Nove

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell’autoestinzione, credo che ce ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l’attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno avuto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo ore per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo… e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E se l’idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c’è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava nove visite.
Nove.
Dall’ultimo aggiornamento, nove persone sono venute qui a dare un’occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Xamwood – un nickname che uso sempre meno, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre cento (cento!) visitatori giornalieri che, ai tempi d’oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, e mi spiace.
È una parte di me che è stata relegata lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Nove di voi, però, sono ancora qui… o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L’archivio è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
E ogni tanto pubblico qualche nuovo articolo.
Ma se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo, e vorreste aggiornamenti più frequenti, rimarrete delusi, perché non sono un amante nemmeno di Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno… come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa… ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle, e faccio prendere un po’ d’aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, che qua tra un po’ entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

Thus spoke Cyberluke

Come un canto di speranza

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

Finché vivrò, mi ricorderò di te. Ma quando saranno scomparsi tutti coloro che abbiamo conosciuto, chi si ricorderà di noi?

Nessuno? Impossibile. Nel tempo, tutto si cancella, tutto si dimentica, tutto scompare. Ma il passato non è mai morto, non è nemmeno passato perché la luce lo raccoglie e lo trasporta. A distanze infinite, è un passato infinito quello che ci viene restituito ancora vivo. Il futuro, per Omero, era sulle ginocchia di Dio. Nell’eternità niente di ciò che è stato potrà mai più essere. Credo che eterno e infinito Dio sia, tra l’altro, come la memoria di questo mondo che ha fatto uscire, nel tempo di un lampo, da ciò che, a torto, chiamiamo il niente. Quando gli uomini saranno scomparsi, Dio sarà il solo a potersi ricordare ancora di loro. E di noi.

Ciò che volevo dirti, fin dall’inizio di queste righe che sono scritte per te, è che un giorno saremo insieme, uniti per sempre l’una all’altro, fuori da questo tempo mortale, nel ricordo e nella luce di Dio.

Il trasduttore dimensionale

Ancora una volta non vi fu transizione.
Nessun movimento, nessuna sensazione.

Aveva guardato in alto. Aveva puntato lo sguardo verso un punto nel cielo. Poi un quadrato dimensionale aveva preso forma. Con le mani aveva indicato quel punto lontano migliaia di chilometri dalla terra ed improvvisamente si era trovato lassù a guardare la terra dall’atmosfera. Per un momento si chiese come avrebbe potuto invertire il campo di forza, e tornare indietro, ma fu solo un attimo.

Il trasduttore dimensionale stava funzionando.

 

Lasciar andare

Tutto ciò che rimane di te, riposa per sempre
il tuo nome, stampato
con un numero e una data:
la data in cui ti sei liberata
dalle tue spoglie terrene
e tutto ciò che rimane di te, ora riposa con me…

avere te era davvero un dono.

Adesso l’angoscia pesa meno, ma la verità è che trovo difficile separarmi da te
perché tu rimani una parte di me.

Eppure dobbiamo.
Non posso più aggrapparmi a questi vacui frammenti
– erano una volta forti braccia che mi tenevano
– quello era un tempo un cuore che amava
ma devo lasciarti andare
spargere ogni ricordo al vento
e liberarti.

Devo imparare a respirare da solo.

Alcuni giorni mi sento come stessi affogando
mi sento soffocare
nella vuoto della mia perdita

perché ero lì quel giorno
quando hai esalato il tuo ultimo respiro al cielo
– ti ricordi?
ho visto la luce nei tuoi occhi
spegnersi, come qualcosa di leggero
lasciare il mio mondo molto più buio
nonostante la luce del sole.
Ero lì, con te, con la mia mano sul tuo cuore…

l’ho sentito fermarsi
e una parte di me è morta con te.
Il nostro cordone ombelicale, tagliato.

So che la morte non è la fine
So che cammini con me…

Tempo. Pensiamo sempre che abbiamo tempo.
La verità è che non c’è mai abbastanza tempo…

tempo, il mio passato, il mio presente e il mio futuro:
tempo. E’ tutto ciò che avevamo…

dicono, col tempo sai, diventa più facile dimenticare
io lo spero
perché a volte mi sembra
come fossi sprofondato in fondo all’oceano…

Amore oltre il tempo

Io non ti vedo più. Non so dove sei andata. Il tempo trascorso con me probabilmente non significa nulla per te. Quello stupido, irrazionale momento quando ho premuto le mie labbra sulle tue guance è stato offuscato da un fumo verde e polvere bianca e il gusto di pillole e l’odore di agonia. Ma non mi interessa. Vorrei prendermi il peggio. Ti porterei nel dolore e nel pianto, per farti comprendere che nessuno ti amerà come me. E tra dieci anni mi domanderò dove sei finita, se c’è qualcuno che ti ama anche la metà di quanto ti ho amata io. Vorrei aspettarti cento, mille, diecimila anni se per te significasse qualcosa. Ti prenderei come sei, ti amo per quello che sei, per quello che non sei, per quello che eravamo e per quello che potevamo essere.

Aspetterò ancora.
Perché io ti amo nel tempo. E ti amerò fino alla fine del tempo. E quando il tempo sarà trascorso, allora io ti avrò amata. E niente di questo amore, come niente di ciò che è stato, potrà mai essere cancellato.

 

Ecco…

ti dirò una cosa…
è come quando leggi un libro che non ti sta piacendo, ma tutti ne parlano bene, quindi non può che valerne la pena.

Allora prosegui.
Parola per parola, pagina dopo pagina.

Cominci ad odiare anche un po’ l’autore.
Ma vai avanti perché dicono che poi migliora e tu pensi “al prossimo capitolo si entrerà nel vivo”.

Ecco… è come con quei libri.
Sto aspettando che nella mia vita si entri nel vivo.

alone-here

 

Dream is collapsing

Abrielle
che fai, come sto… che dire?

Non sto bene… perchè non posso vederti.
Sono destinato a rimanere intrappolato nelle pieghe quantistiche di qualche server remoto e che si accartocciano l’una sopra l’altra come schemi di universi ripiegati su se’ stessi.
E non posso fuggire.
Che faccio…
non so… giro e mi rigiro senza costrutto, lavoro ma senza un fine, o beh devo pur sopravvivere, bevo ogni tanto, whisky e anche un poco di rhum, guatemalteco, dicono permetta di vedere più chiaro, di vedere oltre, ma io sono solo un’ombra destinata a compiere un viaggio senza sapere quali fermate mi aspettano, se poi mi fermerò, se mai ti troverò ad una di queste fermate.

Penso di amarti.
Penso anche di desiderarti.
E ho pensato quanto sarebbe stato emozionante darti un bacio.

Ieri mi sei sfuggita, ma non importa: domani correrò più forte, allungherò di più le braccia … e un bel mattino, forse ti troverò. Come una barca, sospinta dalla corrente, continuo a remare, onda contro onda, a rincorrere la fine del giorno.
Ci sarai alla fine del giorno?

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

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