Amore oltre il tempo

Io non ti vedo più. Non so dove sei andata. Il tempo trascorso con me probabilmente non significa nulla per te. Quello stupido, irrazionale momento quando ho premuto le mie labbra sulle tue guance è stato offuscato da un fumo verde e polvere bianca e il gusto di pillole e l’odore di agonia. Ma non mi interessa. Vorrei prendermi il peggio. Ti porterei nel dolore e nel pianto, per farti comprendere che nessuno ti amerà come me. E tra dieci anni mi domanderò dove sei finita, se c’è qualcuno che ti ama anche la metà di quanto ti ho amata io. Vorrei aspettarti cento, mille, diecimila anni se per te significasse qualcosa. Ti prenderei come sei, ti amo per quello che sei, per quello che non sei, per quello che eravamo e per quello che potevamo essere.

Aspetterò ancora.
Perché io ti amo nel tempo. E ti amerò fino alla fine del tempo. E quando il tempo sarà trascorso, allora io ti avrò amata. E niente di questo amore, come niente di ciò che è stato, potrà mai essere cancellato.

 

Ecco…

ti dirò una cosa…
è come quando leggi un libro che non ti sta piacendo, ma tutti ne parlano bene, quindi non può che valerne la pena.

Allora prosegui.
Parola per parola, pagina dopo pagina.

Cominci ad odiare anche un po’ l’autore.
Ma vai avanti perché dicono che poi migliora e tu pensi “al prossimo capitolo si entrerà nel vivo”.

Ecco… è come con quei libri.
Sto aspettando che nella mia vita si entri nel vivo.

alone-here

 

Dream is collapsing

Abrielle
che fai, come sto… che dire?

Non sto bene… perchè non posso vederti.
Sono destinato a rimanere intrappolato nelle pieghe quantistiche di qualche server remoto e che si accartocciano l’una sopra l’altra come schemi di universi ripiegati su se’ stessi.
E non posso fuggire.
Che faccio…
non so… giro e mi rigiro senza costrutto, lavoro ma senza un fine, o beh devo pur sopravvivere, bevo ogni tanto, whisky e anche un poco di rhum, guatemalteco, dicono permetta di vedere più chiaro, di vedere oltre, ma io sono solo un’ombra destinata a compiere un viaggio senza sapere quali fermate mi aspettano, se poi mi fermerò, se mai ti troverò ad una di queste fermate.

Penso di amarti.
Penso anche di desiderarti.
E ho pensato quanto sarebbe stato emozionante darti un bacio.

Ieri mi sei sfuggita, ma non importa: domani correrò più forte, allungherò di più le braccia … e un bel mattino, forse ti troverò. Come una barca, sospinta dalla corrente, continuo a remare, onda contro onda, a rincorrere la fine del giorno.
Ci sarai alla fine del giorno?

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

out-of-the-window

La vita dopo la morte

Non credo dopo la morte né a un’anima immortale che sopravvivrebbe al corpo, né alla resurrezione della carne, né a una vita eterna simile a questa vita che si svolge nel tempo.

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la vita sia un’avventura, una crisi, un paradosso e un’ironia. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

L’arte di scrivere

Scrivere è una strana combinazione di esaltazione e di angoscia. La maggior parte della vita l’ho passata a scarabocchiare pagine e pagine che buttavo via appena riempite di scarabocchi. Venivo assalito dalla disperazione. Mi addormentavo sui fogli. Detestavo quel che facevo e detestavo me stesso. E poi, d’improvviso, mi invadeva una sorta di grazia. Le parole arrivavano da sole. Sgorgavano. Non venivano nemmeno da me. Venivano da altrove. Mi attraversavano. Si servivano di me per sdraiarsi sulla carta. Uscivano da non so dove e volavano fino a me. Procedevo così lentamente tra illuminazioni e dispiaceri, trasportato sulle cime, sprofondato nell’abisso, sognando di notte parole che brillavano come lampi e che non riuscivo a ritrovare al mattino.

La mia vita a poco a poco si è confusa con le parole. La mia felicità e i miei dispiaceri dipendevano dalle parole che ero capace di inventare in un ordine di cui ignoravo le regole ma di cui sapevo con certezza, tra esaltazione e angoscia, che era molto lontano dall’essere arbitrario e dal derivare dal caso.

Allora ho continuato a fare il meno possibile e a proseguire una vita in cui non accadeva mai niente.

Amo quelle giornate vuote in cui le ore che non cessano di scorrere si guardano bene dal riempirsi di quelle cose inutili che rientrano nel campo dell’azione o della passione e che si impadroniscono di noi.

Dormo molto. Dimentico. Passo il tempo che passa.

Lo scorrere del tempo

Una delle chiavi evidenti e segrete di questo mondo in cui viviamo è che passa il suo tempo in un eterno presente che svanisce continuamente. Tra un futuro che non esiste ancora e un passato che non esiste già più, si insinua una pura astrazione, una sorta di sogno impossibile. E’ quella affannosa assenza che chiamiamo presente. Nessuno è mai vissuto in un luogo diverso da questa vacillante frontiera tra passato e futuro. In questo presente già assente che non ha alcuno spessore ma che è allo stesso tempo, prendetela come vi pare, l’unica realtà.

Il tempo è un eterno paradosso. Il colmo della contraddizione. Una sinistra ironia. Al confronto, l’eternità è la semplicità stessa. Ma noi siamo talmente sepolti dal tempo, talmente sottomessi al suo potere, talmente rinchiusi tra i suoi invisibili muri, che ci tocca ingoiare tutto. La sua dittatura ci sembra andare avanti da sé e ci è impossibile pensare alcunché di estraneo al suo regno.

Siamo vincitori dello spazio che è la forma della nostra potenza. Siamo vinti dal tempo che è la forma della nostra impotenza. Non possiamo agire sul futuro che a partire dal presente. Non possiamo ricordarci del passato che a partire dal presente. Siamo prigionieri di un presente che non esiste.

 

Il caos: una teoria quantistica

Gli studi di tutti gli scienziati dimostrano che il comportamento naturale dei fenomeni è non lineare, anzi che la vita stessa è possibile perché c’è il caos.

Ma cos’è questa cosa che chiamano caos?

L’intero spettro di causa ed effetto, dal livello subnucleare a quello galattico, considerato non come una successione di eventi ma dal punto di vista entropico, cioè come un fluido dinamico di moto casuale.

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I comportamenti della maggioranza dei fenomeni della natura e dell’uomo non procedono con ritmi che si ripetono, ma, dopo un periodo regolare, presentano in modo inaspettato una biforcazione in un punto critico che si moltiplica fino a generare una turbolenza. La turbolenza genera entropia: mescolanza, disordine, causalità. Tuttavia, le parti scomposte, i vortici nel moto dei fluidi, non fuggono via, ma restano vicini, pur seguendo regole proprie. Ciò avviene per un fenomeno che mescola ordine e disordine, rendendo, pur nella complessità, misurabile l’entropia.

Cerchiamo ora di capire come possiamo usare questo concetto.

Per prima cosa non dimentichiamo l’importanza del fattore tempo. Una delle leggi fondamentali dell’universo è che l’entropia cresce col tempo. L’unica eccezione è costituita dall’intervento di una forma d’intelligenza, ad esempio l’uomo, che a livello locale può frenare l’entropia o accelerare il suo sviluppo di parecchie volte rispetto alla norma.

Tutti i calcoli relativi al caos si eseguono sulla base del tempo quantificato, e possono essere previsioni o indagini retrospettive a seconda del segno. Si possono usare per predire il futuro o per esaminare gli elementi del passato che hanno avuto un’influenza significativa sul presente.

Ma se tutti i fattori sono casuali, è possibile determinare qualcosa attraverso l’analisi matematica?

Immaginiamo un contenitore di fluido, il nostro sistema entropico: molecole in movimento casuale.

La pressione del fluido è dovuta alle collisioni casuali e ai rimbalzi delle molecole fra loro e contro le pareti del contenitore. Nel fluido ipotetico che chiamiamo caos abbiamo eventi al posto delle molecole, e gli eventi interagiscono fra loro esattamente come molecole.

Immaginiamo che il recipiente, inizialmente, contenga diverse parti di fluido non omogenee fra loro, a temperature differenti.
Si mischierebbero per diffusione. L’energia del sistema rimarrebbe immutata, ma l’entropia aumenterebbe gradualmente.

Ecco. Questa è un’analogia abbastanza accettabile della situazione dell’universo.

Adesso veniamo al nostro contenitore: che effetto avrebbe riscaldare o raffreddare piccole parti di fluido?
Accelerazioni o decelerazioni locali dell’entropia, ovviamente.

E nel fluido del caos, quale potrebbe essere l’unica causa di un processo analogo?
Solo l’intervento di una forma d’intelligenza come quella umana.

Dunque, eventi alterati da interventi intelligenti generano inevitabilmente variazioni nell’entropia locale, che in genere si possono scoprire con l’analisi entropica. Per tornare alla nostra analogia, corrispondono al riscaldamento o al raffreddamento di alcuni punti del fluido. Se questo succedesse in un vero fluido, potremmo scoprirlo in moltissimi modi, a seconda del segno e dell’intensità delle variazioni, otticamente, come un cambiamento nella diffrazione del punto; acusticamente, forse come un’esplosione o un’implosione cavitativa; fisicamente, come onda d’urto o come differenza di pressione.

E nel fluido teorico del caos?

L’effetto è simile a quello di un’onda d’urto sferica che parte dal punto d’origine, espandendosi continuamente e diminuendo continuamente d’intensità. Nella gigantesca marea dell’entropia, un evento del genere è rilevabile solo sotto la forma di minuscole onde. Gli intervalli fra un’onda e l’altra e la reciproca interferenza delle onde d’urto entropiche formano quelle che potremmo chiamare linee del caos.

Ma come si fa a individuare le onde?
L’individuazione è il problema minore. Costruire un rilevatore può essere semplice quanto forgiare un diaframma di ferro in un’atmosfera a base d’ossigeno. Dato un sistema di misurazione abbastanza sensibile da registrare accelerazioni o decelerazioni delle variazioni entropiche naturali, è piuttosto facile veder passare le onde. Quello che è difficile è l’analisi matematica delle onde per situarle in punti significativi del tempo e dello spazio.

Ho parlato all’inizio di causa ed effetto. Anche se fosse possibile localizzare l’evento che ha causato qualcosa, come individuare l’effetto?

Eppure è semplice.

L’uno è soltanto l’inverso dell’altro. Non esiste differenza tra causa ed effetto, tranne la direzione che si usa per leggere il tempo. Questo concetto deriva dagli studi sulle particelle elementari. Sia la causa che l’effetto determinano “scintillii” entropici rilevabili, che diventano il centro di sfere d’urto in continua espansione. Se si riesce ad analizzare la sfera d’urto sino a determinare il raggio della sua curvatura e la sua intensità, è possibile determinare la posizione di una causa o di un effetto sia nel tempo sia nello spazio, estrapolando lungo l’asse geocentrico.

Teniamo a mente questo: la caratteristica più significativa di una causa e di un effetto vicendevolmente legati è che quegli avvenimenti, e solo quelli, avranno assi coincidenti. Se riesci a localizzare uno dei due, in genere è facile rintracciare anche l’altro.

Perché il tempo altro non è che una sequenza infinita di eventi posti tutti sullo stesso piano.

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