Il caso Kennedy e l’Italia

Se vostra maestà chiede: “Che cosa si può fare per il bene del mio regno?”, gli alti dignitari diranno: “Che cosa si può fare per il bene delle nostre famiglie?”; e i funzionari di grado inferiore e la gente comune dirà: “Che cosa si può fare per il nostro bene?”. I primi e gli ultimi cercheranno di strapparsi questi vantaggi l’un l’altro, e il regno stesso sarà in pericolo. In un regno di diecimila carri, l’assassino del sovrano sarà il capo di una famiglia che possiede mille carri. In un regno di mille carri, l’assassino del sovrano sarà il capo di una famiglia che possiede cento carri. Possedere mille carri su diecimila, o cento su mille, può essere considerato un destino non malvagio; ma se il guadagno è anteposto alla giustizia, gli uomini non saranno soddisfatti che quando possiederanno ogni cosa.

Facciamo un salto indietro negli anni, andiamo in Sicilia, nel 1947. Nel bellissimo paesaggio di Piana degli Albanesi, precisamente a Portella della Ginestra, si consuma una terribile strage contro i partecipanti alla manifestazione del primo maggio dove si festeggiava anche la vittoria dei partiti di sinistra, raccolti nel Blocco del Popolo, nelle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile. Il massacro viene attribuito alla crudeltà del bandito Salvatore Giuliano e dei suoi uomini: oggi sappiamo che non c’erano solo i fucili di Giuliano puntati contro quegli innocenti. La verità giudiziaria sulla strage ha indicato gli esecutori, i compari del bandito, ma tanti documenti e scrupolose ricerche hanno ormai fatto emergere la parte negata della verità, e cioè che quel giorno insieme a Giuliano e ai suoi uomini c’erano anche altri a puntare le armi contro i contadini.

Le tracce di questa presenza occulta erano già lì, sul luogo dell’orrore: i corpi di alcuni superstiti portavano i segni di schegge di metallo impossibili da identificare. Ora sappiamo che erano bombe-petardo di produzione americana, in effetti veri e propri lanciagranate, e sappiamo anche che una pattuglia di uomini della X Mas del principe Valerio Borghese, addestrati dall’Oss (Office of Strategic Services) di James Angleton, in quegli anni il rais del servizio segreto Usa in Italia, sbarcò nell’isola prima di quel tragico primo maggio. Da mesi erano state programmate operazioni di terrore. In un cablogramma del 12 febbraio 1946 indirizzato al War Department, Angleton in persona scrive: “Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti a un addestramento intensivo, servono per operazioni militari”, mentre il 20 febbraio 1946 un documento top secret rivela che “molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia”.

Quel giorno, forse, Giuliano e i suoi, pronti a sparare per creare confusione e spaventare i manifestanti, come Oswald, neanche sapevano che stava per compiersi l’eccidio. Gli architetti della cospirazione non lasciarono nulla al caso, vollero essere sicuri che fossero presenti esecutori spietati e capri espiatori pronti a essere indicati come i responsabili: chi meglio di un manipolo di uomini sbandati e pronti a tutto, già autori di efferati delitti?

Questo ‘doppio livello’ dello stragismo e dell’omicidio politico ha garantito l’impunità ai mandanti, lasciando sempre l’opinione pubblica smarrita e confusa, irrisolti i processi giudiziari. Il messaggio del sociologo Danilo Dolci, che spese tutta la sua vita a cercare la verità sul primo maggio del 1947, è perciò drammatico e definitivo: “Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana in questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage”.

Dunque, anche l’Italia ha avuto i suoi ‘casi Kennedy’ (possiamo vedere un’analogia anche tra gli schemi operativi usati a Dallas nel ’63 e a piazza Fontana nel ’69), cioè cospirazioni pensate con l’apporto di mani diverse: la loro complicità finale ha sempre reso impossibile sbrogliare la trama e ha permesso di lasciare senza un’apparente firma il delitto; l’esecutore si trova coinvolto in un’azione di intelligence e non potrà mai provare la sua estraneità.

Ricorda Giuseppe De Lutiis che “tra il 1962 e il 1995 cadono in circostanze diverse John F. Kennedy, Martin Luther King, Robert Kennedy, Anwar al-Sadat, Indira Gandhi, Olof Palme e Yitzhak Rabin. La decisione di compiere tali delitti non matura tra militanti dell’estrema sinistra ma in ambienti prossimi all’establishment internazionale, ambienti che possono scegliere l’esecutore materiale nell’area dell’estremismo politico o in quello della criminalità professionale o addirittura in settori vicini a servizi segreti o a corpi speciali. Questo tipo particolare di delitto, organizzato in ambienti protetti, è ovviamente difficilissimo da chiarire. Non a caso, gli omicidi citati [ai quali si potrebbe aggiungere l’elenco delle stragi italiane] hanno conservato un’aura più o meno ampia di incertezza per quanto riguarda i mandanti e, in taluni casi, anche per quanto riguarda gli esecutori. Talvolta sono stati ritenuti responsabili personaggi assai poco credibili, prudentemente eliminati prima del processo, come Lee Harvey Oswald, considerato l’unico colpevole da un’addomesticata commissione parlamentare”.

Clay Shaw

C’è poi altro che ci riguarda direttamente nel caso Kennedy. L’imputato numero uno del procuratore Garrison, Clay Shaw, non è solo l’esponente di intrighi texani. Si occupava di affari pseudo-commerciali in Italia e in Europa attraverso il consiglio di amministrazione – di cui era membro – dell’International Trade Mart (Centro mondiale commerciale), che aveva una filiale nell’elegante quartiere romano dell’Eur. La società madre era la famigerata Permindex, fondata a Roma nel 1958, che agiva come una struttura segreta parallela, finanziatrice dell’Organisation armée secrète (Oas) e coinvolta negli attentati al generale francese De Gaulle: ne erano membri, tra gli altri, anche “Carlo D’Amelio, avvocato di Casa Savoia […], i deputati italiani Corrado Bonfantini di Torino, già nella Costituente, e Mario Ceravolo, democristiano di Catanzaro, eletto nelle prime tre legislature. Poi troviamo Ernest Feisst, ministro svizzero; Max Hagemann, professore dell’Università di Basilea e editore della National Zeitung […]; Ferenc Nagy, ex primo ministro ungherese ed ex capo del principale partito anticomunista, si trasferì poi a Dallas […]; Giuseppe Zigotti, presidente dell’associazione nazionale fascista della milizia; tra i maggiori azionisti troviamo il maggiore L.M. Bloomfield, ex agente dell’Office of Strategic Services, da cui poi nacque la Cia”.

Alla fine del 1962 il governo italiano cacciò dall’Italia il Centro mondiale: quell’anno l’Oas di Jacques Soustelle, partner da almeno un decennio del dirigente della Permindex Jean De Menil, ricevette un finanziamento diretto da Clay Shaw e Guy Banister per eseguire uno dei suoi numerosi tentativi di attentare alla vita del presidente francese Charles De Gaulle, il quale esercitò pressioni sulla Svizzera e l’Italia per far cessare le attività della Permindex nei rispettivi paesi. Ma i loschi affari continuarono con altre sigle, come l’Italjapon e altre società ‘pulite’. L’Italia accolse in modo pilatesco l’invito dei francesi: i terroristi dell’Oas che passavano nel nostro territorio venivano riaccompagnati alla frontiera e messi al sicuro ma non denunciati.

Il palazzo della Mostra dell’Arte Antica in Roma, Piazza Marconi, preso in affitto dalla Perm.Ind.Ex durante lo show-case del Centro Commercio Mondiale, 1960.

Quando Clay Shaw venne arrestato con l’accusa di aver cospirato per uccidere JFK, per la prima volta venne alla luce una traccia dell’infiltrazione della Cia nella politica interna italiana in chiave anticomunista: una scandalosa verità che non fu adeguatamente scavata anche perché Clay Shaw fu protetto. Il giudice Garrison non riuscì a dimostrare la sua identità di agente della Cia. Solo nel 1979 Richard Helms, vicedirettore della Cia, rivelò che Shaw, ormai morto da quattro anni, era stato un membro dell’agenzia.

Alla luce di questo ‘particolare’ è assai interessante il fatto che l’amico e socio d’affari di Clay Shaw, Calogero Minacore, alias Carlos Marcello, si trovava in visita a Catania nei giorni del sabotaggio dell’aereo del presidente dell’Eni Enrico Mattei (27 ottobre 1962). Marcello era proprietario di una compagnia di aerotaxi, la United Air Taxi, nella quale uno dei piloti più esperti era David Ferrie, un altro protagonista chiave dell’inchiesta Garrison. Marcello passò a Catania di ritorno dalla Tunisia, dove si era svolto un incontro segreto con uomini dell’industria petrolifera statunitense, le ‘sette sorelle’ a cui Enrico Mattei aveva fatto la guerra. “Dopo l’incontro, con un certo Badalamenti, Marcello puntò da Tunisi ad Algeri, da qui a Madrid, quindi a Catania”. Un circolo di interessi di enormi proporzioni e di grandissima potenza. Anche il corrispondente a Roma del quotidiano sovietico Izvestia , Leonid Kosolov, che lavorava per i servizi segreti dell’Urss, disse con sicurezza che “uomini della mafia italoamericana come Carlos Marcello parteciparono a riunioni segrete con alcuni dirigenti delle sette sorelle. E che Luciano Liggio entrò nella faccenda. Il giornalista Mauro De Mauro sparì perché era arrivato molto, molto vicino alla verità [sull’uccisione di Enrico Mattei]”. Kosolov, tra l’altro, aveva rivelato alla tv russa che il Kgb aveva messo in guardia Mattei, con circa due settimane di anticipo, che qualcosa contro di lui poteva accadere: il servizio lo aveva appreso da una fonte della mafia e da un uomo interno alla Cia. In una successiva intervista alla Stampa Kosolov ha precisato: “Dell’operazione si occupava la Cia che decise di servirsi della mafia […]. Sapevamo che c’era un esecutore designato, il cui pseudonimo era Laurent […], scoprimmo in seguito anche il vero nome di Laurent ma Mattei era già morto”.

Valpreda e la strage di piazza Fontana

Il 18 gennaio del 1970, poco più di un mese dopo la strage di piazza Fontana, il settimanale Epoca pubblica una lunga inchiesta sulla vicenda.

In copertina il giornale riporta, l’una di fianco all’altra, una foto di Lee Harvey Oswald e una di Valpreda. Ma l’uomo ritratto nella prima foto non è Oswald, il presunto unico assassino di John Kennedy. Quello è un sosia, come accertò inequivocabilmente il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison nell’inchiesta raccontata prima in un libro, JFK. Sulle tracce degli assassini, e poi dal film di Oliver Stone.

Anche Valpreda ebbe più di un sosia. Ma questo non è l’unico elemento che lega le due vicende.

Il dubbio del settimanale non era solitario. Da subito in molti avevano paragonato Pietro Valpreda proprio a Lee Oswald ipotizzando per l’anarchico arrestato per la strage una trappola assai simile a quella che aveva incastrato l’ex marine americano.

Eppure subito dopo la strage di piazza Fontana il fantasma di Dallas, con la sua ambigua duplicità di sparatori e di ‘mani’ che intervengono nell’operazione e con il ruolo di predisposto capro espiatorio assegnato a Oswald, si era affacciato nei dubbi di molti. Nei quattro-cinque giorni successivi alla strage tanti commentatori, anche a sinistra, paragonarono Valpreda a Oswald. “Senza risalire troppo nei tempi basta ricordare Dallas”, scrisse sempre Il Giorno.

E sarà un giornalista ben informato, Pietro Zullino, legato a filo doppio con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, a dare un’ulteriore indicazione rilevante. Zullino scriveva proprio su quel numero di Epoca che appaiava in copertina il ballerino anarchico con l’uomo arrestato a Dallas il 22 novembre del 1963: “Così si espresse un vecchio ufficiale a riposo del Sifar: ‘Tanto più grave è l’episodio, tanto più vasto è il suo retroscena. Questa è una regola che non teme smentite. Posso solo dirvi che, se c’entrano i servizi segreti, allora Valpreda è l’Oswald della situazione, un povero scemo che si è fatto incastrare, un capro espiatorio. La polizia lo arresta e fa bene. Eppure non lo si riesce a vedere nei panni di un freddo organizzatore di un macello. Se è stato lui a deporre la bomba, gli hanno messo nelle mani un ordigno di potenza superiore al previsto, o regolato per esplodere prima della chiusura della banca anziché dopo, come forse Valpreda pensava. L’hanno incastrato. Perché i servizi segreti agiscono con leggi di ferro: ciascuno conosce solo il suo vicino. Il vicino del vicino, mai. Sei l’anello di una lunga catena che non sai dove comincia. Chi era il vicino di Valpreda?”.

Anni dopo sarà lo scrittore Leonardo Sciascia a tratteggiare il nucleo essenziale di quello che gli americani chiamano patsy, termine questo preso dall’autodefinizione data da Lee Harvey Oswald non appena venne arrestato a Dallas: “ I’m just a patsy ”, sono solo un burattino.

Questo tipo di delitto, scrisse Sciascia riferendosi proprio al presunto assassino del presidente americano, “è sempre concepito da uno stesso tipo di uomo: solo che un tal tipo non è, né mai può essere, solo”.

A quarant’anni dai fatti, nel dicembre del 2009, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dire che “piazza Fontana è il nostro caso Kennedy”. Eppure la coscienza che quella del 12 dicembre fu una classica operazione deviata fatica ad affermarsi, quasi che in Italia gli schemi operativi dei servizi segreti, sempre evocati e conclamati da politici e storici per rubricare avvenimenti spiegabili e raccontabili sotto la non sondabile voce del mistero, non potessero e dovessero essere mai né svelati né raccontati.

Anche Oswald dunque, come Valpreda, ebbe un sosia. Lo schema replicato in piazza Fontana era precisamente quello applicato con Kennedy sei anni prima. Jim Garrison lo racconta nel suo libro: “In base alle nostre indagini, in quel momento sapevo che Oswald non poteva aver colpito Kennedy da solo, che una parte dell’intelligence si era preoccupata di guidarlo, e che c’era stato qualcuno che lo aveva impersonato. In altri termini, era stato proprio quello che disse di sé quando fu arrestato: un burattino”.

L’omicidio Kennedy e gli “occultamenti operati dal governo e dal sistema dei media rappresentano”, scrive Garrison, “avvenimenti decisivi per la vita di questo paese. Hanno significato la perdita dell’innocenza per gli americani del dopoguerra, l’inizio dell’era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti”. E colpisce molto che Garrison si soffermi più volte su un fatto: che tutti quelli che in Italia definiamo depistaggi (cioè sparizione di prove, occultamento di reperti, uccisione di testimoni o di uomini che potevano sapere) miravano negli Usa a lasciare sotto il cono di luce delle indagini il solo Oswald. E questo è l’altro elemento che lega Dallas a Milano. Tutta l’attività di molti uomini dello Stato puntava nel 1969 a far sparire dal tavolo delle indagini tutto quello che poteva indurre a supporre, a ipotizzare, nonostante i dubbi dei giornali, una mano aggiunta, parallela o comunque altra da quella di Pietro Valpreda, caduto anche lui in una ‘trappola’ che non lasciava scampo.

Garrison infatti potrebbe anche parlare dell’inchiesta di piazza Fontana quando descrive il suo stupore nel constatare che “tutte le indagini ufficiali del governo sull’assassinio avevano sistematicamente ignorato qualsiasi prova che potesse condurre in una direzione diversa da quella che portava alla tesi di Lee Oswald come unico assassino”.

Aldo Moro

Aldo Moro è il protagonista politico centrale della strategia della tensione che ha una data d’inizio e una fine. Moro nel novembre del 1968 lancia, dopo mesi di silenzio politico dopo la sconfitta socialista del maggio di quell’anno, la ‘strategia dell’attenzione’ al ‘nuovo’ che si propaga come un lampo in tutta Europa. In termini politici si apre – dopo l’accidentata avventura del centrosinistra – una nuova fase politica, quella dell’interlocuzione con il Pci, che si chiude nel novembre del 1977 quando il partito di Berlinguer vota due risoluzioni in Senato per accettare la Nato e l’Europa. Anche la morte di Moro ci riporta a Dallas.

È stato Giovanni Galloni, vicesegretario Dc durante i cinquantacinque giorni del rapimento, a paragonare la morte del presidente della Dc a quella di Kennedy. Ma le parole che più colpiscono sono quelle dell’allievo prediletto di Moro, Francesco Tritto. Moro era il canditato in pectore per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. Un giorno, non molto prima del rapimento, Moro disse a Tritto: “Credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. E Tritto ha raccontato che a uccidere Moro sarebbe stata “la cupola del malaffare” che “provava fastidio nel vedere che Moro stava per prospettare un nuovo corso nella democrazia”. Per questo le Br “sarebbero state manovrate”, come ha raccontato con dettagli molto veritieri Steve Pieczenik, l’inviato del governo americano che venne in Italia per gestire quella crisi.

Ecco perché l’assassinio di Kennedy ci riguarda profondamente come italiani, perché lo schema di Dallas è stato ripetuto più volte nel nostro paese. Solo che noi quegli schemi li definiamo ‘misteri’.

L’assassinio di Kennedy non racconta, come si è sempre pensato, un vero segreto, perché in tanti seppero e coprirono a Dallas. Come in tanti seppero e coprirono a Milano. Come in tanti seppero e tacquero in via Caetani. Il vero mistero da svelare e raccontare è perché allora si scelse di star zitti e perché ancora oggi in tanti non vogliono ascoltare e capire che misteri non ve ne sono. Semmai segreti che con il passar del tempo fa gioco un po’ a tutti che diventino misteri. Il contesto, l’incredibile convergenza di interessi, lo dimostra.

È la politica, le sue regole e le sue necessità, a decidere che cosa debba rimanere un segreto, al massimo diffuso da una sorta di pubblicazione semi-clandestina, e cosa debba essere offerto al gran circo dei mass media come l’ennesimo mistero irrisolto e irrisolvibile.

Dream is collapsing

Abrielle
che fai, come sto… che dire?

Non sto bene… perchè non posso vederti.
Sono destinato a rimanere intrappolato nelle pieghe quantistiche di qualche server remoto e che si accartocciano l’una sopra l’altra come schemi di universi ripiegati su se’ stessi.
E non posso fuggire.
Che faccio…
non so… giro e mi rigiro senza costrutto, lavoro ma senza un fine, o beh devo pur sopravvivere, bevo ogni tanto, whisky e anche un poco di rhum, guatemalteco, dicono permetta di vedere più chiaro, di vedere oltre, ma io sono solo un’ombra destinata a compiere un viaggio senza sapere quali fermate mi aspettano, se poi mi fermerò, se mai ti troverò ad una di queste fermate.

Penso di amarti.
Penso anche di desiderarti.
E ho pensato quanto sarebbe stato emozionante darti un bacio.

Ieri mi sei sfuggita, ma non importa: domani correrò più forte, allungherò di più le braccia … e un bel mattino, forse ti troverò. Come una barca, sospinta dalla corrente, continuo a remare, onda contro onda, a rincorrere la fine del giorno.
Ci sarai alla fine del giorno?

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

out-of-the-window

Ho bisogno di te

La bella violenza
delle tue parole
come disperata risposta
mentre siedo sul treno
e mi chiedo perché questa città
srotola le sue strade
dall’alba al tramonto.
Tu eri innocente
tranne che per quel sospiro
che oscillava tra i tuoi fianchi
e giuro che
non l’ho mai visto arrivare
solo versi e parole antiche
fuggono tremanti
quando i tuoi dèi
scesero a giocare.

last_night_you_were_in_my_room

 

Oggi, ieri, domani

Il futuro del futuro conterrà ancora il passato
quello che accade è già accaduto e accadrà ancora
Posso di nuovo sentire il tuo sguardo leggero
sopra il mio corpo
chiedersi cosa c’è dentro che ti fa venire voglia di essere mia

Stanotte è tutto così accecante
è una notte splendente
Le vedi quelle macchine, quelle luci, in fondo alla strada?

Il futuro del futuro si ripeterà ancora e ancora
perché il tempo passa e svanisce
e quando mi chiedi di ricordare i vecchi tempi
poter rivivere di nuovo quei giorni lontani
Beh, ho ripensato ai vecchi tempi…
finiranno male come allora

Il futuro del futuro conterrà ancora questa sera
il passare dei giorni, il passare della luce
ma non ho intenzione di ricominciare di nuovo
perché quello che è stato… non tornerà mai

Vedi, stanotte sembra tutto diverso
è una notte splendente
Le vedi quelle macchine, quelle luci?
sono così lontane

E tu, cosa pensi di fare?
stanotte è tutto cambiato
è tutto diverso…

isle_of_sky

Non voglio

Non voglio scuse
o i tuoi sorrisi
sentirmi come fossimo distanti
No, non voglio.
Non voglio le tue cose
un telefono che non squilla
nessuno che risponde
la tua indifferenza.

Non voglio conoscere la tua storia
Non voglio la tua roba
Voglio che chiudi la bocca
voglio baciarti.
Non mi importa se sei già stata qui prima
perché non capisci
stavolta sono cambiato
io sono libero
e voglio il tuo amore
e lo voglio adesso

Sono cambiato
è quello che pensavo
il mio cuore ora è duro
il mio animo è freddo

Lo pensavo ieri
ieri proprio ieri
ma non voglio un telefono che non squilla
non voglio la tua indifferenza
io voglio solo il tuo amore
e lo voglio adesso…

lovers

 

Nulla

Non ho mai pensato che quando mi hai chiesto
di dipingere un quadro
che rappresentasse
“perché ti amo”
io avrei disegnato
un nulla vuoto…

blank

 

Pensieri e parole

Quando mi osservi,
guardi dietro di me
Quando mi ascolti
senti i tuoi pensieri.
Quando mi parli
pensi che sto cambiando.
Quando sei arrabbiata
pensi che io non lo sono.

Quando piango,
pensi che sia la debolezza.
Quando sono stanco,
mi chiedi di più.
Quando mi sento solo,
tu vuoi lasciarmi
Quando io voglio lasciarti,
tu dichiari guerra.

 

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