la tua fame.
Mi ricordo la tua sete.
Mi ricordo la tua bocca.
mi ricordo l’euforia
e la paura di essere sorpresi.
l’emozione. la crescente eccitazione.
la tua bocca
le tue labbra …

E ricordo di aver perduto il mio …
senso del tempo.

Ricordo la violenza,
il mio corpo tremante.
Ricordo di aver sentito il suono della mia voce
un eco rifrangersi nella sala vuota.
Mi ricordo il mio respiro.
pesante.

Mi ricordo la musica, i titoli di coda.
Mi ricordo la marca del tuo orologio.
Mi ricordo che ti ho guardato mentre uscivi dalla sala.
Mi ricordo la mia incredulità
e la gioia.

Ricordo che era un mercoledì.
un biglietto d’ingresso,
un’ammissione di non colpevolezza
né di vergogna.

Ricordo ogni piccolo dettaglio.
ripete e si ripete nella mia testa.
come in un film.

mi ricordo.

Ricordo quel giorno.
Mercoledì.
pomeriggio.

Ricordo quel giorno
Mi ricordo quel film come il film che non ho visto.

cinema paradiso

E allora?

allora …

ti rispondo. Ascolto le tue parole. Guardo la tua bocca. Sostengo il tuo sguardo. Annuisco. Sorrido. Tu parli. Io ascolto. Mi concentro su di te. Quando parli, ti ascolto. Quando apri le tue labbra per parlare, ti guardo. Guardo la tua bocca. Sento la tua voce. Guardo nei tuoi occhi. E ti rispondo. Annuisco, sorrido. Il mio corpo ti risponde. Aperto e disponibile. Senza barriere. Ti ascolto. Guardo. Annuisco. Sorrido. Rispondo a te. Ascolto le tue parole. Guardo la tua bocca. Sostengo il tuo sguardo. Annuisco. Sorrido…

…e respiro… lentamente… inspiro… espiro

Tu parli. Io ascolto le tue parole ma non le sento. La verità è che non mi interessano. Voglio farti star zitta con un bacio. La mia bocca sulla tua. Ma tu continui a parlare. E in verità quando sento la tua voce, morbida e bassa, mi sciolgo. Ti sento parlare ma sono così distratto dalla tua bocca. Sono troppo preso. La tua bocca mi eccita. Mi concentro su di te. La tua voce sembra dipingere astratte pennellate di lussuria. Mi piace la tua voce. Mi piace la tua bocca. E tu parli. E io ti guardo. Guardo tue labbra muoversi. Le guardo, attento, e immagino di assaggiare la tua lingua, guizzando tra le tue labbra. Vedo la tua bocca. Bagnata. Le tue labbra, muoversi. E sento fame. La mia bocca è secca. Ho sete. Mi sento le labbra secche, mi sorprendo a a guardare ancora la tua bocca. Ho fame. Ti guardo. Ti sento parlare, ma voglio farti star zitta con il mio bacio. Voglio chiudere la mia bocca sulla tua. Voglio schiacciare la tua bocca contro le mie dolci intenzioni malvagie.

Ti guardo parlare. Gesticolare. Le tue mani. Morbide, delicate. Lunghe dita. Mani morbide. Movimenti dolci. Aperti. Voglio stringere quelle mani. Voglio baciare le tue dita. Voglio baciare il palmo della tua mano. Voglio leccarti le dita. Levare il sale dal palmo della tua mano. Voglio tenerti le mani. Voglio le tue mani da tenere. Voglio essere tenuto tra le tue mani. Voglio mettere le tue mani su di me. Voglio le tue mani su di me. Mi sento già dissolto, voglio essere moltiplicato da quelle mani … piegato, modellato, spalmato, persuaso, sostenuto. Ma …

Tu siedi di fronte a me in questo posto animato. Confuso. Rumoroso. E parliamo. O meglio: tu parli, e io sono distratto. Disarmato. Mi sforzo di spegnere i miei desideri e di ascoltare. Ci provo. Ma è così difficile. Mi siedo sulle mie mani per paura che si allontanino a fare cose imperdonabili. Cose che potrebbero distruggere la nostra amicizia. Anche se, nella mia mente, mi sento ormai un altro. Frammenti della nostra amicizia vengono cancellati. La linea invisibile che separa gli amici, e impedisce loro di tuffarsi nella zona degli innamorati, è in frantumi. Vaporizzata. Demolita. Distrutta. E ormai, forse, in modo irreparabile.

Ma ti guardo, e continuo ad ascoltarti. I miei occhi guardano il tuo viso. E sono perduto.

Perduto.
Mi sono perso.
Perso dentro te. Perso nei miei pensieri. Distratto. Confuso. Frustrato.

Rimango seduto sulle mie mani per tenerle sotto controllo. Mi mordo il labbro inferiore. Tutto quello che posso vedere sei tu. Tutto il resto sta svanendo nell’oblio. Sfocato. Mentre sei tu il mio fuoco. E guardo ancora i tuoi occhi. Le tue mani. La tua bocca. Le mani. Il collo. Le mani. Il grembo. I tuoi occhi. I tuoi capelli. Il lobo dell’orecchio destro. La punta delle dita. La lingua. Il ginocchio destro. E ancora le mani. I tuoi occhi. Il collo. La bocca. La bocca. La bocca. il tuo sesso. La bocca. Le cosce. Il tuo grembo. La bocca. il tuo sesso. il tuo sesso. il tuo sesso.

Sento la tua voce. Morbida e bassa. Ma le parole si perdono in questa giungla. E io sono perduto. Mi mordo il labbro. Mi siedo sulle mie mani. Sento i brividi, sento caldo. Mi sento. oh dio … Riesco a sentire più di quanto dovrei. Sento molto molto di più di quanto tu creda. Per una frazione di secondo, mi sento colpevole – come se ti stessi violentando, con i miei occhi, abusando di te con la mia mente. Lo sento. Sono eccitato, questo è certo. Ma tu continui a parlare, e io ad ascoltare. Sembri completamente all’oscuro di questo caldo soffocante. Questa ondata di desiderio struggente che sto cercando invano di contenere. Temperare. Domare. Tenere sotto controllo.

Dentro me c’è un diluvio. Una tempesta. Piccoli terremoti. Uragani. Una carestia. Un diluvio. Una tempesta.

Le mie mani. Ho girato i palmi rapidamente … e tu parli. Io ascolto, ma queste mani potrebbero andare, sfiorare le tue gambe, insinuarsi dolcemente tra le cosce. Sentire. Sfiorare. Potrei farlo, ora che mi stai guardando, ma …. forse non è tanto sicuro. E’ meglio immaginare, piuttosto che rischiare di perdere quel poco che ancora abbiamo.

Mi mordo le labbre. La mia bocca è secca. Sono teso.

Guardo la tua bocca mentre parli, come inclini la testa nella mia direzione. Ti ascolto. Ma non ti sento. Tutto quello che posso vedere sei tu – e mentre ti guardo, penso di tenere fermo il tuo viso tra le mie mani, schiacciare la mia bocca contro la tua. Tu parli e tutto quello che posso pensare è quanto vorrei sentire il tuo odore … sentire manciate di capelli nelle mie mani … farti sentire la mia eccitazione. E sfiorare con la lingua il lobo delle tue orecchie … morderti il collo… sentire la tua pelle … far scivolare le mie mani sotto il tuo maglione, slacciare i jeans. La mia testa si sta perdendo nel pensiero di quanto desidero baciarti a lungo e sentire le tue mani sulle mie gambe, allora mi spingo sempre più vicino. Così posso provare …

Ma, in realtà, io rimango seduto, immobile, e continuo a sentirmi in colpa. I miei occhi sono fissi su di te, ma è tutto inutile, ormai sono perduto. Non ho sentito una parola di quello che mi hai detto. Mi sento male, e tutto quello che posso vedere è la tua bocca – le tue labbra – la lingua. I tuoi occhi guardano dritto verso di me, ma tutto quello che io voglio… è  fare l’amore. Il pensiero mi divora. Voglio stare dentro di te, ti voglio immobilizzare a quella sedia e sentirti muovere dentro di me, le gambe avvolte. E al diavolo tutto il resto.

Ma rimango sempre seduto e ti guardo parlare. E non so cosa fare. Me ne rimango solo, così, perso in questa giungla. Questa giungla di parole e di spazi in mezzo a noi…

E ripenso a tutte le occasioni mancate. Se avrei potuto fare qualcosa di più, qualcosa che mi avesse aperto la tua porta.

oh cazzo. quella notte. Sì, più tardi, quella notte. Avrei potuto fare di più in quel bacio. Tu eri in mutande. Avrei potuto fare molto di più… Come avrei voluto lasciarmi andare. Lo volevo. Lo volevo disperatamente. Ma lo sai come mi sentivo? Mi hai visto? L’hai sentito? Lo volevo. Volevo solo che fossi tu a fare di me quello che volevi…

ma intanto sono ancora qui, e rimango seduto.
Dio come ti voglio. E invece ti guardo.

Ti guardo e ascolto. Diventa tutto insopportabile. Allora mi alzo e vado al bar a ordinare un altro drink. Non posso sopportare tutto questo. Vado fuori per una sigaretta, devo trovare il modo di uscirne. Ma voglio darti un bacio. Voglio fare ogni sorta di cose con te, e lasciarti abusare di me come vuoi. Ma tu sembri non capire. Allora? Lo vuoi o no?

Tu stai seduta di fronte a me e parli. Sono seduto di fronte a te e cerco di stare fermo, rimanere immobile, assente, per paura di soccombere a questi desideri, alla mia passione, e perdere tutto, completamente.

Tu non conosci la furia di quelle tigri in gabbia che ho dentro, è possibile che non te ne accorgi? Non riuscirò a trattenermi ancora a lungo. A un certo punto, da qualche parte, qualcosa potrebbe accadere…

ma, per ora, rimango seduto e i miei occhi volteggiano su di te. Lo vedi? Lo senti? Puoi sentire i miei occhi desiderarti? il mio sguardo spogliarti. toccarti. Posso quasi sentire il calore del tuo corpo. Posso sentire il tuo odore. Voglio baciarti. Voglio sentirti dentro. Voglio muovermi lentamente, in profondità. Più profondo. Posso bere la tua bocca. Sentire le tue mani. sfiorarti il collo. I miei occhi vagano, ebbri – io sono pronto…

Tutto intorno a me è confuso. Le voci diminuiscono, le conversazioni rallentano, fino a diventare solo rumore. Rumore … la gente si muove intorno a noi lentamente, un movimento sfocato. Tu, io, siamo in animazione sospesa dentro di me. Tu sei seduta di fronte a me e parliamo. Io sono seduto di fronte a te e ti ascolto, ma sopra di noi, da qualche parte, stiamo facendo l’amore. Mi trovo a parlare con te, sì … tu parli con me, ma io sono distratto. distratto, perché proprio accanto a me, ti vedo e vedo me sopra di te. Con la coda dell’occhio, guardo come facciamo l’amore. Come siamo uniti, con forza, con intensità, stringendo, ansimando, lottando, rabbiosi… con quale intensità stiamo cercando di salire l’uno dentro l’altro.

In realtà, siamo rimasti sempre seduti, uno di fronte all’altro. Seduti su questi desideri vuoti. E continuo a guardare la tua bocca e sento che la mia è secca.

Ho sete.
un altro drink? Sì.

Mi mordo il labbro per deglutire. Poi i piccoli terremoti al mio interno si placano, e mi chiedo se si sente nulla di tutto questo caos … nulla di tutta questa lussuria e di questo vorace desiderio dentro di me … nulla del caldo soffocante di questa giungla… E mi chiedo se hai capito che mi ero perduto. Perduto e assetato di te.

Sì, ti rispondo.

Sì.

sai come mi sento? sì?

no?

e allora? …

Solo un sogno

Era di nuovo lei, aveva attirato la mia attenzione dal momento in cui avevo posato gli occhi sul suo corpo. Aveva un bel viso pallido, dominato da grandi occhi scuri incorniciati da capelli lunghi, che illuminavano di rosso acceso i riflessi della luce del bagno, come se avessero una luce propria. Un insieme misterioso di emozioni colorate sul suo volto: la trepida attesa, una segreta eccitazione, anche un tocco di malinconia nei suoi occhi. Il sorriso era lieve, appena lì, ma lo vedevo far capolino dai bordi curvi delle sue labbra, un calore sensuale che accendeva il mio cuore.

Giaceva languidamente nella vasca, circondata da un marmo elegante, poi alzò le mani, raccogliendo l’acqua schiumosa fino alle sue spalle, facendo emergere una distesa di carne nuda, la schiuma intorno al corpo, dove i suoi seni si ergevano sfacciatamente dal mare di bianco. Ho guardato, come in uno stato di trance, mentre le sue mani bagnate tracciavano linee d’amore sotto il collo, giù, delicatamente, sfiorando le clavicole, per scendere poi più in basso.

I suoi seni non erano né grandi né piccoli, eppure in qualche modo sembravano ben abbinati alla sua figura. Il rosa pallido dei suoi capezzoli dolci si gonfiava e si oscurava lungo i suoi pensieri di passione febbrile e di piacere segreto – un effetto che non sfuggì ai miei occhi attenti e suggestionati da quella visione. Dita sottili sfioravano i seni morbidi dall’alto, le sue mani scivolavano lentamente sulla pelle sensibile, accarezzandosi per alcuni secondi, prima di cullare ogni seno tra le mani, come se volesse offrirli per un bacio. Le mie labbra tremarono e mi sentivo male solo al pensiero, la mia mente era avvolta dal caldo torrido di una tale possibilità.

Le sue mani continuavano ad accarezzarsi in un movimento ipnotico, lei godeva di quella sensazione, la conoscevo fin troppo bene, prima che a malincuore le sue mani partissero per continuare la loro attenta esplorazione del suo corpo delicato, scivolando sulla pelle morbida. Le sue dita danzavano sopra la linea del busto in una folle visione di lieve bellezza, prima di scivolare sotto l’acqua.

Entrambi respiravamo più veloce, più forte ora, perduti nel momento, i suoi occhi non avevano più dubbi quando incontrarono i miei, un fuoco lussurioso che mi sfidava a guardarla – il mio cuore batteva inebriato di eccitazione e in ansia, ma non potevo fare a meno di guardare, incantato. Inarcando la schiena, il suo petto venne in fuori, sfacciatamente, i suoi seni nudi placarono i miei sensi, ora mormorava per amore. Lei si mosse ancora, accarezzandosi e girando le sue dita intorno al suo corpo, delicatamente, prima di avvertire un crescente bruciore più in basso, e le sue mani allora scivolarono giù ancora una volta verso il suo tumulo morbido, chiudendo gli occhi mentre giaceva in attesa.

Potevo solo immaginare come le sue dita danzavano, nascoste com’erano sotto tutta quell’acqua schiumosa, ma la sensazione dipinta sul suo viso, il rapimento delle sue labbra, quello non lasciava alcun dubbio. Le sue gambe tremavano sempre leggermente, poi le appoggiò con orgoglio sui lati della vasca.

Lo sguardo di puro desiderio, l’intensità del suo piacere, poi un grido, rauco, la sconvolse appena si accorse che un brivido profondo correva attraverso il suo corpo.

Mi svegliai di soprassalto, lo sguardo fisso al soffitto nudo, quindi chiusi gli occhi, cercando di ricordare quelle scene meravigliose – ma se ne erano andate, lasciandomi immerso nel profumo di sudore e di eccitazione. I miei pensieri lascivi avevano quel potere insidioso di trascinarmi verso un profondo desiderio, e stavo sospirando dolcemente. C’era solo una cosa da fare ora, pensai non appena le mie mani trovarono una loro vocazione.

Il Palazzo delle Nove Frontiere

I miei ricordi…

Sì… li cercavo anche ieri sera
da anni frugo dappertutto e non li trovo…
ma non solo quelli recenti… ce n’erano tanti altri…

Era stato partorito in un fosso, ai margini di un campo.
Con i denti lei aveva tagliato il cordone.
Ci fece un nodo e se ne andò.
Lo chiamarono Biagio Febbraio… perché fu ritrovato in una fredda notte di febbraio.
Ed era il giorno di San Biagio.

Biagio Febbraio sono io.
La mia biografia è falsa.
Dall’inizio alla fine l’ho scritta io.

Fu un vecchio che inventò per me un nome adatto a uno scrittore…
Lui si chiamava Faubain, ed era il mio migliore amico.
E’ stato lui che mi ha reso grande.
Faubain… un barbone.
Alla sua memoria ho dedicato “Il palazzo delle nove frontiere”…

Faubain era un vagabondo. Era l’uomo più intelligente che abbia mai incontrato. Non sono mai riuscito a conoscere il suo passato… non voleva parlarne. Ma ho sempre creduto che fosse stato un importante personalità…
Dopo i miei primi successi, gli avevo offerto di cambiare vita ma non volle mai abbandonare la sua tana sotto il ponte.
Era un tipo fuori di testa. Trascorreva il tempo a scrivere dietro il retro di vecchi calendari, o quaderni, o qualunque cosa trovasse nelle pattumiere.
E scriveva fiumi, fiumi… fiumi e fiumi di parole… parole senza senso.

Un giorno mi fu recapitata una sua lettera. L’aprii… e notai per la prima volta che aveva scritto qualcosa di leggibile, più che leggibile. Ogni frase rispettava le regole più sottili della grammatica. Capii che era morto…

Tempo dopo attraversai un periodo molto doloroso. Non riuscivo a scrivere… e non riuscivo a vivere…
Trascorrevo intere settimane seduto alla scrivania, senza trovare in me nulla da dire… e pensavo spesso a quel torrente illeggibile di parole su parole che Faubain mi aveva lasciato in regalo.

Cominciai a riempire le giornate leggendo e rileggendo quella roba…

Non era possibile, un momento prima della morte, scrivere una lettera così toccante, così perfetta, dopo aver passato una vita a frugare tra i rifiuti dell’umanità per allineare parole senza capo nè coda…
Per mesi mi sono occupato di quel mostruoso rebus…

Dicevano che ero impazzito, che ero finito… è vero, ma io ero riuscito a trasformare la mia fine in un’infinita eccitazione.
Mille volte ho smontato e rismontato quell’oceano indecifrabile, sillaba dopo sillaba, e infine… scoprii il mistero.
Era di una semplicità incredibile.
Faubain non scriveva. Copiava ciò che era perfettamente scritto nella sua mente. Trascriveva le parole contemporaneamente su nove quaderni, scomponendo le frasi allo stesso modo in cui si scompongono le cifre aritmetiche… ed era rarissimo trovare due termini che avessero senso uno accanto all’altro… se non accidentalmente. Era straordinario!
Finalmente riuscii a ricomporre il racconto. Era semplicemente sublime! Non potevo neanche immaginare che si potesse scrivere qualcosa di così… puro! di così autentico!
Il palazzo delle nove frontiere: una vera opera…
ma io ero un uomo finito e lo sapevo solo io.

L’alcool divenne la mia unica allegria. Avevo bisogno di allegria ogni secondo…
Come potrò mai più raggiungere quel livello?
ma sono condannato a scrivere lo stesso perché… quando scrivo… è come se bevessi.

La mia arte non è altro che una miserevole medicina.
Allora… dimenticatemi spesso.

perché… ricordare…
ricordare è come un po’ morire
e tu adesso lo sai
perché tutto ritorna anche se non vuoi

e scordare
e scordare che è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare…

imagine

(Una pura formalità)

E perché no?

«Il mondo» mi disse la Sfinge «è un’intricata finzione.
C’è un filo o non c’è, per uscire dal labirinto?»
«Certo che c’è» rispose il profeta, «ma è finto.»
— Spiegati meglio.
— E semplice — rispose il profeta. — Una volta che all’universo è stata data una particolare struttura, ogni cosa procede in modo prevedibile.
— Credo che mi siederò — dissi. — Ma allora, il Caso?
— Non esiste. Quello che sembra Caso non è che l’ignoranza di chi guarda. Se questi ne sapesse di più, vedrebbe che le cose non potevano andare diversamente.
— Eppure non mi è ancora chiaro — osservai.
— Sei un po’ lento di comprendonio, figliuolo — disse il profeta. — Mi sembri pallido. Ti ho detto che prima che il calcolatore si mettesse a funzionare noi vivevamo come tutti gli altri, accecati dall’ignoranza. Ma quando hanno cominciato ad arrivare le predizioni, abbiamo saputo non solo tutto quello che era avvenuto ma anche quello che doveva avvenire. Potrei dirti il momento preciso in cui morirò. Non te lo dico perché non lo so nemmeno io: preferisco rimanere ignorante. Non è affatto divertente sapere tutto. L’ha scoperto anche dio.
— Posso prendere ancora un po’ di birra? — chiesi.
— Certo, bevi. La birra è proprio quello che ci vuole.
— Ma dio? — dissi. — Da dove è venuto?
— Questo è un dato che non si trova nel calcolatore — rispose il profeta.
Tacque a lungo, e a un certo punto le sue palpebre si abbassarono, e lui cominciò a russare. Poi tossì forte per un minuto, e le palpebre si sollevarono.
Fissai gli enormi occhi venati di rosso.
— Dov’ero rimasto? Ah, sì. Forse dio mi ha detto di dove veniva, che cosa faceva prima di creare l’universo. Ma è stato tanto tempo fa, e non mi ricordo più. Sempre che me l’abbia detto davvero. E poi, che differenza potrebbe fare? Saperlo non cambierebbe quello che sta per succedermi, e questa è l’unica cosa che conta veramente per me.
— E allora dimmi, maledizione — dissi, tremando di disperazione e di sdegno — che cosa ti succederà?
— Morirò, e il mio corpo imbalsamato sarà esposto al pubblico per qualche milione di anni. Poi si sbriciolerà. E sarà la fine di tutto. Non esiste nessun al di là o roba del genere. Questo lo so. Questo mi ricordo che dio me l’ha detto. — Fece una pausa e aggiunse: — Credo.
— Ma allora perché dio ci ha creati? — gridai.
— Guarda l’universo. È evidente che è stato fatto da uno scienziato, altrimenti non sarebbe soggetto ad analisi scientifica. Il nostro e tutti gli universi che dio ha creato sono esperimenti scientifici. Dio è onnisciente. Ma è anche onnipotente, e per rendere le cose interessanti ha oscurato parti della sua mente in modo da non sapere lui stesso tutto quello che deve accadere. Per questo, credo, non è tornato dopo colazione. Aveva cancellato anche il ricordo della sua creazione, e quindi non sapeva nemmeno che aveva un appuntamento importante con me. Ho sentito dire che è stato visto aggirarsi per la città con un fare un po’ incerto. Dov’è ora, lo sa soltanto lui, e forse neanche lui. Forse. In ogni caso, in qualunque universo si trovi, quando questo si dissolverà in una grande palla di fuoco, dio farà una scappata a vedere come sono andate le cose.
Allora mi alzai in piedi e urlai: — Ma perché? Perché? Perché? Non sapeva quali tormenti e angosce avrebbe fatto patire a miliardi di miliardi di esseri viventi?
— Certo — disse il profeta.
— E allora perché? — urlai. — Perché? Perché? Perché?
Il vecchio profeta si riempì lentamente un bicchiere di birra, bevve, ruttò.
— E perché no? — disse.

out there