Aspettando Godot

Godot non è mai arrivato,
vero?
Il marciapiede ha imparato il tuo passo,
la panchina la curva delle tue spalle,
e l’orologio della stazione
ha consumato lancette su lancette
senza pronunciare il suo nome.

Forse ha preso il treno sbagliato,
uno di quei regionali lenti
che si fermano in paesi senza insegne,
dove il pomeriggio sa di ferro e anice.
O forse si è perso in un bar,
intrappolato nel vapore dolce dei bicchieri,
nel profumo che sfiora il collo
delle donne in vacanza,
libere per una sera dal calendario,
con risate leggere come foulard al vento.

Forse era la mappa a mentire:
quella linea rossa, netta, irreprensibile,
che tu chiamavi verità
come si chiama vangelo una promessa.
Magari l’ha condotto altrove —
a Kathmandu, tra bandiere che sfilacciano il cielo,
o in uno di quei luoghi
che giuravi di raggiungere da grande,
quando il mondo sembrava aprirsi
come una porta senza chiave.

O forse ha preso un aereo:
un volo con un numero anonimo,
direzione Detroit,
neon, capannoni, inverno.
E poi il bianco feroce delle Ande,
il metallo che urla contro il ghiaccio,
il silenzio dopo l’urto,
dove non si salvò
nessuno,
tranne la fusoliera,
vuota come una conchiglia dimenticata.

E tu resti.
Resti ad aspettare.
Aspetti la sua mano
che ti giri l’altra guancia
non per ferirti,
ma per dirti: “Sono qui.”
Aspetti un segno minimo —
una finestra accesa dall’altra parte della strada,
un fischio nel corridoio del vento,
un’ombra che conosce il tuo nome.

Aspetti che sia ancora vicino,
che abbia solo sbagliato ora, strada, stagione,
che si sia soltanto scordato,
in qualche angolo del cielo,
di essere la cometa
che doveva attraversarti la notte.

Torre di cristallo

Perché sai, un miliardo d’anni fa non c’era l’uomo, di nessun tipo.

C’era solo un pesce. Un affare viscido e scaglioso, con le branchie e gli occhietti rotondi.

Viveva nell’oceano, e l’oceano era come una prigione, e l’aria, su in alto, era il tetto. Quel tetto non si passa, dicevano tutti, se lo attraversi muori.

E c’era quel certo pesce: lo passò e morì. E quell’altro pesce: anche lui lo passò, e morì. Ma quell’altro pesce ancora, quando lo passò, gli bruciava il cervello, gli ardevano le branchie, e l’aria lo annegava, e il sole era una fiammata che gli incendiava gli occhi, e lui rimase sul fango ad aspettare la morte, e non morì.

Strisciò indietro fino all’acqua, rientrò dentro e disse a tutti: Ehi, lassù, c’è tutto un mondo nuovo, diverso dal nostro! E ritornò su, e ci rimase un paio di giorni e poi morì.

E gli altri pesci cominciarono a parlare di quel mondo nuovo, diverso. E strisciarono su, raggiunsero il fango della riva. E ci rimasero. E impararono a respirare l’aria. E impararono ad alzarsi sulle zampe, a camminare, a vivere con negli occhi il barbaglio del sole. E diventarono lucertole, e dinosauri e tutto il resto, e andarono in lungo e in largo per milioni di anni, e si rizzarono sulle gambe di dietro, e usarono quelle davanti per prendere in mano le cose, e diventarono scimmie, e le scimmie si fecero più furbe e diventarono uomini.

E sempre, per tutti quei milioni di anni, qualcuno di loro continuava a cercare nuovi mondi.

Tu gli dici: Dai, torniamocene nell’oceano, riprendiamo a fare i pesci perché è più comodo. E può darsi che gli altri, metà degli altri o forse più, sarebbero disposti a farlo, ma trovi sempre qualcuno che ti rimbecca: Non dire fesserie. Non possiamo più tornare a fare i pesci: adesso siamo uomini. E indietro non si torna mai. Si continua ad arrampicarsi, a salire.

Qualunque cosa fosse

Hai scritto “SPOSAMI” sulla sabbia.
Proprio così,
tutto maiuscolo,
e io ho detto sì.

Mi hai portato in cima al mondo.
Abbiamo guardato tutto dall’alto,
E tu hai detto: “Vedi quei bambini?
Un giorno ne avremo alcuni
proprio come loro”.
E io ho detto sì.

Mi hai portato tra le lenzuola,
hai detto che andava bene
eravamo sposati nei nostri cuori,
e io ho detto sì.

Poi il mio cuore si è fermato.
Non volevo più farlo.
Ti ho detto che se mi amavi,
avresti potuto aspettare.

E tu non mi amavi.
E hai detto che avremmo dovuto chiuderla lì.
E io ho detto no.

Ma tu non mi hai ascoltata…

Corri

Vai, allora
corri dove la fine del mondo
ti aspetta in silenzio.
Le mie molte bocche non ti fermeranno.
Ti piace come l’aria scivola via
e il sole viene aspirato
in un barattolo.
Ti piace il mio disagio:
il brodo sottile e le coperte
e le mie labbra screpolate
che inseguono la pioggia sul vetro.
Non mi sdraierò
né mi crogiolerò.
Non ti raccoglierò
tra le mie mani
né comporrò un inno
alla tua distruzione.
Fingerò solo di dormire,
di respirarti
come una bolla
e crederò che la tua partenza
sia la mia ultima parola.

Falso Profeta

I resti delle tue riflessioni
ti fanno inciampare
ti fanno cadere
sull’asfalto rovente,
tra spilli luminosi
e frammenti di vetro nero
che ti si conficcano sotto le unghie.
Volteggi e intrecci guai
come ragni in barattoli
dove le zampe si aggrovigliano
e gli occhi diventano lucidi
nell’aria soffocante
con il tempo sprecato
che impazzisce
come un orologio rotto
i fili neri delle tue bugie
tirati con forza
con i tuoi denti bianchi e affilati
appesi come vecchie notizie
in un angolo,
appassiti come il tuo cuore
sputato fuori come un seme demoniaco
nella testa di qualcun altro.