Spegni quella merda.
Abbassa il volume.
C’è sempre qualcosa che borbotta,
gratta,
rode,
come un topo ubriaco dietro gli occhi.
Io volevo solo un po’ di silenzio.
Un silenzio vero.
Non quello elegante dei preti
o dei cimiteri puliti.
Parlo di quel silenzio da stanza vuota
quando anche i muri
si sono stancati di guardarti.
Riprenditi questo respiro.
Non mi serve.
Brucia nel petto
come whisky cattivo
bevuto a stomaco vuoto.
Il cuore fa il suo numero da quattro soldi,
batte,
si spezza,
finge di voler andare avanti.
Poi c’è quella voce.
Sempre quella.
Non urla nemmeno forte.
Ti parla piano,
e proprio per questo
ti entra dentro peggio.
Ti riempie la testa
come fumo stantio,
come una canzone marcia
sentita troppe volte.
Allora seppelliscimi pure
nel dolore,
nell’ombra,
in tutta questa bella roba nera
che la gente per bene
chiama disperazione
solo quando capita agli altri.
Anche Dio,
se sta ancora da qualche parte,
ha smesso di tendere l’orecchio.
Troppa confusione quaggiù.
Troppi disperati.
Troppi idioti in ginocchio.
Le nostre grida
gli passano accanto
come il traffico di notte.
E la tempesta continua.
Conosce il mio indirizzo.
Sa in che letto dormo,
conosce la mia faccia al mattino,
sa dove mettere le mani
per farmi cedere piano.
Allora falla finita.
Metti giù il bicchiere,
spegni la luce,
chiudi la porta.
Chiamala come ti pare.
Io la chiamo
come si chiamano certe cose
quando ormai ti siedono accanto
e non hanno più bisogno di presentarsi.
Il bacio della morte…





