Lettera ad un amore mai nato

Avrei potuto. E’ così.
Avrei potuto trovarti, se avessi voluto.
E allora?

Allora è arrivato il momento della verità.

Queste mie ultime parole devono ispirarsi solo alla verità.
Quante volte invece capita, anche in buona fede, di mistificarla questa realtà?
Quante volte vorremmo piegare questa realtà ai nostri voleri, ai nostri desideri?

Ti sei mai domandata perché, in tutto questo tempo, io non sia mai venuto a cercarti?
Perché, nonostante tutte queste e-mails, nonostante questo blog, io non abbia mai trovato il modo, neppure per un attimo, di poter divenire appena un poco più reale?
In fondo, lo sai benissimo anche tu che non era poi così complicato trovarti.
Fosse pure per un breve incontro, un drink insieme, un attimo alla fine trascurabile.
Allora?

La verità.

La verità è che non ho potuto.
Dio solo sa quanto lo volessi, ma non ho potuto. Non potevo prima e probabilmente non potrei neanche ora.
Le mie parole, quelle sono sempre state vere, anche le mie emozioni sono vere, ma è la mia vita ad essere una maschera, e io ho paura di farla cadere.
Mio Dio, non posso.
Quante volte ho pensato di parlarti, quante volte ho desiderato guardarti negli occhi.
Quante volte ho sentito un’affinità che va oltre la mia comprensione della vita.
Non ho mai pensato che dovesse nascere qualcosa tra noi.
Non è questo, il punto.

Il punto è che ti ho pensato per troppo tempo e sono arrivato ad un bivio nella mia vita.
Da una parte c’è la comprensibile menzogna.
Dall’altra, l’incomprensibile verità.

Abrielle
Sappi solo che anche io, come te, ti ho cullata nel mio cuore come qualcosa di molto prezioso.
Anch’io mi sono cullato con le tue parole. Anche io ti ho letto con passione. E mi sono innamorato.
Solo che un giorno apri gli occhi e ti rendi conto che stai vivendo nell’universo sbagliato.
E in questo, il mio destino non può incrociarsi con il tuo.

A meno che tu non accettassi il mio destino come un fardello.

Perché della vita che ho vissuto poco mi curo; quando questo mondo sia ridotto in rovina, venga pure quell’altro.
E’ da questa terra che sgorgano i miei piaceri, è questo sole che splende sui miei dolori. Una volta ch’io sia separato da loro, avvenga quel che deve.

Eppure, se mai avessi potuto stringere un patto scellerato, l’avrei siglato col mio sangue per stare un attimo insieme a te.
E quando, guardandoti, avessi pronunciato a quell’attimo: “Fermati dunque, sei così bello!“, tutto sarebbe finito.

Chissà.
Ogni attimo, ogni possibilità è un accadimento che capita da qualche parte, nell’universo.
Ti prego, vieni dalla mia parte…

Un giorno

E un giorno ti svegli e ti accorgi di aver trovato finalmente l’errore.
E ti rendi conto di avere sbagliato tutto.
E allora… non puoi far altro che ricominciare da capo e ricostruire la tua vita, passo dopo passo. Ma pian piano ti accorgi ancora di aver tralasciato qualcosa…
E poi un’altra mattina ti risvegli, e credi ancora di aver capito dove sbagli, e ricominci… Ed è un ciclo che si sussegue, e ogni volta l’errore è lo stesso, ma non sai qual’è…

I sogni passati

Quando il tempo passa scorrono via tutti i sogni e rimane solo la vita…
Il sogno dei miei diciotto anni è svanito.
Non si tratta soltanto dei diciotto anni del corpo fisico… ma di qualcosa d’altro.
Sono gli anni dell’avvenire, e le promesse della vita, e i sogni assurdi e irrealizzabili di quegli anni, e l’amore che ti accompagna alla primavera dell’esistenza.
A volte penso che mi piacerebbe tornare indietro.
Ma poi alla fine ci ripenso… perché in fondo la mia vita ha seguito le mie scelte.
Sono loro che nel bene o nel male le danno un significato.
E danno un significato anche a quello che sono io adesso, alle mie parole, ai miei pensieri.
Anche a queste poche righe, che ti sto scrivendo.
Perché sto sperimentando una cosa che mi lascia perplesso.
Mi manchi…

Quando dico…

voglio il sole. Voglio le margherite. Voglio la pelle nuda. Voglio la seta. Voglio trovare pozzanghere estive per tuffarmi dentro. Voglio svegliarmi in un campo di giacinti. Voglio un massaggio. Voglio assenzio con gli amici assenti. Voglio l’aria fresca di montagna. Voglio fare il bagno nuda. Voglio prendere il sole sulla ferrovia. Voglio camminare sul fuoco. Voglio baci che mi lascino un livido. Voglio una possibilità. Voglio i fiori. Voglio le fiamme. Voglio passeggiare in bicicletta, dove il sole spacca gli alberi. Voglio aprire le arance. Voglio le api e il miele delle api. Voglio l’erba fino alle ginocchia. Voglio castelli di sabbia. Voglio attirare la tua attenzione. Voglio ballare, danza, danza, danza. Voglio addormentarmi con un branco di lupi. Voglio il deserto. Voglio l’oceano. Voglio camminare con te, sull’isola di Pasqua. Voglio che tu ti addormenti sul letto disfatto che è dentro la mia testa. Voglio fare il bagno nello champagne. Voglio essere bagnata fino alle ossa sotto la calda pioggia d’estate e sentire l’erba bagnata sui miei piedi nudi. Voglio magia. Voglio arcobaleni. Voglio le dita, il tuo tocco. Voglio gattini e cuccioli. Voglio immergermi in vasche da bagno. Voglio bolle e farfalle. Voglio il chiaro di luna e perle di sudore. Voglio tappeti orientali e oppio. Voglio le mongolfiere. Voglio il gelato. Voglio cashmere e cocaina. Voglio viaggi in treno e razzi. Voglio candele. Voglio assaporare il gusto. Voglio tagliare i capelli. Voglio vestirmi e spogliare te. Voglio viaggiare, e svelare. Voglio…

Chiedo troppo?

 

L’aldilà

Tu credi in Dio?
No, purtroppo; se credessi tutto sarebbe più semplice… Ma preferisco definirmi agnostico piuttosto che ateo. L’ateismo è un’ideologia religiosa.

Come immagini l’aldilà?
E se non esistesse?

Cosa resterà allora di noi?
Questo è un pensiero che ci sta a cuore finché siamo in vita. Dopo, probabilmente, no.

 

Ciao Abry

in questo strano tempo ho pensato a te, tutto qui.
Come va?

Io come al solito, ho molte cose in cui affannarmi senza posa, molte impicci gelatinosi che riempiono le mie giornate da guaritore.

Vivo ormai di rado… le cose che penso non riesco più a scriverle forse per mancanza di tempo o per pudore letterario.
La sola cosa che ogni tanto visito è il tuo profilo su FB, cartoline dal limine mundi quotidiano.

Ad un certo punto mi sembravi risplendere come l’aurora del cielo di Milano. Come stai?

Te L’ho già chiesto lo so, ma tu eviti le domande e le sedute di autocoscienza. Spero tu mi scriva qualcosa, per la prossima estate ho deciso di provare a sopravvivere e a vestire giacche di lino. A presto.

ma tu ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell’imbuto di un polsino slacciato

Piazza Fontana, il nostro “caso Kennedy”

Il 18 gennaio del 1970, poco più di un mese dopo la strage di piazza Fontana, il settimanale Epoca pubblica una lunga inchiesta sulla vicenda. In copertina il giornale riporta, l’una di fianco all’altra, una foto di Lee Harvey Oswald e una di Valpreda. Ma l’uomo ritratto nella prima foto non è Oswald, il presunto unico assassino di John Kennedy. Quello è un sosia, come accertò inequivocabilmente il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison nell’inchiesta raccontata prima in un libro, JFK. Sulle tracce degli assassini, e poi dal film di Oliver Stone.

Anche Valpreda ebbe più di un sosia. Ma questo non è l’unico elemento che lega le due vicende.

Il dubbio del settimanale non era solitario. Da subito in molti avevano paragonato Pietro Valpreda proprio a Lee Oswald ipotizzando per l’anarchico arrestato per la strage una trappola assai simile a quella che aveva incastrato l’ex marine americano.

Esattamente un mese prima sul quotidiano socialista Avanti! Paolo Guzzanti aveva scritto: “Ecco l’uomo: ballerino, disadattato, con precedenti penali, ‘contestatore’, ribelle, immerso in giri ‘viziosi’, francamente antipatico, antisociale: perfetto. Troppo perfetto. Sembra l’immagine di Oswald fatta dopo l’assassinio di Kennedy: comunista, castrista, già residente in Urss, sposato con una cittadina sovietica. Poi si scopre che tutta la vita dell’assassino del presidente americano è una rete di voragini, fatte di retroscena misteriosi e non sondabili. L’impressione allo stato attuale è che Valpreda sia anarchico tanto quanto Oswald (e gli altri probabili assassini di Kennedy) era comunista”.

Sempre il 18 dicembre sul Giorno anche Giorgio Bocca evoca Oswald: “Valpreda? E chi è Valpreda? Uno, a quanto si dice, imprudente e stupido al punto di obbligare il guidatore di un taxi a notarlo prima e riconoscerlo poi. Esibizionista, mitomane, così come era Oswald, con la stessa fama di sinistrismo ambiguo, buono ad ogni uso”.

L’indomani, sempre Il Giorno, quotidiano molto vicino ad Aldo Moro, tornava sulla vicenda: “I più pessimisti tra gli investigatori ritengono addirittura che in un caso tanto grave non sarà mai possibile puntualizzare i fatti in modo ineccepibile”. Gli investigatori erano sbigottiti; gli accadimenti del 12 dicembre assumevano via via “un profilo enigmatico”; lo stesso Valpreda ignorava la potenza della carica a lui affidata, si sosteneva. “Se così fosse occorre dedurre che qualcuno ha pensato per lui e per gli altri irresponsabili del suo tipo; li ha mossi a distanza come tanti robot”. La data del 19 dicembre è importante perché in quelle ore tutta la vicenda di piazza Fontana vira, improvvisamente. L’Unità ad esempio titolava in prima pagina il 19 dicembre: “Sempre più evidenti i collegamenti con le organizzazioni di estrema destra”.

Improvvisamente, poco prima di Natale, e dopo la morte del ferroviere anarchico Pino Pinelli precipitato da una finestra del quarto piano della questura milanese, avvenne qualcosa che cambiò repentinamente le carte in tavola. Ci fu un compromesso politico che coinvolse i piani più alti del Palazzo. Anche le opposizioni che volevano evitare che ‘saltasse il banco’ qualora fosse emersa quell’operazione di intelligence che aveva portato alla strage e che poteva avere solo la regia dello Stato, l’avallo Nato, con gli Usa nel ruolo di registi ultimi di tutto, diedero il loro silenzioso placet a quel compromesso stretto tra l’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro e il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. Fu una scelta che ebbe conseguenze importantissime sulla nostra storia.

Eppure, subito dopo la strage di piazza Fontana, il fantasma di Dallas, con la sua ambigua duplicità di sparatori e di ‘mani’ che intervengono nell’operazione e con il ruolo di predisposto capro espiatorio assegnato a Oswald, si era affacciato nei dubbi di molti. Nei quattro-cinque giorni successivi alla strage tanti commentatori, anche a sinistra, paragonarono Valpreda a Oswald. “Senza risalire troppo nei tempi basta ricordare Dallas”, scrisse sempre Il Giorno.

Ferruccio Parri sull’Astrolabio propose la stessa lettura: “Forse è arrivato anche da noi il tempo di Garrison, come in America sul caso Kennedy”. E sarà un giornalista ben informato, Pietro Zullino , legato a filo doppio con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, a dare un’ulteriore indicazione rilevante. Zullino scriveva proprio su quel numero di Epoca che appaiava in copertina il ballerino anarchico con l’uomo arrestato a Dallas il 22 novembre del 1963: “Così si espresse un vecchio ufficiale a riposo del Sifar: ‘Tanto più grave è l’episodio, tanto più vasto è il suo retroscena. Questa è una regola che non teme smentite. Posso solo dirvi che, se c’entrano i servizi segreti, allora Valpreda è l’Oswald della situazione, un povero scemo che si è fatto incastrare, un capro espiatorio. La polizia lo arresta e fa bene. Eppure non lo si riesce a vedere nei panni di un freddo organizzatore di un macello. Se è stato lui a deporre la bomba, gli hanno messo nelle mani un ordigno di potenza superiore al previsto, o regolato per esplodere prima della chiusura della banca anziché dopo, come forse Valpreda pensava. L’hanno incastrato. Perché i servizi segreti agiscono con leggi di ferro: ciascuno conosce solo il suo vicino. Il vicino del vicino, mai. Sei l’anello di una lunga catena che non sai dove comincia. Chi era il vicino di Valpreda?’.”.

Anni dopo sarà lo scrittore Leonardo Sciascia a tratteggiare il nucleo essenziale di quello che gli americani chiamano patsy, termine questo preso dall’autodefinizione data da Lee Harvey Oswald non appena venne arrestato a Dallas: “I’m just a patsy”, sono solo un burattino.

Questo tipo di delitto, scrisse riferendosi proprio al presunto assassino del presidente americano, “è sempre concepito da uno stesso tipo di uomo: solo che un tal tipo non è, né mai può essere, solo”.

A quarant’anni dai fatti, nel dicembre del 2009, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dire che “piazza Fontana è il nostro caso Kennedy”, quasi a sancire un parallelismo che rinvia allo schema operativo svelato dall’inchiesta voluta dalla famiglia Kennedy. Eppure, la coscienza che quella del 12 dicembre fu una classica operazione false flag fatica ad affermarsi, quasi che in Italia gli schemi operativi dei servizi segreti, sempre evocati e conclamati da politici e storici per rubricare avvenimenti spiegabili e raccontabili sotto la non sondabile voce del mistero, non potessero e dovessero essere mai né svelati né raccontati.

Anche Oswald dunque, come Valpreda, ebbe un sosia. Lo schema replicato in piazza Fontana era precisamente quello applicato con Kennedy sei anni prima. Jim Garrison lo racconta nel suo libro: “In base alle nostre indagini, in quel momento sapevo che Oswald non poteva aver colpito Kennedy da solo, che una parte dell’intelligence si era preoccupata di guidarlo, e che c’era stato qualcuno che lo aveva impersonato. In altri termini, era stato proprio quello che disse di sé quando fu arrestato: un burattino”.

La foto di Oswald venne pubblicata la prima volta il 21 febbraio 1964 dal settimanale Life, e a quel punto molti pensarono che la questione Oswald-Kennedy fosse ormai chiusa. Oswald era ritratto con una carabina e un giornale di estrema sinistra in mano.

Dopo l’arresto Oswald sbandiera davanti ai fotografi un pugno chiuso alzato a favore degli obiettivi fotografici nonostante le manette. Lo stesso pugno chiuso che campeggiava nelle foto di Valpreda distribuite a piene mani ai giornali e alla tv di Stato dopo la strage.

Quella foto di Oswald riportata sulla copertina di Epoca, dimostrò Garrison, era frutto di un’accorta manipolazione. Come manipolata, da subito, fu la vicenda di Valpreda, costretto a ricoprire un ruolo che non gli apparteneva assolutamente. Quello riportato accanto a Valpreda non era sicuramente Oswald. Di suo c’era solo la faccia. Garrison si accorse che questa non era proporzionata al collo e al resto del corpo. Altri elementi tecnici e una perizia diedero a Garrison la prova che quella foto era stata ‘creata’ ad hoc e che comunque c’era stato in giro un uomo che aveva impersonato, lasciando tracce fin troppo evidenti e compromettenti, un finto Oswald impegnato in operazioni gestite dai servizi segreti. Oswald – e le prove sono tante – era stato sicuramente utilizzato da questi. Ma lo schema prevede sempre che, per cadere in trappola, si debba fare qualcosa di compromettente in modo da permettere ai gestori la manipolazione, il potenziamento e lo ‘scarico’ dell’intera operazione sul patsy di turno. A Dallas c’era il “Comitato”. A Milano e Roma i gruppi di On, che non è stata una semplice sigla di estrema destra ma una vera e propria struttura operativa al servizio della Nato e delle filiere dell’intelligence americana. Alle spalle di On un vero e proprio servizio segreto operativo internazionale – l’Aginter Press – impegnato a addestrare i gruppi alle tecniche della ‘guerra non ortodossa’, del terrorismo come arma politica.

Colpisce anche che la formula politico-morale coniata dall’estrema sinistra, e in particolare da qualificati esponenti di Lotta Continua, per raccontare il trauma di quella ‘trappola’ su chi aveva vent’anni nel 1969 – cioè il 12 dicembre 1969 come ‘il giorno dell’innocenza perduta’ – sia stata tratta di peso proprio dal libro che racconta l’inchiesta di Garrison. Infatti l’omicidio Kennedy e gli “occultamenti operati dal governo e dal sistema dei media rappresentano”, scrive Garrison, “avvenimenti decisivi per la vita di questo paese. Hanno significato la perdita dell’innocenza per gli americani del dopoguerra, l’inizio dell’era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti”. E colpisce molto che Garrison si soffermi più volte su un fatto: che tutti quelli che in Italia definiamo depistaggi (cioè sparizione di prove, occultamento di reperti, uccisione di testimoni o di uomini che potevano sapere) miravano negli Usa a lasciare sotto il cono di luce delle indagini il solo Oswald. E questo è l’altro elemento che lega Dallas a Milano. Tutta l’attività di molti uomini dello Stato puntava nel 1969 a far sparire dal tavolo delle indagini tutto quello che poteva indurre a supporre, a ipotizzare, nonostante i dubbi dei giornali, una mano aggiunta, parallela o comunque altra da quella di Pietro Valpreda, caduto anche lui in una ‘trappola’ che non lasciava scampo.

Garrison infatti potrebbe anche parlare dell’inchiesta di piazza Fontana quando descrive il suo stupore nel constatare che “tutte le indagini ufficiali del governo sull’assassinio avevano sistematicamente ignorato qualsiasi prova che potesse condurre in una direzione diversa da quella che portava alla tesi di Lee Oswald come unico assassino”.

Aldo Moro è il protagonista politico centrale della strategia della tensione che ha una data d’inizio e una fine. Moro nel novembre del 1968 lancia, dopo mesi di silenzio politico dopo la sconfitta socialista del maggio di quell’anno, la ‘strategia dell’attenzione’ al ‘nuovo’ che si propaga come un lampo in tutta Europa. In termini politici si apre – dopo l’accidentata avventura del centrosinistra – una nuova fase politica, quella dell’interlocuzione con il Pci, che si chiude nel novembre del 1977 quando il partito di Berlinguer vota due risoluzioni in Senato per accettare la Nato e l’Europa. Anche la morte di Moro ci riporta a Dallas.

È stato Giovanni Galloni, vicesegretario Dc durante i cinquantacinque giorni del rapimento, a paragonare la morte del presidente della Dc a quella di Kennedy. Ma le parole che più colpiscono sono quelle dell’allievo prediletto di Moro, Francesco Tritto. Moro era il candidato in pectore per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. Un giorno, non molto prima del rapimento, Moro disse a Tritto: “Credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. E Tritto ha raccontato che a uccidere Moro sarebbe stata “la cupola del malaffare” che “provava fastidio nel vedere che Moro stava per prospettare un nuovo corso nella democrazia”. Per questo le Br “sarebbero state manovrate”, come ha raccontato con dettagli molto veritieri Steve Pieczenik, l’inviato del governo americano che venne in Italia per gestire quella crisi.

Ecco perché l’assassinio di Kennedy ci riguarda profondamente come italiani, perché lo schema di Dallas è stato ripetuto più volte nel nostro paese. Solo che noi quegli schemi li definiamo ‘misteri’.

L’assassinio di Kennedy non racconta, come si è sempre pensato, un vero segreto, perché in tanti seppero e coprirono a Dallas. Come in tanti seppero e coprirono a Milano. Come in tanti seppero e tacquero in via Caetani. Il vero mistero da svelare e raccontare è perché allora si scelse di star zitti e perché ancora oggi in tanti non vogliono ascoltare e capire che misteri non ve ne sono. Semmai segreti che con il passar del tempo fa gioco un po’ a tutti che diventino misteri.

È la politica, le sue regole e le sue necessità, a decidere che cosa debba rimanere un segreto e cosa debba essere offerto al gran circo dei mass media come l’ennesimo mistero irrisolto e irrisolvibile.