5 ragioni per cui potremmo vivere in un Multiverso

L’universo in cui viviamo potrebbe non essere l’unico. In effetti, il nostro universo potrebbe essere solo uno di un numero infinito di universi che compongono un “multiverso”.
Sebbene il concetto possa generare incredulità, ci sono molte teorie matematiche che giungono a tale conclusione. E non c’è un modo univoco per arrivare a un multiverso: numerose teorie della fisica indicano in maniera indipendente tale conclusione. In effetti, alcuni scienziati pensano che l’esistenza di universi nascosti sia molto probabile.

Ecco le cinque teorie scientifiche più plausibili che affermano che viviamo in un multiverso.

1. Universi infiniti
Gli scienziati non possono essere sicuri di quale sia la forma dello spazio-tempo, ma molto probabilmente è piatta e si estende all’infinito. Ma se lo spazio-tempo continua per sempre, allora deve iniziare a ripetersi ad un certo punto, perché ci sono un numero finito di modi in cui le particelle possono essere disposte nello spazio e nel tempo.
Quindi, se potessi guardare abbastanza lontano, incontreresti un’altra versione di te – ovvero, infinite versioni di te. Alcuni di questi gemelli faranno esattamente quello che stai facendo in questo momento, mentre altri avranno indossato un maglione diverso stamattina, e altri ancora avranno fatto scelte di carriera e di vita molto diverse.
Poiché l’universo osservabile si estende solo nella misura in cui la luce ha avuto la possibilità di viaggiare nei 13,7 miliardi di anni dal Big Bang (ovvero 13,7 miliardi di anni luce), lo spazio-tempo oltre quella distanza può essere considerato come un universo separato. In questo modo, una moltitudine di universi esiste uno accanto all’altro, come una gigantesca coperta “patchwork” di universi.

2. Universi a bolle
Oltre ai molteplici universi creati dall’estensione infinita dello spazio-tempo, altri universi potrebbero derivare da una teoria chiamata “inflazione infinita”. Il concetto di inflazione è l’idea che l’universo si è espanso rapidamente dopo il Big Bang, gonfiandosi in effetti come un pallone. L’inflazione eterna, proposta per la prima volta dal cosmologo Alexander Vilenkin della Tufts University, suggerisce che alcune sacche di spazio smettono di gonfiarsi, mentre altre regioni continuano a gonfiarsi, dando così origine a molti “universi di bolle” isolati.
Pertanto, il nostro universo, dove l’inflazione è terminata, permettendo la formazione di stelle e galassie, non è che una piccola bolla in un vasto mare di spazio, alcuni di questi stanno ancora gonfiandosi, e contengono molte altre bolle come la nostra. E in alcuni di questi universi bolla, le leggi della fisica e delle costanti fondamentali potrebbero essere diverse rispetto alla nostra, rendendo alcuni universi posti davvero strani.

3. Universi paralleli
Un’altra idea che nasce dalla teoria delle stringhe è la nozione di “braneworlds” – universi paralleli che si librano appena fuori dalla nostra portata, proposti da Paul Steinhardt dell’Università di Princetone e Neil Turok del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Ontario, Canada. L’idea nasce dall’ipotesi che possono esistere molte più dimensioni nel nostro mondo rispetto alle tre spaziali e quella temporale che conosciamo. Oltre alla nostra “brana” tridimensionale di spazio, altre brane tridimensionali possono galleggiare in uno spazio di dimensioni superiori.
Il fisico della Columbia University Brian Greene descrive l’idea come l’ipotesi che “il nostro universo sia una delle potenzialmente numerose” lastre “che fluttuano in uno spazio di dimensioni superiori, proprio come una fetta di pane all’interno di una più grande pagnotta cosmica”.
Un’ulteriore nota su questa teoria suggerisce che questi universi di brane non sono sempre paralleli e fuori portata. A volte, potrebbero sbattere l’uno contro l’altro, causando ripetuti Big Bang che resettano ripetutamente gli universi.

4. Universi figli
La teoria della meccanica quantistica, che regna sul minuscolo mondo delle particelle subatomiche, suggerisce un altro modo in cui potrebbero sorgere universi multipli. La meccanica quantistica descrive il mondo in termini di probabilità, piuttosto che esiti definiti. E la matematica di questa teoria potrebbe suggerire che si verifichino tutti i possibili risultati di una situazione, nei loro universi separati. Ad esempio, se raggiungi un incrocio in cui puoi andare a destra o a sinistra, l’universo attuale dà origine a due universi figli: uno in cui vai a destra e uno in cui vai a sinistra.
“E in ogni universo, c’è una copia di te che assisti all’uno o all’altro risultato, pensando – erroneamente – che la tua realtà sia l’unica realtà”, ha scritto Greene in “La realtà nascosta”.

5. Universi matematici
Gli scienziati hanno discusso se la matematica sia semplicemente uno strumento utile per descrivere l’universo o se la matematica stessa sia la realtà fondamentale, e le nostre osservazioni sull’universo sono solo percezioni imperfette della sua vera natura matematica. In quest’ultimo caso, forse la particolare struttura matematica che costituisce il nostro universo non è l’unica opzione, e in effetti tutte le possibili strutture matematiche esistono come i loro universi separati.
“Una struttura matematica è qualcosa che puoi descrivere in un modo che è completamente indipendente dal bagaglio umano”, ha dichiarato Max Tegmark del MIT. “Credo davvero che ci sia questo universo là fuori che può esistere indipendentemente da me e che continuerebbe ad esistere anche se non ci fossero esseri umani”.

Piazza Fontana, il nostro “caso Kennedy”

Il 18 gennaio del 1970, poco più di un mese dopo la strage di piazza Fontana, il settimanale Epoca pubblica una lunga inchiesta sulla vicenda. In copertina il giornale riporta, l’una di fianco all’altra, una foto di Lee Harvey Oswald e una di Valpreda. Ma l’uomo ritratto nella prima foto non è Oswald, il presunto unico assassino di John Kennedy. Quello è un sosia, come accertò inequivocabilmente il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison nell’inchiesta raccontata prima in un libro, JFK. Sulle tracce degli assassini, e poi dal film di Oliver Stone.

Anche Valpreda ebbe più di un sosia. Ma questo non è l’unico elemento che lega le due vicende.

Il dubbio del settimanale non era solitario. Da subito in molti avevano paragonato Pietro Valpreda proprio a Lee Oswald ipotizzando per l’anarchico arrestato per la strage una trappola assai simile a quella che aveva incastrato l’ex marine americano.

Esattamente un mese prima sul quotidiano socialista Avanti! Paolo Guzzanti aveva scritto: “Ecco l’uomo: ballerino, disadattato, con precedenti penali, ‘contestatore’, ribelle, immerso in giri ‘viziosi’, francamente antipatico, antisociale: perfetto. Troppo perfetto. Sembra l’immagine di Oswald fatta dopo l’assassinio di Kennedy: comunista, castrista, già residente in Urss, sposato con una cittadina sovietica. Poi si scopre che tutta la vita dell’assassino del presidente americano è una rete di voragini, fatte di retroscena misteriosi e non sondabili. L’impressione allo stato attuale è che Valpreda sia anarchico tanto quanto Oswald (e gli altri probabili assassini di Kennedy) era comunista”.

Sempre il 18 dicembre sul Giorno anche Giorgio Bocca evoca Oswald: “Valpreda? E chi è Valpreda? Uno, a quanto si dice, imprudente e stupido al punto di obbligare il guidatore di un taxi a notarlo prima e riconoscerlo poi. Esibizionista, mitomane, così come era Oswald, con la stessa fama di sinistrismo ambiguo, buono ad ogni uso”.

L’indomani, sempre Il Giorno, quotidiano molto vicino ad Aldo Moro, tornava sulla vicenda: “I più pessimisti tra gli investigatori ritengono addirittura che in un caso tanto grave non sarà mai possibile puntualizzare i fatti in modo ineccepibile”. Gli investigatori erano sbigottiti; gli accadimenti del 12 dicembre assumevano via via “un profilo enigmatico”; lo stesso Valpreda ignorava la potenza della carica a lui affidata, si sosteneva. “Se così fosse occorre dedurre che qualcuno ha pensato per lui e per gli altri irresponsabili del suo tipo; li ha mossi a distanza come tanti robot”. La data del 19 dicembre è importante perché in quelle ore tutta la vicenda di piazza Fontana vira, improvvisamente. L’Unità ad esempio titolava in prima pagina il 19 dicembre: “Sempre più evidenti i collegamenti con le organizzazioni di estrema destra”.

Improvvisamente, poco prima di Natale, e dopo la morte del ferroviere anarchico Pino Pinelli precipitato da una finestra del quarto piano della questura milanese, avvenne qualcosa che cambiò repentinamente le carte in tavola. Ci fu un compromesso politico che coinvolse i piani più alti del Palazzo. Anche le opposizioni che volevano evitare che ‘saltasse il banco’ qualora fosse emersa quell’operazione di intelligence che aveva portato alla strage e che poteva avere solo la regia dello Stato, l’avallo Nato, con gli Usa nel ruolo di registi ultimi di tutto, diedero il loro silenzioso placet a quel compromesso stretto tra l’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro e il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. Fu una scelta che ebbe conseguenze importantissime sulla nostra storia.

Eppure, subito dopo la strage di piazza Fontana, il fantasma di Dallas, con la sua ambigua duplicità di sparatori e di ‘mani’ che intervengono nell’operazione e con il ruolo di predisposto capro espiatorio assegnato a Oswald, si era affacciato nei dubbi di molti. Nei quattro-cinque giorni successivi alla strage tanti commentatori, anche a sinistra, paragonarono Valpreda a Oswald. “Senza risalire troppo nei tempi basta ricordare Dallas”, scrisse sempre Il Giorno.

Ferruccio Parri sull’Astrolabio propose la stessa lettura: “Forse è arrivato anche da noi il tempo di Garrison, come in America sul caso Kennedy”. E sarà un giornalista ben informato, Pietro Zullino , legato a filo doppio con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, a dare un’ulteriore indicazione rilevante. Zullino scriveva proprio su quel numero di Epoca che appaiava in copertina il ballerino anarchico con l’uomo arrestato a Dallas il 22 novembre del 1963: “Così si espresse un vecchio ufficiale a riposo del Sifar: ‘Tanto più grave è l’episodio, tanto più vasto è il suo retroscena. Questa è una regola che non teme smentite. Posso solo dirvi che, se c’entrano i servizi segreti, allora Valpreda è l’Oswald della situazione, un povero scemo che si è fatto incastrare, un capro espiatorio. La polizia lo arresta e fa bene. Eppure non lo si riesce a vedere nei panni di un freddo organizzatore di un macello. Se è stato lui a deporre la bomba, gli hanno messo nelle mani un ordigno di potenza superiore al previsto, o regolato per esplodere prima della chiusura della banca anziché dopo, come forse Valpreda pensava. L’hanno incastrato. Perché i servizi segreti agiscono con leggi di ferro: ciascuno conosce solo il suo vicino. Il vicino del vicino, mai. Sei l’anello di una lunga catena che non sai dove comincia. Chi era il vicino di Valpreda?’.”.

Anni dopo sarà lo scrittore Leonardo Sciascia a tratteggiare il nucleo essenziale di quello che gli americani chiamano patsy, termine questo preso dall’autodefinizione data da Lee Harvey Oswald non appena venne arrestato a Dallas: “I’m just a patsy”, sono solo un burattino.

Questo tipo di delitto, scrisse riferendosi proprio al presunto assassino del presidente americano, “è sempre concepito da uno stesso tipo di uomo: solo che un tal tipo non è, né mai può essere, solo”.

A quarant’anni dai fatti, nel dicembre del 2009, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dire che “piazza Fontana è il nostro caso Kennedy”, quasi a sancire un parallelismo che rinvia allo schema operativo svelato dall’inchiesta voluta dalla famiglia Kennedy. Eppure, la coscienza che quella del 12 dicembre fu una classica operazione false flag fatica ad affermarsi, quasi che in Italia gli schemi operativi dei servizi segreti, sempre evocati e conclamati da politici e storici per rubricare avvenimenti spiegabili e raccontabili sotto la non sondabile voce del mistero, non potessero e dovessero essere mai né svelati né raccontati.

Anche Oswald dunque, come Valpreda, ebbe un sosia. Lo schema replicato in piazza Fontana era precisamente quello applicato con Kennedy sei anni prima. Jim Garrison lo racconta nel suo libro: “In base alle nostre indagini, in quel momento sapevo che Oswald non poteva aver colpito Kennedy da solo, che una parte dell’intelligence si era preoccupata di guidarlo, e che c’era stato qualcuno che lo aveva impersonato. In altri termini, era stato proprio quello che disse di sé quando fu arrestato: un burattino”.

La foto di Oswald venne pubblicata la prima volta il 21 febbraio 1964 dal settimanale Life, e a quel punto molti pensarono che la questione Oswald-Kennedy fosse ormai chiusa. Oswald era ritratto con una carabina e un giornale di estrema sinistra in mano.

Dopo l’arresto Oswald sbandiera davanti ai fotografi un pugno chiuso alzato a favore degli obiettivi fotografici nonostante le manette. Lo stesso pugno chiuso che campeggiava nelle foto di Valpreda distribuite a piene mani ai giornali e alla tv di Stato dopo la strage.

Quella foto di Oswald riportata sulla copertina di Epoca, dimostrò Garrison, era frutto di un’accorta manipolazione. Come manipolata, da subito, fu la vicenda di Valpreda, costretto a ricoprire un ruolo che non gli apparteneva assolutamente. Quello riportato accanto a Valpreda non era sicuramente Oswald. Di suo c’era solo la faccia. Garrison si accorse che questa non era proporzionata al collo e al resto del corpo. Altri elementi tecnici e una perizia diedero a Garrison la prova che quella foto era stata ‘creata’ ad hoc e che comunque c’era stato in giro un uomo che aveva impersonato, lasciando tracce fin troppo evidenti e compromettenti, un finto Oswald impegnato in operazioni gestite dai servizi segreti. Oswald – e le prove sono tante – era stato sicuramente utilizzato da questi. Ma lo schema prevede sempre che, per cadere in trappola, si debba fare qualcosa di compromettente in modo da permettere ai gestori la manipolazione, il potenziamento e lo ‘scarico’ dell’intera operazione sul patsy di turno. A Dallas c’era il “Comitato”. A Milano e Roma i gruppi di On, che non è stata una semplice sigla di estrema destra ma una vera e propria struttura operativa al servizio della Nato e delle filiere dell’intelligence americana. Alle spalle di On un vero e proprio servizio segreto operativo internazionale – l’Aginter Press – impegnato a addestrare i gruppi alle tecniche della ‘guerra non ortodossa’, del terrorismo come arma politica.

Colpisce anche che la formula politico-morale coniata dall’estrema sinistra, e in particolare da qualificati esponenti di Lotta Continua, per raccontare il trauma di quella ‘trappola’ su chi aveva vent’anni nel 1969 – cioè il 12 dicembre 1969 come ‘il giorno dell’innocenza perduta’ – sia stata tratta di peso proprio dal libro che racconta l’inchiesta di Garrison. Infatti l’omicidio Kennedy e gli “occultamenti operati dal governo e dal sistema dei media rappresentano”, scrive Garrison, “avvenimenti decisivi per la vita di questo paese. Hanno significato la perdita dell’innocenza per gli americani del dopoguerra, l’inizio dell’era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti”. E colpisce molto che Garrison si soffermi più volte su un fatto: che tutti quelli che in Italia definiamo depistaggi (cioè sparizione di prove, occultamento di reperti, uccisione di testimoni o di uomini che potevano sapere) miravano negli Usa a lasciare sotto il cono di luce delle indagini il solo Oswald. E questo è l’altro elemento che lega Dallas a Milano. Tutta l’attività di molti uomini dello Stato puntava nel 1969 a far sparire dal tavolo delle indagini tutto quello che poteva indurre a supporre, a ipotizzare, nonostante i dubbi dei giornali, una mano aggiunta, parallela o comunque altra da quella di Pietro Valpreda, caduto anche lui in una ‘trappola’ che non lasciava scampo.

Garrison infatti potrebbe anche parlare dell’inchiesta di piazza Fontana quando descrive il suo stupore nel constatare che “tutte le indagini ufficiali del governo sull’assassinio avevano sistematicamente ignorato qualsiasi prova che potesse condurre in una direzione diversa da quella che portava alla tesi di Lee Oswald come unico assassino”.

Aldo Moro è il protagonista politico centrale della strategia della tensione che ha una data d’inizio e una fine. Moro nel novembre del 1968 lancia, dopo mesi di silenzio politico dopo la sconfitta socialista del maggio di quell’anno, la ‘strategia dell’attenzione’ al ‘nuovo’ che si propaga come un lampo in tutta Europa. In termini politici si apre – dopo l’accidentata avventura del centrosinistra – una nuova fase politica, quella dell’interlocuzione con il Pci, che si chiude nel novembre del 1977 quando il partito di Berlinguer vota due risoluzioni in Senato per accettare la Nato e l’Europa. Anche la morte di Moro ci riporta a Dallas.

È stato Giovanni Galloni, vicesegretario Dc durante i cinquantacinque giorni del rapimento, a paragonare la morte del presidente della Dc a quella di Kennedy. Ma le parole che più colpiscono sono quelle dell’allievo prediletto di Moro, Francesco Tritto. Moro era il candidato in pectore per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. Un giorno, non molto prima del rapimento, Moro disse a Tritto: “Credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. E Tritto ha raccontato che a uccidere Moro sarebbe stata “la cupola del malaffare” che “provava fastidio nel vedere che Moro stava per prospettare un nuovo corso nella democrazia”. Per questo le Br “sarebbero state manovrate”, come ha raccontato con dettagli molto veritieri Steve Pieczenik, l’inviato del governo americano che venne in Italia per gestire quella crisi.

Ecco perché l’assassinio di Kennedy ci riguarda profondamente come italiani, perché lo schema di Dallas è stato ripetuto più volte nel nostro paese. Solo che noi quegli schemi li definiamo ‘misteri’.

L’assassinio di Kennedy non racconta, come si è sempre pensato, un vero segreto, perché in tanti seppero e coprirono a Dallas. Come in tanti seppero e coprirono a Milano. Come in tanti seppero e tacquero in via Caetani. Il vero mistero da svelare e raccontare è perché allora si scelse di star zitti e perché ancora oggi in tanti non vogliono ascoltare e capire che misteri non ve ne sono. Semmai segreti che con il passar del tempo fa gioco un po’ a tutti che diventino misteri.

È la politica, le sue regole e le sue necessità, a decidere che cosa debba rimanere un segreto e cosa debba essere offerto al gran circo dei mass media come l’ennesimo mistero irrisolto e irrisolvibile.

Una volta

La vedi questa donna? Si lei.
Beh, una volta era tua…
Ricordi?
E ora non lo è più.
Una volta tu l’amavi e ora non sai più nemmeno come sta.
[Ma forse non l’hai mai saputo].

Lo vedi quel libro, pieno di lettere e poesie? beh, una volta erano tue, erano per te, ma ora non ci sono più.

Le vedi quelle sigarette? sono ancora lì, come le hai lasciate tu, e quel lenzuolo sporco di vernice bianca dove una volta leggevamo insieme è ancora lì, come l’hai lasciato tu.

Quelle scarpe, che una volta ti piaceva che indossassi,e quella giacca ancora piena del tuo profumo è rimasta lì, ad aspettarti..

E io?
Io sono ancora lì.

Lo vedi quel corpo?
La vedi quell’anima?
Lo vedi quel cuore?
Beh… Vedi.
Una volta ti amava…

E ora… non lo so più.

Il Mondo Virtuale

Penso che il mondo virtuale debba essere vissuto come un gioco, perciò dobbiamo giocarci, non prenderlo sul serio.
Solo in questo modo possiamo divertirci, e forse si possono fare anche imprevisti incontri interessanti.

Io credo che al mondo virtuale bisogna chiedere storie virtuali.
Poi, può capitare di scovare il grande amore, ma con la stessa probabilità di incontrarlo al supermercato.
Appunto, per puro caso.

Immagino Internet, le chat, come un immenso bazar che contiene di tutto: ci si deve accostare con lo stesso spirito con cui andremmo ad una pesca di beneficenza, dove si può vincere il pesciolino rosso nel sacchetto pieno d’acqua, ma quasi mai, o mai, il prosciutto messo in palio.

Nove

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell’autoestinzione, credo che ce ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l’attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno avuto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo ore per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo… e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E se l’idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c’è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava nove visite.
Nove.
Dall’ultimo aggiornamento, nove persone sono venute qui a dare un’occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Xamwood – un nickname che uso sempre meno, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre cento (cento!) visitatori giornalieri che, ai tempi d’oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, e mi spiace.
È una parte di me che è stata relegata lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Nove di voi, però, sono ancora qui… o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L’archivio è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
E ogni tanto pubblico qualche nuovo articolo.
Ma se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo, e vorreste aggiornamenti più frequenti, rimarrete delusi, perché non sono un amante nemmeno di Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno… come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa… ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle, e faccio prendere un po’ d’aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, che qua tra un po’ entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

Thus spoke Cyberluke

Come un canto di speranza

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

Finché vivrò, mi ricorderò di te. Ma quando saranno scomparsi tutti coloro che abbiamo conosciuto, chi si ricorderà di noi?

Nessuno? Impossibile. Nel tempo, tutto si cancella, tutto si dimentica, tutto scompare. Ma il passato non è mai morto, non è nemmeno passato perché la luce lo raccoglie e lo trasporta. A distanze infinite, è un passato infinito quello che ci viene restituito ancora vivo. Il futuro, per Omero, era sulle ginocchia di Dio. Nell’eternità niente di ciò che è stato potrà mai più essere. Credo che eterno e infinito Dio sia, tra l’altro, come la memoria di questo mondo che ha fatto uscire, nel tempo di un lampo, da ciò che, a torto, chiamiamo il niente. Quando gli uomini saranno scomparsi, Dio sarà il solo a potersi ricordare ancora di loro. E di noi.

Ciò che volevo dirti, fin dall’inizio di queste righe che sono scritte per te, è che un giorno saremo insieme, uniti per sempre l’una all’altro, fuori da questo tempo mortale, nel ricordo e nella luce di Dio.

Il trasduttore dimensionale

Ancora una volta non vi fu transizione.
Nessun movimento, nessuna sensazione.

Aveva guardato in alto. Aveva puntato lo sguardo verso un punto nel cielo. Poi un quadrato dimensionale aveva preso forma. Con le mani aveva indicato quel punto lontano migliaia di chilometri dalla terra ed improvvisamente si era trovato lassù a guardare la terra dall’atmosfera. Per un momento si chiese come avrebbe potuto invertire il campo di forza, e tornare indietro, ma fu solo un attimo.

Il trasduttore dimensionale stava funzionando.