Dream is collapsing

Abrielle
che fai, come sto… che dire?

Non sto bene… perchè non posso vederti.
Sono destinato a rimanere intrappolato nelle pieghe quantistiche di qualche server remoto e che si accartocciano l’una sopra l’altra come schemi di universi ripiegati su se’ stessi.
E non posso fuggire.
Che faccio…
non so… giro e mi rigiro senza costrutto, lavoro ma senza un fine, o beh devo pur sopravvivere, bevo ogni tanto, whisky e anche un poco di rhum, guatemalteco, dicono permetta di vedere più chiaro, di vedere oltre, ma io sono solo un’ombra destinata a compiere un viaggio senza sapere quali fermate mi aspettano, se poi mi fermerò, se mai ti troverò ad una di queste fermate.

Penso di amarti.
Penso anche di desiderarti.
E ho pensato quanto sarebbe stato emozionante darti un bacio.

Ieri mi sei sfuggita, ma non importa: domani correrò più forte, allungherò di più le braccia … e un bel mattino, forse ti troverò. Come una barca, sospinta dalla corrente, continuo a remare, onda contro onda, a rincorrere la fine del giorno.
Ci sarai alla fine del giorno?

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

out-of-the-window

La vita dopo la morte

Non credo dopo la morte né a un’anima immortale che sopravvivrebbe al corpo, né alla resurrezione della carne, né a una vita eterna simile a questa vita che si svolge nel tempo.

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la vita sia un’avventura, una crisi, un paradosso e un’ironia. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

L’arte di scrivere

Scrivere è una strana combinazione di esaltazione e di angoscia. La maggior parte della vita l’ho passata a scarabocchiare pagine e pagine che buttavo via appena riempite di scarabocchi. Venivo assalito dalla disperazione. Mi addormentavo sui fogli. Detestavo quel che facevo e detestavo me stesso. E poi, d’improvviso, mi invadeva una sorta di grazia. Le parole arrivavano da sole. Sgorgavano. Non venivano nemmeno da me. Venivano da altrove. Mi attraversavano. Si servivano di me per sdraiarsi sulla carta. Uscivano da non so dove e volavano fino a me. Procedevo così lentamente tra illuminazioni e dispiaceri, trasportato sulle cime, sprofondato nell’abisso, sognando di notte parole che brillavano come lampi e che non riuscivo a ritrovare al mattino.

La mia vita a poco a poco si è confusa con le parole. La mia felicità e i miei dispiaceri dipendevano dalle parole che ero capace di inventare in un ordine di cui ignoravo le regole ma di cui sapevo con certezza, tra esaltazione e angoscia, che era molto lontano dall’essere arbitrario e dal derivare dal caso.

Allora ho continuato a fare il meno possibile e a proseguire una vita in cui non accadeva mai niente.

Amo quelle giornate vuote in cui le ore che non cessano di scorrere si guardano bene dal riempirsi di quelle cose inutili che rientrano nel campo dell’azione o della passione e che si impadroniscono di noi.

Dormo molto. Dimentico. Passo il tempo che passa.

Lo scorrere del tempo

Una delle chiavi evidenti e segrete di questo mondo in cui viviamo è che passa il suo tempo in un eterno presente che svanisce continuamente. Tra un futuro che non esiste ancora e un passato che non esiste già più, si insinua una pura astrazione, una sorta di sogno impossibile. E’ quella affannosa assenza che chiamiamo presente. Nessuno è mai vissuto in un luogo diverso da questa vacillante frontiera tra passato e futuro. In questo presente già assente che non ha alcuno spessore ma che è allo stesso tempo, prendetela come vi pare, l’unica realtà.

Il tempo è un eterno paradosso. Il colmo della contraddizione. Una sinistra ironia. Al confronto, l’eternità è la semplicità stessa. Ma noi siamo talmente sepolti dal tempo, talmente sottomessi al suo potere, talmente rinchiusi tra i suoi invisibili muri, che ci tocca ingoiare tutto. La sua dittatura ci sembra andare avanti da sé e ci è impossibile pensare alcunché di estraneo al suo regno.

Siamo vincitori dello spazio che è la forma della nostra potenza. Siamo vinti dal tempo che è la forma della nostra impotenza. Non possiamo agire sul futuro che a partire dal presente. Non possiamo ricordarci del passato che a partire dal presente. Siamo prigionieri di un presente che non esiste.

 

Il caos: una teoria quantistica

Gli studi di tutti gli scienziati dimostrano che il comportamento naturale dei fenomeni è non lineare, anzi che la vita stessa è possibile perché c’è il caos.

Ma cos’è questa cosa che chiamano caos?

L’intero spettro di causa ed effetto, dal livello subnucleare a quello galattico, considerato non come una successione di eventi ma dal punto di vista entropico, cioè come un fluido dinamico di moto casuale.

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I comportamenti della maggioranza dei fenomeni della natura e dell’uomo non procedono con ritmi che si ripetono, ma, dopo un periodo regolare, presentano in modo inaspettato una biforcazione in un punto critico che si moltiplica fino a generare una turbolenza. La turbolenza genera entropia: mescolanza, disordine, causalità. Tuttavia, le parti scomposte, i vortici nel moto dei fluidi, non fuggono via, ma restano vicini, pur seguendo regole proprie. Ciò avviene per un fenomeno che mescola ordine e disordine, rendendo, pur nella complessità, misurabile l’entropia.

Cerchiamo ora di capire come possiamo usare questo concetto.

Per prima cosa non dimentichiamo l’importanza del fattore tempo. Una delle leggi fondamentali dell’universo è che l’entropia cresce col tempo. L’unica eccezione è costituita dall’intervento di una forma d’intelligenza, ad esempio l’uomo, che a livello locale può frenare l’entropia o accelerare il suo sviluppo di parecchie volte rispetto alla norma.

Tutti i calcoli relativi al caos si eseguono sulla base del tempo quantificato, e possono essere previsioni o indagini retrospettive a seconda del segno. Si possono usare per predire il futuro o per esaminare gli elementi del passato che hanno avuto un’influenza significativa sul presente.

Ma se tutti i fattori sono casuali, è possibile determinare qualcosa attraverso l’analisi matematica?

Immaginiamo un contenitore di fluido, il nostro sistema entropico: molecole in movimento casuale.

La pressione del fluido è dovuta alle collisioni casuali e ai rimbalzi delle molecole fra loro e contro le pareti del contenitore. Nel fluido ipotetico che chiamiamo caos abbiamo eventi al posto delle molecole, e gli eventi interagiscono fra loro esattamente come molecole.

Immaginiamo che il recipiente, inizialmente, contenga diverse parti di fluido non omogenee fra loro, a temperature differenti.
Si mischierebbero per diffusione. L’energia del sistema rimarrebbe immutata, ma l’entropia aumenterebbe gradualmente.

Ecco. Questa è un’analogia abbastanza accettabile della situazione dell’universo.

Adesso veniamo al nostro contenitore: che effetto avrebbe riscaldare o raffreddare piccole parti di fluido?
Accelerazioni o decelerazioni locali dell’entropia, ovviamente.

E nel fluido del caos, quale potrebbe essere l’unica causa di un processo analogo?
Solo l’intervento di una forma d’intelligenza come quella umana.

Dunque, eventi alterati da interventi intelligenti generano inevitabilmente variazioni nell’entropia locale, che in genere si possono scoprire con l’analisi entropica. Per tornare alla nostra analogia, corrispondono al riscaldamento o al raffreddamento di alcuni punti del fluido. Se questo succedesse in un vero fluido, potremmo scoprirlo in moltissimi modi, a seconda del segno e dell’intensità delle variazioni, otticamente, come un cambiamento nella diffrazione del punto; acusticamente, forse come un’esplosione o un’implosione cavitativa; fisicamente, come onda d’urto o come differenza di pressione.

E nel fluido teorico del caos?

L’effetto è simile a quello di un’onda d’urto sferica che parte dal punto d’origine, espandendosi continuamente e diminuendo continuamente d’intensità. Nella gigantesca marea dell’entropia, un evento del genere è rilevabile solo sotto la forma di minuscole onde. Gli intervalli fra un’onda e l’altra e la reciproca interferenza delle onde d’urto entropiche formano quelle che potremmo chiamare linee del caos.

Ma come si fa a individuare le onde?
L’individuazione è il problema minore. Costruire un rilevatore può essere semplice quanto forgiare un diaframma di ferro in un’atmosfera a base d’ossigeno. Dato un sistema di misurazione abbastanza sensibile da registrare accelerazioni o decelerazioni delle variazioni entropiche naturali, è piuttosto facile veder passare le onde. Quello che è difficile è l’analisi matematica delle onde per situarle in punti significativi del tempo e dello spazio.

Ho parlato all’inizio di causa ed effetto. Anche se fosse possibile localizzare l’evento che ha causato qualcosa, come individuare l’effetto?

Eppure è semplice.

L’uno è soltanto l’inverso dell’altro. Non esiste differenza tra causa ed effetto, tranne la direzione che si usa per leggere il tempo. Questo concetto deriva dagli studi sulle particelle elementari. Sia la causa che l’effetto determinano “scintillii” entropici rilevabili, che diventano il centro di sfere d’urto in continua espansione. Se si riesce ad analizzare la sfera d’urto sino a determinare il raggio della sua curvatura e la sua intensità, è possibile determinare la posizione di una causa o di un effetto sia nel tempo sia nello spazio, estrapolando lungo l’asse geocentrico.

Teniamo a mente questo: la caratteristica più significativa di una causa e di un effetto vicendevolmente legati è che quegli avvenimenti, e solo quelli, avranno assi coincidenti. Se riesci a localizzare uno dei due, in genere è facile rintracciare anche l’altro.

Perché il tempo altro non è che una sequenza infinita di eventi posti tutti sullo stesso piano.

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Il principio olografico dell’Universo

Lunghezza, larghezza, altezza. A prima vista non sembrano poterci essere dubbi: la realtà che abitiamo è tridimensionale. Eppure una delle teorie più chiacchierate in fisica negli ultimi anni sembra mettere in discussione anche questo assunto consolidato. Il cosiddetto principio olografico afferma che una descrizione matematica dell’universo potrebbe tranquillamente fare a meno di una delle dimensioni previste. Quello che noi percepiamo come tridimensionale potrebbe allora essere un trucco, potrebbe non essere altro che l’immagine di un lontano orizzonte cosmico a due dimensioni.

Un paradigma cosmologico di tipo olografico indurrebbe a ritenere che le stelle non siano solo corpi massicci, a differenza di quanto credono gli astronomi, ma immagini olografiche proiettate sul gigantesco schermo tridimensionale che avvolge il pianeta, il campo magnetico terrestre. L’universo come ci appare sarebbe allora una matrice, una pellicola digitale che abbiamo scambiato per realtà: la vera realtà sarebbe occultata dietro parvenze fallaci.

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Tutto comincia quando l’equipe di ricerca del fisico Alain Aspect, direttore francese del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique), effettua uno dei più importanti esperimenti della storia. Il team scopre che sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente tra loro a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti di un millimetro, che di diversi miliardi di chilometri. Questo fenomeno portò a due tipi di spiegazioni: o la teoria di Einstein (che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce) è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente: dunque esiste qualcosa di non tangibile e visibile che mantiene collegati gli atomi a prescindere dallo spazio, e quindi anche dal tempo?

David Bohm, fisico dell’Università di Londra, sosteneva che le scoperte di Aspect implicassero la non-esistenza della realtà oggettiva. Vale a dire che, nonostante la sua apparente solidità, l’Universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente dettagliato.

Questa intuizione suggerì a Bohm una strada diversa per comprendere la scoperta del gruppo di ricerca francese, egli si convinse che il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto, indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede nel fatto che la loro separazione è un illusione: ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso “organismo” unico.

Se le particelle ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, esse non sono “parti” distinte bensì sfaccettature di un’unità più profonda e basilare; poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da queste “immagini”, ne consegue che l’universo stesso è una proiezione, un’ologramma. Se l’esperimento delle particelle mette in luce che la loro separazione è solo apparente, significa che ad un livello più profondo tutte le cose sono infinitamente collegate.

In un universo olografico neppure il tempo e lo spazio sarebbero più dei principi fondamentali, poiché concetti come la “località” vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato dal resto: anche il tempo e lo spazio tridimensionale dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso.

Allora, la realtà nella quale siamo immersi, in apparenza così tangibile, forse non è altro che una proiezione a due dimensioni. E l’impressione di vivere in un universo in 3D è solo frutto di un’illusione, dovuta magari all’altissima risoluzione e al fatto di esserci immersi dentro. Quasi fossimo gli inconsapevoli protagonisti di un serial TV, che si aggirano in un mondo apparentemente tridimensionale quando in realtà altro non è che una piatta matrice di pixel sullo schermo del nostro televisore.

La questione è di quelle che danno le vertigini, ma la verifica potrebbe essere a portata di mano. E arrivare dalla campagna a ovest di Chicago, dove sorge il laboratorio di ricerca Fermilab, ora teatro di uno fra i più ambiziosi esperimenti di fisica mai concepiti: scoprire se anche lo spazio-tempo, così come la materia, è un sistema quantistico.

La fisica dei buchi neri, in cui lo spazio ed il tempo sono molto compressi, fornisce una base matematica che mostra come la terza dimensione potrebbe non esistere affatto. In questa versione a due dimensioni dell’Universo, quella che noi percepiamo come terza dimensione sarebbe in realtà soltanto la proiezione del tempo legato alla profondità. Se questo fosse vero, l’illusione può essere mantenuta solamente finché non viene trovato uno strumento abbastanza sensibile da scoprire i suoi limiti.

Non la si può percepire perché nulla viaggia più veloce della luce. Questa versione olografica dell’universo apparirebbe come se la guardaste seduti su un fotone. Per riuscirci, gli scienziati hanno costruito un olometro, una sorta di dispositivo che potrebbe dare luogo a una figura d’interferenza: la firma del “rumore olografico”, ovvero fluttuazioni quantistiche nella trama dello spaziotempo.

Ma perché mai lo spazio dovrebbe “fluttuare”? Perché dovrebbe mostrare quelle silhouette cangianti tipiche degli ologrammi, appunto, che danno sì l’impressione di tridimensionalità ma al tempo stesso di instabilità? Per rispondere, torniamo alla metafora iniziale, quella delle immagini su uno schermo. Ci appaiono tridimensionali e continue, ma se ci avviciniamo possiamo vedere che in realtà sono tutte pixelate. Se la risoluzione è molto alta e lo schermo è molto compatto, però, come può essere quello di un tablet HD, distinguere i singoli pixel diventa praticamente impossibile. Ebbene, il “pixel size” dell’universo olografico, cioè la dimensione del singolo pixel, stando agli scienziati dovrebbe corrispondere alla scala di Planck: ogni pixel sarebbe cioè circa 10 trilioni di trilioni di volte più piccolo di un atomo.

Pixel di dimensioni infinitesimali, dunque. Ma non nulle. Ed è proprio su questo che si gioca l’intera congettura. Se lo spazio fosse davvero “pixelato”, ciò implicherebbe un’incertezza intrinseca, nel senso che all’interno d’un singolo pixel il concetto stesso di posizione non avrebbe più significato alcuno. In altre parole, esisterebbe un limite alla capacità dell’universo di memorizzare informazioni: un determinato numero di bit, sicuramente elevatissimo, ma non infinito. Ed è proprio dall’indeterminatezza inevitabile dovuta alla natura digitale dello spazio (al suo campionamento, potremmo dire) che emergerebbero le fluttuazioni, il rumore di fondo olografico che gli scienziati del Fermilab vogliono misurare.

Se alla fine riusciranno a isolare un rumore del quale non ci sia modo di sbarazzarsi, potrebbero aver rilevato qualcosa di fondamentale della natura, un rumore intrinseco allo spaziotempo, e l’idea di spazio che ci ha accompagnato per migliaia di anni sarebbe destinata inevitabilmente a cambiare.

Siamo come Alice nel paese delle meraviglie: gli specchi restituiscono immagini di immagini. Nulla è come ci appare ed i fenomeni si sovrappongono, si intersecano, si sfaccettano per ricomporsi. Chi abbia osservato il firmamento in questi ultimi decenni avrà notato particolari configurazioni, dimensioni inusitate, inattesi splendori… È possibile che un indebolimento del campo elettromagnetico terrestre implichi una disgregazione degli aspetti tridimensionali, quasi fossero i fotogrammi tremolanti di un canale televisivo fuori sintonia. Il tempo subisce un collasso. Le forme quindi si disintegrano progressivamente. Il velo si assottiglia, si strappa, lascia intravedere l’invisibile: dimensioni parallele, cavità atemporali, meandri siderei, universi secanti…

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Cosa sono

Io non sono nessuno. Io sono tutti. Sono colui che cammina e non si ferma mai. Sono colui a cui l’amore è vietato come la morte. Sono il disastro di una vita amputata della propria morte e privata dell’amore. La sola cosa buona da fare della mia ombra, quando ci saremo lasciati, sarà di dimenticare la mia persona che è senza importanza e di ricordarvi di questo mondo che è anche il vostro e che io ho tanto percorso.

Io sono a malapena uno sguardo, una mano, un profilo. Sono a malapena una voce. Non sono nient’altro che un nome, nascosto sotto altri nomi. Sono soprattutto quelli di cui non ho parlato e che voi non conoscete. Sono i poveri senza storia che fanno la storia del mondo. Sono il primo venuto e l’ultimo arrivato. Sono voi, naturalmente. E sono tutti gli altri. Non importa chi viene al mio posto. Io emergo dal tempo che passa, non ce la faccio a morire, non la smetto mai di rinascere. Arrivo, scompaio e sono sempre lì. Molto più che alla parola, appartengo al silenzio. Sarò più presente in un futuro che ignorerà il mio nome più di quanto non lo sia stato in un passato che non parlava altro che di me. Non ci sarà angolo remoto, non ci sarà istante in cui non sarò presente in negativo, rannicchiato nei ricordi e nelle speranze. La mia assenza sarà con voi fino alla fine dei tempi.

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