Una volta

La vedi questa donna? Si lei.
Beh, una volta era tua…
Ricordi?
E ora non lo è più.
Una volta tu l’amavi e ora non sai più nemmeno come sta.
[Ma forse non l’hai mai saputo].

Lo vedi quel libro, pieno di lettere e poesie? beh, una volta erano tue, erano per te, ma ora non ci sono più.

Le vedi quelle sigarette? sono ancora lì, come le hai lasciate tu, e quel lenzuolo sporco di vernice bianca dove una volta leggevamo insieme è ancora lì, come l’hai lasciato tu.

Quelle scarpe, che una volta ti piaceva che indossassi,e quella giacca ancora piena del tuo profumo è rimasta lì, ad aspettarti..

E io?
Io sono ancora lì.

Lo vedi quel corpo?
La vedi quell’anima?
Lo vedi quel cuore?
Beh… Vedi.
Una volta ti amava…

E ora… non lo so più.

Il Mondo Virtuale

Penso che il mondo virtuale debba essere vissuto come un gioco, perciò dobbiamo giocarci, non prenderlo sul serio.
Solo in questo modo possiamo divertirci, e forse si possono fare anche imprevisti incontri interessanti.

Io credo che al mondo virtuale bisogna chiedere storie virtuali.
Poi, può capitare di scovare il grande amore, ma con la stessa probabilità di incontrarlo al supermercato.
Appunto, per puro caso.

Immagino Internet, le chat, come un immenso bazar che contiene di tutto: ci si deve accostare con lo stesso spirito con cui andremmo ad una pesca di beneficenza, dove si può vincere il pesciolino rosso nel sacchetto pieno d’acqua, ma quasi mai, o mai, il prosciutto messo in palio.

Il Terzo Aspetto

Si precisa che in questo testo i vari concetti sono adoperati senza che l’autore pretenda che questo modo di esprimerli sia, in tutti i casi, l’unico possibile.

C’è stato uno sbaglio, mi scusi, non volevo entrare, e poi tu mi hai sorriso, mi hai preso la mano, solo un brivido, un bacio, e abbiamo fatto l’amore. Ma è stato uno sbaglio.
Io non volevo.
Tu non volevi.
Le circostanze, è solo colpa delle circostanze.
Tu ti controlli, sai quello che succede e perché succede, non perdi mai la testa, nella tua vita c’è un posto preciso per ogni situazione…
Ma allora perché è accaduto tutto lo stesso?
E’ quello che ti chiedo, Francesca.
Sono questi i pensieri che ti agitano? o sono altri, inespressi, che non vuoi salgano in superficie?

Comunque, ho capito.
C’è qualcosa che non va.
Ed è così opprimente che non ti lascia libera di pensare.
Di agire.
Secondo il tuo cuore.
Perché tu mi ami, questo lo so.
E allora, perché farsi influenzare dalle emozioni?
La vita è una, e non ne abbiamo altre per verificare tutte le alternative possibili. Perché, in fondo, il punto fondamentale è quello di imparare a conoscere sé stessi. Solo la conoscenza dei nostri confini può farci vivere serenamente.

Io credo che tu ancora non abbia compreso la tua verità.
Il fatto di amare due uomini può essere in sé immorale.
E anche se ognuno di noi vive nel modo in cui la propria individualità gli consente di vivere, hai mai analizzato i tuoi sentimenti?
Sono ormai due anni che tradisci il tuo fidanzato.
E sono sempre due anni che non hai ancora preso una decisione.
Secondo me, c’è qualcosa che non torna.
Mi viene un dubbio. Abrielle mi guarda e sorride.
– Che, sei diventato un bigotto? – e ride, ride smentendo la mia presunta obiezione.
– No, ma ti chiedo un rinvio.

La prima ipotesi è che tu sia una persona “disponibile” al tradimento.
Per questo hai vissuto gli ultimi due anni in uno stato di confusione interiore: si può accettare l’idea di tradire qualcuno senza sentirsi immorali?
Ma proviamo a capovolgere il problema, perché se noi avessimo una scala di valori diametralmente opposta, tu non avresti compiuto alcuna azione immorale.
Questo è il punto dove voglio arrivare: l’immoralità esiste negli occhi di chi la vede.
Se tu per un attimo ti rendi conto di essere una persona disponibile al tradimento, allora dovresti accettare le conseguenze di questa realtà, e vivere libera da assurdi rimorsi o complessi di colpa.
Che ne dici?
…che in un mondo siffatto tutto è cinicamente permesso.

Ma veniamo alla seconda interpretazione.
L’assunto di questa ipotesi è che tu non conosca la tua natura e questa ignoranza ti porta stati di disagio e ambiguità.
La seconda ipotesi è che tu sia una persona superficiale.
Infatti, solo una persona superficiale, insensibile, potrebbe perpetuare un tradimento così a lungo.
Una tale persona si può anche rendere conto dell’immoralità della sua azione, ma non se ne dispera poi più di tanto.
Ecco perché può andare a letto con uno e con l’altro. Perché, in un certo senso, non “avverte” il problema.
Il malessere che prova è circoscritto solo alla situazione contingente, non avverte mai (o ignora) il problema nella sua interezza.
Quando, per qualche istante, e per qualsiasi causa, arriva a “comprenderlo”, allora cade preda di sconforti e crisi esistenziali.

Ecco, ho tracciato due aspetti che potrebbero corrispondere a due tipi psicologici.

Il primo aspetto lo definirei “tipo dei sensi”. Una donna portata a dare amore e volere amore. Per questo tipo psicologico nessun uomo è meglio di un altro. Tutti possono avere qualità attraenti. Di conseguenza non esiste alcun fidanzato né alcun amante. Ovvero non esiste alcuna categoria in quanto non esiste alcun tradimento.
Se ti identifichi in questo tipo, allora la nostra storia potrà terminare all’improvviso e non conserverà alcuna memoria.

Il secondo aspetto lo definirei “tipo delle passioni”. Questo tipo psicologico vive una sorta di “nominalismo” in quanto dà alle cose il senso che universalmente hanno (e quindi il fidanzato ha un valore, l’amante un altro, il tradimento è immorale) ma si pone nei confronti di questi oggetti in un rapporto passionale, quasi sottomettendosi ad essi, vivendoli per il valore che intrinsecamente hanno, senza riuscire mai a collegarli, e dunque senza mai riuscire a staccarsi dalla superficie sulla quale galleggiano, come isole perdute di una sconosciuta identità.
Se ti identifichi in questo tipo, allora la nostra storia può durare indefinitamente ma non avrà mai un vero futuro.

Rimane a questo punto l’ultima ipotesi, ancora inespressa, quella più vicina alla realtà quale me la figuro.

Il terzo aspetto è che tu abbia vissuta la tua vita solo nella fantasia. Questo può accadere quando si avverte la vita come “negativa”, perché si voleva una famiglia diversa, un ambiente diverso, altri amici, altre occasioni, arrivando a non solidarizzare mai con sé stessi, e rifiutando inconsciamente la propria immagine.
Questo aspetto determina due conseguenze: da una parte, il rifugio in un mondo onirico, costruito secondo le proprie aspirazioni; dall’altra, il senso di una profonda rivalsa nei confronti del mondo reale.
Una persona di questo tipo non amerà mai nessuno, la sua scala di valori morali non avrà mai una reale importanza. Ecco perché una persona di questo tipo può tradire: perché solo il tradimento può affermarla in un mondo che lei non accetta.
E, d’altronde, l’amore esiste solo nella sua fantasia.
Nella vita reale, quella quotidiana, l’amore perde il suo contenuto e aleggia, vuoto involucro etereo, in una sostanziale estraneità.
Ed ecco che il problema per questa persona nasce quando un uomo si innamora di lei e quel sentimento è simile all’amore dei suoi sogni. Ecco il conflitto interiore: la realtà non è più sogno e il sogno è divenuto quella realtà.
Come comprendere la situazione?
Cosa scegliere?
– Ma io non so quale sia la scelta migliore – obietta Abrielle. E ha ragione. Non esiste la scelta “giusta”.

Non è possibile determinare in concreto la qualità e la portata di una scelta.
Non è possibile perché il sistema di riferimento che sta dietro a una scelta è basato sui nostri valori soggettivi. Per cui, qualunque scelta si compia, nell’essere il prodotto della prospettiva di quei valori, può anche risultare fuorviante.
– Ma allora tutte le scelte possibili sono fuorvianti – mi sorprendo a pensare e tento di ridere, ma cosa rido?
Se la scelta dipende da un soggettivo sistema di valori, è proprio nella sua qualità soggettiva che risiede quell’incapacità di essere, in definitiva, una scelta valida.
Ma allora come si può scegliere qualcosa di giusto? E cosa vuole dire “giusto”?
La giustizia è un ideale, un concetto astratto, e noi cerchiamo di uniformare le nostre scelte a questa astrazione…

E allora chiamo Abrielle a gran voce, incurante della paura di entrare nella dimensione della follia, e le chiedo perché abbia scelto di non scegliere.
– Perché tu capissi – mi risponde e un sorriso infantile le dipinge il viso.
– Non potevi spiegarti meglio?
– Non mi avresti compreso.
– Ma come puoi esserne certa?
– Lo sospetto.
– Ma esisti?
– No.
– Vuoi dire che non stiamo parlando insieme?
– Tu lo dici.
– Dimmi di più.
– Tu sai qualcosa di più.

Nove

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell’autoestinzione, credo che ce ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l’attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno avuto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo ore per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo… e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E se l’idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c’è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava nove visite.
Nove.
Dall’ultimo aggiornamento, nove persone sono venute qui a dare un’occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Xamwood – un nickname che uso sempre meno, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre cento (cento!) visitatori giornalieri che, ai tempi d’oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, e mi spiace.
È una parte di me che è stata relegata lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Nove di voi, però, sono ancora qui… o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L’archivio è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
E ogni tanto pubblico qualche nuovo articolo.
Ma se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo, e vorreste aggiornamenti più frequenti, rimarrete delusi, perché non sono un amante nemmeno di Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno… come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa… ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle, e faccio prendere un po’ d’aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, che qua tra un po’ entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

Thus spoke Cyberluke

Come un canto di speranza

Credo che ciò che chiamiamo realtà sia una sorta di sogno solido, coerente, continuo, passeggero e fragile, legato allo spazio e al tempo. Come la scena di un teatro di cui siamo gli attori, in cui entriamo nascendo e da cui usciamo morendo. Credo che il tempo, mischiato allo spazio, sia una bolla di cui siamo prigionieri. Una parentesi nell’eternità.

Credo che la morte sia lo scopo e il culmine di una vita di cui essa segna il ritorno all’eternità primitiva. Credo che la morte sia una vittoria travestita da disfatta e la soglia da varcare per entrare in una giustizia e in una verità di cui quaggiù inseguiamo soltanto le ombre.

Finché vivrò, mi ricorderò di te. Ma quando saranno scomparsi tutti coloro che abbiamo conosciuto, chi si ricorderà di noi?

Nessuno? Impossibile. Nel tempo, tutto si cancella, tutto si dimentica, tutto scompare. Ma il passato non è mai morto, non è nemmeno passato perché la luce lo raccoglie e lo trasporta. A distanze infinite, è un passato infinito quello che ci viene restituito ancora vivo. Il futuro, per Omero, era sulle ginocchia di Dio. Nell’eternità niente di ciò che è stato potrà mai più essere. Credo che eterno e infinito Dio sia, tra l’altro, come la memoria di questo mondo che ha fatto uscire, nel tempo di un lampo, da ciò che, a torto, chiamiamo il niente. Quando gli uomini saranno scomparsi, Dio sarà il solo a potersi ricordare ancora di loro. E di noi.

Ciò che volevo dirti, fin dall’inizio di queste righe che sono scritte per te, è che un giorno saremo insieme, uniti per sempre l’una all’altro, fuori da questo tempo mortale, nel ricordo e nella luce di Dio.

La mia malattia

Le mie dita sanguinano parole
che le mie labbra non possono pronunciare.
Quando provano a uscire
mi sento male e non posso continuare.

Potrebbe non essere contagioso,
ma è una malattia.
Tenersi tutto dentro
diventa difficile anche respirare.

Le bugie arrivano così facilmente
per coprire la verità.
È come una seconda natura
cresciuta dalla mia giovinezza.

È più profonda della convinzione
più seria di un pensiero.

È la mia strada
È la mia vita
È la mia malattia

Mi dispiace

Mi dispiace per le cose che ho fatto,
scusa per le cose che dico.
Scusa se ti ho parlato,
scusa se sono così.

Mi dispiace di essermi fidato di te
e mi dispiace che ti abbia mentito.
Scusa se ti ho deriso
scusa se ho pianto.

Mi dispiace di averti odiato
Mi dispiace anche di averti amato
Mi dispiace che tu mi abbia spezzato il cuore
e che ti appartiene ancora…