Il trasduttore dimensionale

Ancora una volta non vi fu transizione.
Nessun movimento, nessuna sensazione.

Aveva guardato in alto. Aveva puntato lo sguardo verso un punto nel cielo. Poi un quadrato dimensionale aveva preso forma. Con le mani aveva indicato quel punto lontano migliaia di chilometri dalla terra ed improvvisamente si era trovato lassù a guardare la terra dall’atmosfera. Per un momento si chiese come avrebbe potuto invertire il campo di forza, e tornare indietro, ma fu solo un attimo.

Il trasduttore dimensionale stava funzionando.

Lasciar andare

Tutto ciò che rimane di te, riposa per sempre
il tuo nome, stampato
con un numero e una data:
la data in cui ti sei liberata
dalle tue spoglie terrene
e tutto ciò che rimane di te, ora riposa con me…

avere te era davvero un dono.

Adesso l’angoscia pesa meno, ma la verità è che trovo difficile separarmi da te
perché tu rimani una parte di me.

Eppure dobbiamo.
Non posso più aggrapparmi a questi vacui frammenti
– erano una volta forti braccia che mi tenevano
– quello era un tempo un cuore che amava
ma devo lasciarti andare
spargere ogni ricordo al vento
e liberarti.

Devo imparare a respirare da solo.

Alcuni giorni mi sento come stessi affogando
mi sento soffocare
nella vuoto della mia perdita

perché ero lì quel giorno
quando hai esalato il tuo ultimo respiro al cielo
– ti ricordi?
ho visto la luce nei tuoi occhi
spegnersi, come qualcosa di leggero
lasciare il mio mondo molto più buio
nonostante la luce del sole.
Ero lì, con te, con la mia mano sul tuo cuore…

l’ho sentito fermarsi
e una parte di me è morta con te.
Il nostro cordone ombelicale, tagliato.

So che la morte non è la fine
So che cammini con me…

Tempo. Pensiamo sempre che abbiamo tempo.
La verità è che non c’è mai abbastanza tempo…

tempo, il mio passato, il mio presente e il mio futuro:
tempo. E’ tutto ciò che avevamo…

dicono, col tempo sai, diventa più facile dimenticare
io lo spero
perché a volte mi sembra
come fossi sprofondato in fondo all’oceano…

Amore oltre il tempo

Io non ti vedo più. Non so dove sei andata. Il tempo trascorso con me probabilmente non significa nulla per te. Quello stupido, irrazionale momento quando ho premuto le mie labbra sulle tue guance è stato offuscato da un fumo verde e polvere bianca e il gusto di pillole e l’odore di agonia. Ma non mi interessa. Vorrei prendermi il peggio. Ti porterei nel dolore e nel pianto, per farti comprendere che nessuno ti amerà come me. E tra dieci anni mi domanderò dove sei finita, se c’è qualcuno che ti ama anche la metà di quanto ti ho amata io. Vorrei aspettarti cento, mille, diecimila anni se per te significasse qualcosa. Ti prenderei come sei, ti amo per quello che sei, per quello che non sei, per quello che eravamo e per quello che potevamo essere.

Aspetterò ancora.
Perché io ti amo nel tempo. E ti amerò fino alla fine del tempo. E quando il tempo sarà trascorso, allora io ti avrò amata. E niente di questo amore, come niente di ciò che è stato, potrà mai essere cancellato.

 

Ecco…

ti dirò una cosa…
è come quando leggi un libro che non ti sta piacendo, ma tutti ne parlano bene, quindi non può che valerne la pena.

Allora prosegui.
Parola per parola, pagina dopo pagina.

Cominci ad odiare anche un po’ l’autore.
Ma vai avanti perché dicono che poi migliora e tu pensi “al prossimo capitolo si entrerà nel vivo”.

Ecco… è come con quei libri.
Sto aspettando che nella mia vita si entri nel vivo.

alone-here

 

Dream is collapsing

Abrielle
che fai, come sto… che dire?

Non sto bene… perchè non posso vederti.
Sono destinato a rimanere intrappolato nelle pieghe quantistiche di qualche server remoto e che si accartocciano l’una sopra l’altra come schemi di universi ripiegati su se’ stessi.
E non posso fuggire.
Che faccio…
non so… giro e mi rigiro senza costrutto, lavoro ma senza un fine, o beh devo pur sopravvivere, bevo ogni tanto, whisky e anche un poco di rhum, guatemalteco, dicono permetta di vedere più chiaro, di vedere oltre, ma io sono solo un’ombra destinata a compiere un viaggio senza sapere quali fermate mi aspettano, se poi mi fermerò, se mai ti troverò ad una di queste fermate.

Penso di amarti.
Penso anche di desiderarti.
E ho pensato quanto sarebbe stato emozionante darti un bacio.

Ieri mi sei sfuggita, ma non importa: domani correrò più forte, allungherò di più le braccia … e un bel mattino, forse ti troverò. Come una barca, sospinta dalla corrente, continuo a remare, onda contro onda, a rincorrere la fine del giorno.
Ci sarai alla fine del giorno?

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

out-of-the-window

La vita dopo la morte

Non credo dopo la morte né a un’anima immortale che sopravvivrebbe al corpo, né alla resurrezione della carne, né a una vita eterna simile a questa vita che si svolge nel tempo.

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la vita sia un’avventura, una crisi, un paradosso e un’ironia. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

L’arte di scrivere

Scrivere è una strana combinazione di esaltazione e di angoscia. La maggior parte della vita l’ho passata a scarabocchiare pagine e pagine che buttavo via appena riempite di scarabocchi. Venivo assalito dalla disperazione. Mi addormentavo sui fogli. Detestavo quel che facevo e detestavo me stesso. E poi, d’improvviso, mi invadeva una sorta di grazia. Le parole arrivavano da sole. Sgorgavano. Non venivano nemmeno da me. Venivano da altrove. Mi attraversavano. Si servivano di me per sdraiarsi sulla carta. Uscivano da non so dove e volavano fino a me. Procedevo così lentamente tra illuminazioni e dispiaceri, trasportato sulle cime, sprofondato nell’abisso, sognando di notte parole che brillavano come lampi e che non riuscivo a ritrovare al mattino.

La mia vita a poco a poco si è confusa con le parole. La mia felicità e i miei dispiaceri dipendevano dalle parole che ero capace di inventare in un ordine di cui ignoravo le regole ma di cui sapevo con certezza, tra esaltazione e angoscia, che era molto lontano dall’essere arbitrario e dal derivare dal caso.

Allora ho continuato a fare il meno possibile e a proseguire una vita in cui non accadeva mai niente.

Amo quelle giornate vuote in cui le ore che non cessano di scorrere si guardano bene dal riempirsi di quelle cose inutili che rientrano nel campo dell’azione o della passione e che si impadroniscono di noi.

Dormo molto. Dimentico. Passo il tempo che passa.