Melograni

I suoi baci
non sono come il vino
Sono più complicati
e melliflui
di quello che macchia
le labbra di un poeta
e lascia i suoi sensi
offuscati.
Non sono come il miele,
quel dolce morboso
flusso impregnato
di luce densa e ambrata
che si aggroviglia
intorno alla sua lingua
Invece, sono come
melograni
abbondantemente rossi
e densi di succo,
la loro carne pulsa
sulle mie labbra
e quell’oscurità
un delizioso ricordo
dell’ultimo desiderio di Eva.

Orione

Lascia che le stelle protestino
lasciale cadere
ruvide e trasandate.
Orione
è al nostro fianco stanotte,
e la polvere di molto tempo fa
si deposita da questa parte
del Paradiso.
L’aria si è diradata
si riposa su di noi
e come uno uno scialle d’argento
si dipana attraverso la volta
del cielo e indugia dove
le nostre dita si stringono.
Abbiamo perso la luna
quel possente custode di bugie
e i desideri
che solo le vergini suscitano in estate
e la notte,
quel nudo guerriero,
arrossisce in questo caldo insopportabile
e trattiene i nostri sensi
in ostaggio.

 

5 ragioni per cui potremmo vivere in un Multiverso

L’universo in cui viviamo potrebbe non essere l’unico. In effetti, il nostro universo potrebbe essere solo uno di un numero infinito di universi che compongono un “multiverso”.
Sebbene il concetto possa generare incredulità, ci sono molte teorie matematiche che giungono a tale conclusione. E non c’è un modo univoco per arrivare a un multiverso: numerose teorie della fisica indicano in maniera indipendente tale conclusione. In effetti, alcuni scienziati pensano che l’esistenza di universi nascosti sia molto probabile.

Ecco le cinque teorie scientifiche più plausibili che affermano che viviamo in un multiverso.

1. Universi infiniti
Gli scienziati non possono essere sicuri di quale sia la forma dello spazio-tempo, ma molto probabilmente è piatta e si estende all’infinito. Ma se lo spazio-tempo continua per sempre, allora deve iniziare a ripetersi ad un certo punto, perché ci sono un numero finito di modi in cui le particelle possono essere disposte nello spazio e nel tempo.
Quindi, se potessi guardare abbastanza lontano, incontreresti un’altra versione di te – ovvero, infinite versioni di te. Alcuni di questi gemelli faranno esattamente quello che stai facendo in questo momento, mentre altri avranno indossato un maglione diverso stamattina, e altri ancora avranno fatto scelte di carriera e di vita molto diverse.
Poiché l’universo osservabile si estende solo nella misura in cui la luce ha avuto la possibilità di viaggiare nei 13,7 miliardi di anni dal Big Bang (ovvero 13,7 miliardi di anni luce), lo spazio-tempo oltre quella distanza può essere considerato come un universo separato. In questo modo, una moltitudine di universi esiste uno accanto all’altro, come una gigantesca coperta “patchwork” di universi.

2. Universi a bolle
Oltre ai molteplici universi creati dall’estensione infinita dello spazio-tempo, altri universi potrebbero derivare da una teoria chiamata “inflazione infinita”. Il concetto di inflazione è l’idea che l’universo si è espanso rapidamente dopo il Big Bang, gonfiandosi in effetti come un pallone. L’inflazione eterna, proposta per la prima volta dal cosmologo Alexander Vilenkin della Tufts University, suggerisce che alcune sacche di spazio smettono di gonfiarsi, mentre altre regioni continuano a gonfiarsi, dando così origine a molti “universi di bolle” isolati.
Pertanto, il nostro universo, dove l’inflazione è terminata, permettendo la formazione di stelle e galassie, non è che una piccola bolla in un vasto mare di spazio, alcuni di questi stanno ancora gonfiandosi, e contengono molte altre bolle come la nostra. E in alcuni di questi universi bolla, le leggi della fisica e delle costanti fondamentali potrebbero essere diverse rispetto alla nostra, rendendo alcuni universi posti davvero strani.

3. Universi paralleli
Un’altra idea che nasce dalla teoria delle stringhe è la nozione di “braneworlds” – universi paralleli che si librano appena fuori dalla nostra portata, proposti da Paul Steinhardt dell’Università di Princetone e Neil Turok del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Ontario, Canada. L’idea nasce dall’ipotesi che possono esistere molte più dimensioni nel nostro mondo rispetto alle tre spaziali e quella temporale che conosciamo. Oltre alla nostra “brana” tridimensionale di spazio, altre brane tridimensionali possono galleggiare in uno spazio di dimensioni superiori.
Il fisico della Columbia University Brian Greene descrive l’idea come l’ipotesi che “il nostro universo sia una delle potenzialmente numerose” lastre “che fluttuano in uno spazio di dimensioni superiori, proprio come una fetta di pane all’interno di una più grande pagnotta cosmica”.
Un’ulteriore nota su questa teoria suggerisce che questi universi di brane non sono sempre paralleli e fuori portata. A volte, potrebbero sbattere l’uno contro l’altro, causando ripetuti Big Bang che resettano ripetutamente gli universi.

4. Universi figli
La teoria della meccanica quantistica, che regna sul minuscolo mondo delle particelle subatomiche, suggerisce un altro modo in cui potrebbero sorgere universi multipli. La meccanica quantistica descrive il mondo in termini di probabilità, piuttosto che esiti definiti. E la matematica di questa teoria potrebbe suggerire che si verifichino tutti i possibili risultati di una situazione, nei loro universi separati. Ad esempio, se raggiungi un incrocio in cui puoi andare a destra o a sinistra, l’universo attuale dà origine a due universi figli: uno in cui vai a destra e uno in cui vai a sinistra.
“E in ogni universo, c’è una copia di te che assisti all’uno o all’altro risultato, pensando – erroneamente – che la tua realtà sia l’unica realtà”, ha scritto Greene in “La realtà nascosta”.

5. Universi matematici
Gli scienziati hanno discusso se la matematica sia semplicemente uno strumento utile per descrivere l’universo o se la matematica stessa sia la realtà fondamentale, e le nostre osservazioni sull’universo sono solo percezioni imperfette della sua vera natura matematica. In quest’ultimo caso, forse la particolare struttura matematica che costituisce il nostro universo non è l’unica opzione, e in effetti tutte le possibili strutture matematiche esistono come i loro universi separati.
“Una struttura matematica è qualcosa che puoi descrivere in un modo che è completamente indipendente dal bagaglio umano”, ha dichiarato Max Tegmark del MIT. “Credo davvero che ci sia questo universo là fuori che può esistere indipendentemente da me e che continuerebbe ad esistere anche se non ci fossero esseri umani”.

Ombre

Indossava il suo amante come l’inverno
pantaloni e calzini opachi
giacca filata come nevischio
fredda come una cisterna.
I bottoni della giacca – beatitudini opache
borbottavano dalle ceneri dei senzatetto
e quelli troppo persi per respirare.
Allora se lo scrollò di dosso
lo lasciò cadere a terra
e tutte le sue ombre
sospirando sotto il suo peso
crollarono su di lei.

Labirinto d’amore

Non soffermarti sulle persone tristi
chiudi gli occhi e lasciati baciare
Una dolce melodia si scioglie
e ti attira dentro il labirinto
dell’amore

Sembra il paradiso
ma non c’è uscita e non c’è una fine
eppure
voglio solo che continui a circondarmi
ad avvolgermi
non voglio tornare indietro

e continuo a tuffarmi
mi immergo senza neanche respirare
vado sempre più a fondo
dentro il paradiso
nel labirinto

Non cercarmi
non dire una parola
Un bacio solo un bacio
e non possiamo più tornare indietro

Perdersi
come il sole di mezzanotte
Pietrificati
come due amanti perduti

Allora, non fermarti
perché voglio continuare a immergermi

Baciami
senza dire una parola
e lasciami dimenticare tutto

Non fermarti
voglio continuare a dondolarmi
e cadere dal cielo…

Piazza Fontana, il nostro “caso Kennedy”

Il 18 gennaio del 1970, poco più di un mese dopo la strage di piazza Fontana, il settimanale Epoca pubblica una lunga inchiesta sulla vicenda. In copertina il giornale riporta, l’una di fianco all’altra, una foto di Lee Harvey Oswald e una di Valpreda. Ma l’uomo ritratto nella prima foto non è Oswald, il presunto unico assassino di John Kennedy. Quello è un sosia, come accertò inequivocabilmente il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison nell’inchiesta raccontata prima in un libro, JFK. Sulle tracce degli assassini, e poi dal film di Oliver Stone.

Anche Valpreda ebbe più di un sosia. Ma questo non è l’unico elemento che lega le due vicende.

Il dubbio del settimanale non era solitario. Da subito in molti avevano paragonato Pietro Valpreda proprio a Lee Oswald ipotizzando per l’anarchico arrestato per la strage una trappola assai simile a quella che aveva incastrato l’ex marine americano.

Esattamente un mese prima sul quotidiano socialista Avanti! Paolo Guzzanti aveva scritto: “Ecco l’uomo: ballerino, disadattato, con precedenti penali, ‘contestatore’, ribelle, immerso in giri ‘viziosi’, francamente antipatico, antisociale: perfetto. Troppo perfetto. Sembra l’immagine di Oswald fatta dopo l’assassinio di Kennedy: comunista, castrista, già residente in Urss, sposato con una cittadina sovietica. Poi si scopre che tutta la vita dell’assassino del presidente americano è una rete di voragini, fatte di retroscena misteriosi e non sondabili. L’impressione allo stato attuale è che Valpreda sia anarchico tanto quanto Oswald (e gli altri probabili assassini di Kennedy) era comunista”.

Sempre il 18 dicembre sul Giorno anche Giorgio Bocca evoca Oswald: “Valpreda? E chi è Valpreda? Uno, a quanto si dice, imprudente e stupido al punto di obbligare il guidatore di un taxi a notarlo prima e riconoscerlo poi. Esibizionista, mitomane, così come era Oswald, con la stessa fama di sinistrismo ambiguo, buono ad ogni uso”.

L’indomani, sempre Il Giorno, quotidiano molto vicino ad Aldo Moro, tornava sulla vicenda: “I più pessimisti tra gli investigatori ritengono addirittura che in un caso tanto grave non sarà mai possibile puntualizzare i fatti in modo ineccepibile”. Gli investigatori erano sbigottiti; gli accadimenti del 12 dicembre assumevano via via “un profilo enigmatico”; lo stesso Valpreda ignorava la potenza della carica a lui affidata, si sosteneva. “Se così fosse occorre dedurre che qualcuno ha pensato per lui e per gli altri irresponsabili del suo tipo; li ha mossi a distanza come tanti robot”. La data del 19 dicembre è importante perché in quelle ore tutta la vicenda di piazza Fontana vira, improvvisamente. L’Unità ad esempio titolava in prima pagina il 19 dicembre: “Sempre più evidenti i collegamenti con le organizzazioni di estrema destra”.

Improvvisamente, poco prima di Natale, e dopo la morte del ferroviere anarchico Pino Pinelli precipitato da una finestra del quarto piano della questura milanese, avvenne qualcosa che cambiò repentinamente le carte in tavola. Ci fu un compromesso politico che coinvolse i piani più alti del Palazzo. Anche le opposizioni che volevano evitare che ‘saltasse il banco’ qualora fosse emersa quell’operazione di intelligence che aveva portato alla strage e che poteva avere solo la regia dello Stato, l’avallo Nato, con gli Usa nel ruolo di registi ultimi di tutto, diedero il loro silenzioso placet a quel compromesso stretto tra l’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro e il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. Fu una scelta che ebbe conseguenze importantissime sulla nostra storia.

Eppure, subito dopo la strage di piazza Fontana, il fantasma di Dallas, con la sua ambigua duplicità di sparatori e di ‘mani’ che intervengono nell’operazione e con il ruolo di predisposto capro espiatorio assegnato a Oswald, si era affacciato nei dubbi di molti. Nei quattro-cinque giorni successivi alla strage tanti commentatori, anche a sinistra, paragonarono Valpreda a Oswald. “Senza risalire troppo nei tempi basta ricordare Dallas”, scrisse sempre Il Giorno.

Ferruccio Parri sull’Astrolabio propose la stessa lettura: “Forse è arrivato anche da noi il tempo di Garrison, come in America sul caso Kennedy”. E sarà un giornalista ben informato, Pietro Zullino , legato a filo doppio con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, a dare un’ulteriore indicazione rilevante. Zullino scriveva proprio su quel numero di Epoca che appaiava in copertina il ballerino anarchico con l’uomo arrestato a Dallas il 22 novembre del 1963: “Così si espresse un vecchio ufficiale a riposo del Sifar: ‘Tanto più grave è l’episodio, tanto più vasto è il suo retroscena. Questa è una regola che non teme smentite. Posso solo dirvi che, se c’entrano i servizi segreti, allora Valpreda è l’Oswald della situazione, un povero scemo che si è fatto incastrare, un capro espiatorio. La polizia lo arresta e fa bene. Eppure non lo si riesce a vedere nei panni di un freddo organizzatore di un macello. Se è stato lui a deporre la bomba, gli hanno messo nelle mani un ordigno di potenza superiore al previsto, o regolato per esplodere prima della chiusura della banca anziché dopo, come forse Valpreda pensava. L’hanno incastrato. Perché i servizi segreti agiscono con leggi di ferro: ciascuno conosce solo il suo vicino. Il vicino del vicino, mai. Sei l’anello di una lunga catena che non sai dove comincia. Chi era il vicino di Valpreda?’.”.

Anni dopo sarà lo scrittore Leonardo Sciascia a tratteggiare il nucleo essenziale di quello che gli americani chiamano patsy, termine questo preso dall’autodefinizione data da Lee Harvey Oswald non appena venne arrestato a Dallas: “I’m just a patsy”, sono solo un burattino.

Questo tipo di delitto, scrisse riferendosi proprio al presunto assassino del presidente americano, “è sempre concepito da uno stesso tipo di uomo: solo che un tal tipo non è, né mai può essere, solo”.

A quarant’anni dai fatti, nel dicembre del 2009, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dire che “piazza Fontana è il nostro caso Kennedy”, quasi a sancire un parallelismo che rinvia allo schema operativo svelato dall’inchiesta voluta dalla famiglia Kennedy. Eppure, la coscienza che quella del 12 dicembre fu una classica operazione false flag fatica ad affermarsi, quasi che in Italia gli schemi operativi dei servizi segreti, sempre evocati e conclamati da politici e storici per rubricare avvenimenti spiegabili e raccontabili sotto la non sondabile voce del mistero, non potessero e dovessero essere mai né svelati né raccontati.

Anche Oswald dunque, come Valpreda, ebbe un sosia. Lo schema replicato in piazza Fontana era precisamente quello applicato con Kennedy sei anni prima. Jim Garrison lo racconta nel suo libro: “In base alle nostre indagini, in quel momento sapevo che Oswald non poteva aver colpito Kennedy da solo, che una parte dell’intelligence si era preoccupata di guidarlo, e che c’era stato qualcuno che lo aveva impersonato. In altri termini, era stato proprio quello che disse di sé quando fu arrestato: un burattino”.

La foto di Oswald venne pubblicata la prima volta il 21 febbraio 1964 dal settimanale Life, e a quel punto molti pensarono che la questione Oswald-Kennedy fosse ormai chiusa. Oswald era ritratto con una carabina e un giornale di estrema sinistra in mano.

Dopo l’arresto Oswald sbandiera davanti ai fotografi un pugno chiuso alzato a favore degli obiettivi fotografici nonostante le manette. Lo stesso pugno chiuso che campeggiava nelle foto di Valpreda distribuite a piene mani ai giornali e alla tv di Stato dopo la strage.

Quella foto di Oswald riportata sulla copertina di Epoca, dimostrò Garrison, era frutto di un’accorta manipolazione. Come manipolata, da subito, fu la vicenda di Valpreda, costretto a ricoprire un ruolo che non gli apparteneva assolutamente. Quello riportato accanto a Valpreda non era sicuramente Oswald. Di suo c’era solo la faccia. Garrison si accorse che questa non era proporzionata al collo e al resto del corpo. Altri elementi tecnici e una perizia diedero a Garrison la prova che quella foto era stata ‘creata’ ad hoc e che comunque c’era stato in giro un uomo che aveva impersonato, lasciando tracce fin troppo evidenti e compromettenti, un finto Oswald impegnato in operazioni gestite dai servizi segreti. Oswald – e le prove sono tante – era stato sicuramente utilizzato da questi. Ma lo schema prevede sempre che, per cadere in trappola, si debba fare qualcosa di compromettente in modo da permettere ai gestori la manipolazione, il potenziamento e lo ‘scarico’ dell’intera operazione sul patsy di turno. A Dallas c’era il “Comitato”. A Milano e Roma i gruppi di On, che non è stata una semplice sigla di estrema destra ma una vera e propria struttura operativa al servizio della Nato e delle filiere dell’intelligence americana. Alle spalle di On un vero e proprio servizio segreto operativo internazionale – l’Aginter Press – impegnato a addestrare i gruppi alle tecniche della ‘guerra non ortodossa’, del terrorismo come arma politica.

Colpisce anche che la formula politico-morale coniata dall’estrema sinistra, e in particolare da qualificati esponenti di Lotta Continua, per raccontare il trauma di quella ‘trappola’ su chi aveva vent’anni nel 1969 – cioè il 12 dicembre 1969 come ‘il giorno dell’innocenza perduta’ – sia stata tratta di peso proprio dal libro che racconta l’inchiesta di Garrison. Infatti l’omicidio Kennedy e gli “occultamenti operati dal governo e dal sistema dei media rappresentano”, scrive Garrison, “avvenimenti decisivi per la vita di questo paese. Hanno significato la perdita dell’innocenza per gli americani del dopoguerra, l’inizio dell’era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti”. E colpisce molto che Garrison si soffermi più volte su un fatto: che tutti quelli che in Italia definiamo depistaggi (cioè sparizione di prove, occultamento di reperti, uccisione di testimoni o di uomini che potevano sapere) miravano negli Usa a lasciare sotto il cono di luce delle indagini il solo Oswald. E questo è l’altro elemento che lega Dallas a Milano. Tutta l’attività di molti uomini dello Stato puntava nel 1969 a far sparire dal tavolo delle indagini tutto quello che poteva indurre a supporre, a ipotizzare, nonostante i dubbi dei giornali, una mano aggiunta, parallela o comunque altra da quella di Pietro Valpreda, caduto anche lui in una ‘trappola’ che non lasciava scampo.

Garrison infatti potrebbe anche parlare dell’inchiesta di piazza Fontana quando descrive il suo stupore nel constatare che “tutte le indagini ufficiali del governo sull’assassinio avevano sistematicamente ignorato qualsiasi prova che potesse condurre in una direzione diversa da quella che portava alla tesi di Lee Oswald come unico assassino”.

Aldo Moro è il protagonista politico centrale della strategia della tensione che ha una data d’inizio e una fine. Moro nel novembre del 1968 lancia, dopo mesi di silenzio politico dopo la sconfitta socialista del maggio di quell’anno, la ‘strategia dell’attenzione’ al ‘nuovo’ che si propaga come un lampo in tutta Europa. In termini politici si apre – dopo l’accidentata avventura del centrosinistra – una nuova fase politica, quella dell’interlocuzione con il Pci, che si chiude nel novembre del 1977 quando il partito di Berlinguer vota due risoluzioni in Senato per accettare la Nato e l’Europa. Anche la morte di Moro ci riporta a Dallas.

È stato Giovanni Galloni, vicesegretario Dc durante i cinquantacinque giorni del rapimento, a paragonare la morte del presidente della Dc a quella di Kennedy. Ma le parole che più colpiscono sono quelle dell’allievo prediletto di Moro, Francesco Tritto. Moro era il candidato in pectore per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. Un giorno, non molto prima del rapimento, Moro disse a Tritto: “Credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. E Tritto ha raccontato che a uccidere Moro sarebbe stata “la cupola del malaffare” che “provava fastidio nel vedere che Moro stava per prospettare un nuovo corso nella democrazia”. Per questo le Br “sarebbero state manovrate”, come ha raccontato con dettagli molto veritieri Steve Pieczenik, l’inviato del governo americano che venne in Italia per gestire quella crisi.

Ecco perché l’assassinio di Kennedy ci riguarda profondamente come italiani, perché lo schema di Dallas è stato ripetuto più volte nel nostro paese. Solo che noi quegli schemi li definiamo ‘misteri’.

L’assassinio di Kennedy non racconta, come si è sempre pensato, un vero segreto, perché in tanti seppero e coprirono a Dallas. Come in tanti seppero e coprirono a Milano. Come in tanti seppero e tacquero in via Caetani. Il vero mistero da svelare e raccontare è perché allora si scelse di star zitti e perché ancora oggi in tanti non vogliono ascoltare e capire che misteri non ve ne sono. Semmai segreti che con il passar del tempo fa gioco un po’ a tutti che diventino misteri.

È la politica, le sue regole e le sue necessità, a decidere che cosa debba rimanere un segreto e cosa debba essere offerto al gran circo dei mass media come l’ennesimo mistero irrisolto e irrisolvibile.

Una volta

La vedi questa donna? Si lei.
Beh, una volta era tua…
Ricordi?
E ora non lo è più.
Una volta tu l’amavi e ora non sai più nemmeno come sta.
[Ma forse non l’hai mai saputo].

Lo vedi quel libro, pieno di lettere e poesie? beh, una volta erano tue, erano per te, ma ora non ci sono più.

Le vedi quelle sigarette? sono ancora lì, come le hai lasciate tu, e quel lenzuolo sporco di vernice bianca dove una volta leggevamo insieme è ancora lì, come l’hai lasciato tu.

Quelle scarpe, che una volta ti piaceva che indossassi,e quella giacca ancora piena del tuo profumo è rimasta lì, ad aspettarti..

E io?
Io sono ancora lì.

Lo vedi quel corpo?
La vedi quell’anima?
Lo vedi quel cuore?
Beh… Vedi.
Una volta ti amava…

E ora… non lo so più.