Il Palazzo delle Nove Frontiere

I miei ricordi…

Sì… li cercavo anche ieri sera
da anni frugo dappertutto e non li trovo…
ma non solo quelli recenti… ce n’erano tanti altri…

Era stato partorito in un fosso, ai margini di un campo.
Con i denti lei aveva tagliato il cordone.
Ci fece un nodo e se ne andò.
Lo chiamarono Biagio Febbraio… perché fu ritrovato in una fredda notte di febbraio.
Ed era il giorno di San Biagio.

Biagio Febbraio sono io.
La mia biografia è falsa.
Dall’inizio alla fine l’ho scritta io.

Fu un vecchio che inventò per me un nome adatto a uno scrittore…
Lui si chiamava Faubain, ed era il mio migliore amico.
E’ stato lui che mi ha reso grande.
Faubain… un barbone.
Alla sua memoria ho dedicato “Il palazzo delle nove frontiere”…

Faubain era un vagabondo. Era l’uomo più intelligente che abbia mai incontrato. Non sono mai riuscito a conoscere il suo passato… non voleva parlarne. Ma ho sempre creduto che fosse stato un importante personalità…
Dopo i miei primi successi, gli avevo offerto di cambiare vita ma non volle mai abbandonare la sua tana sotto il ponte.
Era un tipo fuori di testa. Trascorreva il tempo a scrivere dietro il retro di vecchi calendari, o quaderni, o qualunque cosa trovasse nelle pattumiere.
E scriveva fiumi, fiumi… fiumi e fiumi di parole… parole senza senso.

Un giorno mi fu recapitata una sua lettera. L’aprii… e notai per la prima volta che aveva scritto qualcosa di leggibile, più che leggibile. Ogni frase rispettava le regole più sottili della grammatica. Capii che era morto…

Tempo dopo attraversai un periodo molto doloroso. Non riuscivo a scrivere… e non riuscivo a vivere…
Trascorrevo intere settimane seduto alla scrivania, senza trovare in me nulla da dire… e pensavo spesso a quel torrente illeggibile di parole su parole che Faubain mi aveva lasciato in regalo.

Cominciai a riempire le giornate leggendo e rileggendo quella roba…

Non era possibile, un momento prima della morte, scrivere una lettera così toccante, così perfetta, dopo aver passato una vita a frugare tra i rifiuti dell’umanità per allineare parole senza capo nè coda…
Per mesi mi sono occupato di quel mostruoso rebus…

Dicevano che ero impazzito, che ero finito… è vero, ma io ero riuscito a trasformare la mia fine in un’infinita eccitazione.
Mille volte ho smontato e rismontato quell’oceano indecifrabile, sillaba dopo sillaba, e infine… scoprii il mistero.
Era di una semplicità incredibile.
Faubain non scriveva. Copiava ciò che era perfettamente scritto nella sua mente. Trascriveva le parole contemporaneamente su nove quaderni, scomponendo le frasi allo stesso modo in cui si scompongono le cifre aritmetiche… ed era rarissimo trovare due termini che avessero senso uno accanto all’altro… se non accidentalmente. Era straordinario!
Finalmente riuscii a ricomporre il racconto. Era semplicemente sublime! Non potevo neanche immaginare che si potesse scrivere qualcosa di così… puro! di così autentico!
Il palazzo delle nove frontiere: una vera opera…
ma io ero un uomo finito e lo sapevo solo io.

L’alcool divenne la mia unica allegria. Avevo bisogno di allegria ogni secondo…
Come potrò mai più raggiungere quel livello?
ma sono condannato a scrivere lo stesso perché… quando scrivo… è come se bevessi.

La mia arte non è altro che una miserevole medicina.
Allora… dimenticatemi spesso.

perché… ricordare…
ricordare è come un po’ morire
e tu adesso lo sai
perché tutto ritorna anche se non vuoi

e scordare
e scordare che è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare…

imagine

(Una pura formalità)

E perché no?

«Il mondo» mi disse la Sfinge «è un’intricata finzione.
C’è un filo o non c’è, per uscire dal labirinto?»
«Certo che c’è» rispose il profeta, «ma è finto.»
— Spiegati meglio.
— E semplice — rispose il profeta. — Una volta che all’universo è stata data una particolare struttura, ogni cosa procede in modo prevedibile.
— Credo che mi siederò — dissi. — Ma allora, il Caso?
— Non esiste. Quello che sembra Caso non è che l’ignoranza di chi guarda. Se questi ne sapesse di più, vedrebbe che le cose non potevano andare diversamente.
— Eppure non mi è ancora chiaro — osservai.
— Sei un po’ lento di comprendonio, figliuolo — disse il profeta. — Mi sembri pallido. Ti ho detto che prima che il calcolatore si mettesse a funzionare noi vivevamo come tutti gli altri, accecati dall’ignoranza. Ma quando hanno cominciato ad arrivare le predizioni, abbiamo saputo non solo tutto quello che era avvenuto ma anche quello che doveva avvenire. Potrei dirti il momento preciso in cui morirò. Non te lo dico perché non lo so nemmeno io: preferisco rimanere ignorante. Non è affatto divertente sapere tutto. L’ha scoperto anche dio.
— Posso prendere ancora un po’ di birra? — chiesi.
— Certo, bevi. La birra è proprio quello che ci vuole.
— Ma dio? — dissi. — Da dove è venuto?
— Questo è un dato che non si trova nel calcolatore — rispose il profeta.
Tacque a lungo, e a un certo punto le sue palpebre si abbassarono, e lui cominciò a russare. Poi tossì forte per un minuto, e le palpebre si sollevarono.
Fissai gli enormi occhi venati di rosso.
— Dov’ero rimasto? Ah, sì. Forse dio mi ha detto di dove veniva, che cosa faceva prima di creare l’universo. Ma è stato tanto tempo fa, e non mi ricordo più. Sempre che me l’abbia detto davvero. E poi, che differenza potrebbe fare? Saperlo non cambierebbe quello che sta per succedermi, e questa è l’unica cosa che conta veramente per me.
— E allora dimmi, maledizione — dissi, tremando di disperazione e di sdegno — che cosa ti succederà?
— Morirò, e il mio corpo imbalsamato sarà esposto al pubblico per qualche milione di anni. Poi si sbriciolerà. E sarà la fine di tutto. Non esiste nessun al di là o roba del genere. Questo lo so. Questo mi ricordo che dio me l’ha detto. — Fece una pausa e aggiunse: — Credo.
— Ma allora perché dio ci ha creati? — gridai.
— Guarda l’universo. È evidente che è stato fatto da uno scienziato, altrimenti non sarebbe soggetto ad analisi scientifica. Il nostro e tutti gli universi che dio ha creato sono esperimenti scientifici. Dio è onnisciente. Ma è anche onnipotente, e per rendere le cose interessanti ha oscurato parti della sua mente in modo da non sapere lui stesso tutto quello che deve accadere. Per questo, credo, non è tornato dopo colazione. Aveva cancellato anche il ricordo della sua creazione, e quindi non sapeva nemmeno che aveva un appuntamento importante con me. Ho sentito dire che è stato visto aggirarsi per la città con un fare un po’ incerto. Dov’è ora, lo sa soltanto lui, e forse neanche lui. Forse. In ogni caso, in qualunque universo si trovi, quando questo si dissolverà in una grande palla di fuoco, dio farà una scappata a vedere come sono andate le cose.
Allora mi alzai in piedi e urlai: — Ma perché? Perché? Perché? Non sapeva quali tormenti e angosce avrebbe fatto patire a miliardi di miliardi di esseri viventi?
— Certo — disse il profeta.
— E allora perché? — urlai. — Perché? Perché? Perché?
Il vecchio profeta si riempì lentamente un bicchiere di birra, bevve, ruttò.
— E perché no? — disse.

out there

Il ricordo

«C’è stata una ragazza,» disse Massimiliano. «Tanto tempo fa, c’è stata una ragazza.»

Erano trascorsi anni da quando aveva ricordato nitidamente per l’ultima volta. Aveva obbligato gli anni a offuscare il ricordo, ad attenuarlo e a nasconderlo, in modo che lui non ci pensasse più e, se ci pensava, il ricordo fosse così lontano e nebuloso e fievole da poterlo abbandonare subito, come si abbandona una cosa sfumata molto, molto lontano. E adesso, improvvisamente, ecco che il ricordo era ritornato.

C’era stata una ragazza, e una valle fatata dove loro avevano passeggiato, una valle di primavera, la ricordava, con i fiori rosa acceso dei meli selvatici che fiammeggiavano sulle colline, e il canto e delle allodole che sfrecciavano felici nel cielo, e c’era stata una pazza brezza di primavera che increspava l’acqua e soffiava sull’erba, così che il prato sembrava ondeggiare e diventava un lago coronato di creste bianche di spuma.

Avevano passeggiato in quella valle, e non c’era dubbio che fosse fatata, perché quando lui vi era ritornato non c’era più… o, almeno, non era più la stessa valle. Era ritornato, lo rammentava ancora, e aveva trovato una valle molto, molto diversa.

Vi aveva passeggiato vent’anni prima, e per tutti quei vent’anni l’aveva tenuta nascosta, celata nella soffitta della sua mente, nell’angolo più buio e polveroso… eppure adesso era riapparsa, fresca e splendente a fatata, scintillante e frusciante di primavera, come se fosse stato soltanto ieri.