Inventario di un’assenza

Vi sono, nella vita, certi momenti che non si annunciano con nulla di clamoroso, nessun gesto solenne, nessuna parola decisiva, e tuttavia segnano un confine così netto da dividere per sempre ciò che siamo stati da ciò che ci accingiamo, quasi senza volerlo, a diventare. Per me quel momento non coincise esattamente con la morte di mia madre, benché tutto, naturalmente, avesse avuto inizio da lì; ma venne più tardi, qualche settimana dopo, nel pomeriggio in cui entrai da solo nel suo appartamento ormai deserto, con le chiavi in mano e l’obbligo, insieme umile e crudele, di vuotarlo.

Fino allora, a dire il vero, la sua scomparsa non mi era parsa del tutto reale. Il dolore, invece di schiantarmi d’un colpo, si era come disperso in una quantità di incombenze, di telefonate, di firme, di appuntamenti, di carte da cercare e da sistemare. Cose da fare, insomma. E le cose da fare, almeno nei primi giorni, avevano avuto su di me un effetto quasi narcotico: impedivano che la verità si fissasse in tutta la sua durezza. Mia madre, in un certo senso, continuava a sembrarmi ancora lì, non già viva, certo, ma nemmeno assente del tutto; come accade con certe persone che, da anni, si sono ritirate in una zona appartata di sé stesse e la cui lontananza, per quanto penosa, precede di molto la morte.

L’ultimo tempo, infatti, era stato segnato da una specie di volontaria segregazione. Parlare con lei era diventato difficile, a tratti impossibile. Su tutto gravava un’ombra ostinata, un umore acre che finiva col contaminare ogni incontro. Nei confronti della famiglia, dei parenti, perfino di sé stessa, mostrava una severità spoglia di indulgenza. Le si intuiva dentro, come un tarlo segreto, il rimorso di non essermi stata abbastanza vicina, di aver lasciato che la vita prendesse una piega da cui non si poteva più tornare indietro; e attorno a quel rimorso, che forse nessuno poteva davvero misurare, aveva finito col costruirsi una cella.

Negli ultimi tempi andavo a trovarla ogni giorno. Gli altri li teneva a distanza. Non apertamente, non con una dichiarazione; piuttosto con quella forma di resistenza muta, di gelida inospitalità, che a un certo punto scoraggia perfino l’affetto più ostinato. E tuttavia, se ripenso adesso a quell’ultimo periodo, mi accorgo che persino in mezzo a tanta chiusura qualcosa di lei resisteva ancora intatto: non già la donna ferita che mi trovavo davanti, ma un’altra, remota e quasi irraggiungibile, la cui immagine allora mi sfuggiva e che avrei ritrovato soltanto dopo, tra i suoi cassetti.

L’appartamento era al quarto piano di una casa degli anni Cinquanta. Un ingresso, un ampio salone, una camera da letto, lo studio di mio padre, una cucina, due bagni, e le camerette di noi figli. Una casa grande, luminosa, ben disposta, satura di una vita trascorsa fra abitudini tenaci e successivi traslochi. Da fuori aveva un’aria austera. Ma appena entrato, con la chiave che girava nella serratura e quel silenzio così pieno da sembrare quasi una presenza, ebbi l’impressione che ogni oggetto conservasse ancora, con una fedeltà commovente e persino indiscreta, l’impronta di chi lo aveva toccato.

In principio volli restare solo. Mi sembrava che nessuno dovesse assistere a quel mio aggirarmi per le stanze; non per riserbo, forse, quanto per una necessità più oscura: avevo bisogno di misurarmi con lei attraverso ciò che restava, di vedere se fra quelle cose fosse ancora possibile incontrarla. O, chissà, di sorprendere almeno un riflesso della sua verità, qualcosa che mi aiutasse a sottrarla all’immagine impoverita, con cui il dolore degli ultimi anni l’aveva quasi cancellata ai miei occhi.

Aprii il primo cassetto della credenza, nella camera da letto, e subito mi trovai davanti un mucchio ordinato di lettere. Non una o due, ma interi taccuini, legati e conservati con cura: la corrispondenza fra lei e mio padre. Rimasi immobile per qualche istante. Ricordo ancora con precisione quel sentimento ambiguo, fatto insieme di pudore e di attrazione, di scrupolo morale e di curiosità filiale. Avevo il diritto di leggere? Non era forse una violazione introdurmi così, dopo la loro morte o quasi, nel recinto della loro intimità? Mia madre non aveva lasciato istruzioni. Nessun cenno, nessuna proibizione, nessun consenso. Il silenzio, soltanto. E fu forse proprio quel silenzio, ostinato e indecifrabile come molti altri suoi silenzi, a persuadermi che ormai la scelta toccasse a me.

Cominciai a leggere.

All’inizio con cautela, quasi sfiorando le righe. Poi, via via, con un trasporto che non avrei saputo frenare neanche volendo. Di colpo mi apparve una donna che non conoscevo, o che forse avevo conosciuto da bambino senza avere l’età per capirla. Giovane, ironica, viva, perfino brillante. Una ragazza innamorata. Una donna piena di slancio, capace di scherzare, di desiderare, di aspettare. La immaginavo bambina, coi suoi progetti e la sua fame di futuro; la vedevo rivolgersi a mio padre con una grazia rapida, a tratti sbarazzina, che nulla aveva a che vedere con la figura chiusa alla quale gli ultimi tempi mi avevano abituato. E anche mio padre, nelle risposte, mi si rivelava sotto una luce nuova: meno paterna, più vulnerabile, più ardente.

Forse è questo, pensai più tardi, il destino dei figli: scoprire troppo tardi che i propri genitori hanno avuto una vita vera, completa, autonoma, una vita non già subordinata alla nostra nascita ma anteriore, laterale, talvolta persino estranea alla nostra immaginazione. Li crediamo, per così dire, sempre già vecchi. A sessant’anni i miei genitori mi sembravano quasi alla soglia della rinuncia, incapaci perfino di avere una vita sentimentale che non fosse il semplice residuo di ciò che erano stati. Adesso che io stesso mi avvicino ai sessanta e che pure, senza compiere nulla di eccezionale, continuo a sentirmi ben lontano dall’immobilità che allora attribuivo a quell’età, mi accorgo di quanto fossi stato ingenuo. Nelle loro lettere e nei diari di mia madre respirava una pienezza che mi commuoveva: c’erano speranze, attrazioni, piccole vanità, progetti, malinconie, slanci. C’era la vita, insomma, prima che il tempo la piegasse, prima che la vita la riducesse a una forma più povera e più muta.

Dopo quella scoperta continuare lo sgombero divenne quasi insopportabile. Avevo sbagliato metodo: avevo cominciato dagli oggetti della memoria, e gli oggetti della memoria non si lasciano trattare come semplice ingombro. Ogni cassetto si rivelava un archivio. Ogni mobile, una tana piena di tracce. Bollette e rapporti condominiali, vecchi estratti bancari, reperti medici, lastre, cartoline, monete raccolte chissà dove, fotografie sciolte, blocchi d’appunti, agendine tascabili, foglietti piegati e ripiegati tante volte da sembrare sul punto di disfarsi. Mia madre, compresi allora, non era stata soltanto una donna ordinata o disordinata, parsimoniosa o incapace di buttare: era stata, nel senso più letterale, una conservatrice di esistenze. Un’accumulatrice non di cose, ma di tempo.

A un certo punto dovetti arrendermi alla necessità. Posai al centro delle stanze grandi sacchi neri della spazzatura e incominciai a gettare. Carte, ricevute, appunti illeggibili, frammenti senza nome. Alcuni fogli li strappavo in pezzi minuti, quasi per rispetto, quasi per non consegnarli interi all’indifferenza. E tuttavia ogni gesto aveva qualcosa di sacrilego. Mi pareva di non buttare via soltanto cose, ma porzioni di vita; non soltanto avanzi, ma prove. In quei sacchi neri mi sembrava finissero, confusamente ammucchiati, i giorni della sua esistenza, il sedimento opaco ma vero del suo passaggio nel mondo.

Fu proprio allora che la sua morte, fino a quel momento come sospesa, mi raggiunse con tutta la sua evidenza. Non c’era più. Non dietro una porta, non in cucina, non nel soggiorno. Non sarebbe riapparsa all’improvviso infastidita dalla confusione, non avrebbe protestato per lo spostamento di un mobile, per la perdita di un oggetto, per l’indiscrezione di una domanda. La casa, via via che si svuotava, non restituiva la sua presenza: al contrario, la negava. Le stanze si facevano più larghe, più anonime, più estranee. Il silenzio non era più il suo silenzio: era il silenzio di nessuno. E io mi sentivo come precipitato in una specie di vuoto senz’aria, in un luogo sottratto alla luce e persino al suono.

E fu forse in quei giorni che compresi un’altra cosa, semplice e insieme consolante: che ogni oggetto in quella casa poteva continuare a vivere, una specie di memoria incorporata, una traccia tenue di chi lo aveva posseduto. Ancora adesso, quando vedo un quadro, un mobile che era appartenuto a mia madre, provo ogni volta un soprassalto lieve ma inconfondibile. È come se, per un istante, una parte di lei affiorasse di nuovo dal fondo del tempo. La sento vicina, quasi presente; e non perché creda davvero al ritorno dei morti, ma perché certi oggetti continuano ostinatamente a custodire il calore di una vita.

Di tutta quella casa, alla fine, ho portato via con me soltanto alcune scatole. Dentro ci sono le lettere, le fotografie, qualche documento. Sono rimaste chiuse. Non per rifiuto, credo, ma perché vi sono memorie che hanno bisogno di attendere il loro tempo, e non sempre coincidono col tempo della nostra volontà. So che un giorno le aprirò. So anche che allora, forse, ritroverò non soltanto mia madre, ma una parte di me stesso che in quei giorni, aggirandosi per le stanze vuote del suo appartamento, si è perduta e insieme definita.

Perché è questo, in fondo, che lo sgombero di una casa impone a chi resta: non semplicemente di separarsi dagli oggetti, ma di prendere atto che la vita, tutta la vita, si deposita in cose minime, in carte inutili, in mobili consumati, in fotografie che nessuno ha più il dovere di riconoscere. E insieme, però, insegna che bisognerebbe arrivare alla fine più leggeri. Non privi di memoria, certo; ma liberi da quel troppo che, anziché custodire il passato, rischia di soffocarlo. Portare con sé, se possibile, soltanto ciò che conta davvero: pochi segni, qualche volto, gli affetti, l’amore.

Il resto, come accade alle case quando vengono svuotate, appartiene già al silenzio.

Il bacio della morte

Spegni quella merda.
Abbassa il volume.
C’è sempre qualcosa che borbotta,
gratta,
rode,
come un topo ubriaco dietro gli occhi.

Io volevo solo un po’ di silenzio.
Un silenzio vero.
Non quello elegante dei preti
o dei cimiteri puliti.
Parlo di quel silenzio da stanza vuota
quando anche i muri
si sono stancati di guardarti.

Riprenditi questo respiro.
Non mi serve.
Brucia nel petto
come whisky cattivo
bevuto a stomaco vuoto.
Il cuore fa il suo numero da quattro soldi,
batte,
si spezza,
finge di voler andare avanti.

Poi c’è quella voce.
Sempre quella.
Non urla nemmeno forte.
Ti parla piano,
e proprio per questo
ti entra dentro peggio.
Ti riempie la testa
come fumo stantio,
come una canzone marcia
sentita troppe volte.

Allora seppelliscimi pure
nel dolore,
nell’ombra,
in tutta questa bella roba nera
che la gente per bene
chiama disperazione
solo quando capita agli altri.

Anche Dio,
se sta ancora da qualche parte,
ha smesso di tendere l’orecchio.
Troppa confusione quaggiù.
Troppi disperati.
Troppi idioti in ginocchio.
Le nostre grida
gli passano accanto
come il traffico di notte.

E la tempesta continua.
Conosce il mio indirizzo.
Sa in che letto dormo,
conosce la mia faccia al mattino,
sa dove mettere le mani
per farmi cedere piano.

Allora falla finita.
Metti giù il bicchiere,
spegni la luce,
chiudi la porta.
Chiamala come ti pare.

Io la chiamo
come si chiamano certe cose
quando ormai ti siedono accanto
e non hanno più bisogno di presentarsi.

Il bacio della morte…

Il fondo non ha rumore

Odio questa vita
come si odia una stanza troppo stretta e troppo sporca
una stanza dove l’aria sa di sonno cattivo e occasioni marcite.
Odio non sapere dove va a finire tutta questa roba.
Sei mesi fa credevo di aver messo le mani sul volante.
Adesso la macchina ha sfondato il guardrail e continua a scendere.
pezzo dopo pezzo.
silenzio dopo silenzio.

La sera mi sdraio e fisso il soffitto
come si fissa un conto che non potrai mai pagare.
E mi dico:
forse stanotte sì.
forse stanotte il corpo si dimentica di continuare.
Ma il mattino arriva sempre, sporco, puntuale
con quella sua luce miserabile.
E c’è qualcosa di agrodolce in questo restare vivi.
Solo che, ultimamente, del dolce non è rimasto quasi niente.
È tutto amaro.
amaro come il fondo del bicchiere,
amaro come una preghiera detta male.

Odio quella che ero.
Odio quella che sto diventando.
Tutti parlano di cambiare come se fosse voltare pagina
come se bastasse lavarsi la faccia e giurare di essere migliori.
Stronzate.
Cambiare ti strappa via la pelle.
Ti chiede una forza che non hai, una riserva che non hai mai avuto.
Ti svuota.
Ti lascia lì, seduta tra i resti
a guardarti vivere come si guarda un’estranea che non hai invitato.

E io con me stessa non ci so stare.
Sono la peggior compagnia che mi sia capitata.
Mi porto addosso pensieri che graffiano
ricordi che non scaldano più
una nostalgia marcia, rancida, con i denti stretti.
Non è nostalgia, in fondo.
È veleno con una bella calligrafia.

Continuo a dirmi che arriverà una svolta.
Che qualcosa cederà.
Che da qualche parte, in fondo al tunnel, ci sarà una luce.
Me lo racconto da anni.
Anni.
E il tunnel non finisce, e la luce non arriva
e il buio ormai mi conosce per nome.

Il fondo l’ho toccato tanto tempo fa.
La verità è che non sono mai stata abbastanza forte da risalire.
Una volta pensavo di essere intrappolata.
Adesso penso soltanto che questo sia il mio posto.
Che forse appartengo qui, tra le cose rotte, tra i muri umidi
tra le ombre che non fanno più paura
perché hanno la tua stessa faccia.
Forse è sbagliato essersi arresi a questo.
Forse.
Ma non so nemmeno se ho ancora paura.
Non so nemmeno se sento ancora qualcosa.
Dopo tutto questo tempo
i demoni devono avermi preso per una di famiglia.

Sono il guscio di una stella caduta
buttata giù da un desiderio venuto male.
La sagoma di una ragazza giovane
inghiottita dalle sue fantasie morte.
Vuota.
Piccola.
Inutile.

Il Tempo non esiste

Se c’è una cosa che diamo per scontata è il tempo. Ci alziamo, lavoriamo, torniamo a casa, ci lamentiamo perché non ne abbiamo mai abbastanza. Eppure, mentre viviamo questa routine scandita dalle ore, la fisica ci dice che potremmo avere costruito tutto su un’illusione: il tempo non esiste, o almeno non nella forma lineare e rassicurante con cui siamo cresciuti. L’idea non arriva da qualche guru new age: nasce direttamente dalla matematica che descrive il nostro Universo. Ed è una matematica che non fa sconti.

Il tempo, infatti, cambia volto a seconda della teoria che proviamo a usare. Nei modelli classici è soltanto una coordinata che serve a indicare come varia qualcosa. Nella relatività diventa invece una dimensione vera e propria, così reale che passato e futuro esistono insieme come stanze di un’unica casa. E poi c’è la termodinamica, che ci mette davanti una freccia chiara: l’entropia cresce, le cose si disordinano e, mentre succede, chiamiamo tutto questo “andare avanti”.
Peccato che le equazioni fondamentali siano perfettamente felici anche se il tempo lo facciamo scorrere al contrario.

Il caos concettuale esplode quando cerchiamo di far convivere la relatività generale e la meccanica quantistica. È successo più volte, e spesso con lo stesso risultato: il tempo si dissolve. Il caso più famoso è l’equazione di Wheeler-DeWitt, che descrive un Universo in cui non compare alcun “prima” e nessun “dopo”. Tutto semplicemente “è”. Una prospettiva che, per noi abituati a consultare il calendario, risulta quasi fastidiosa.

Le teorie moderne cercano di correggere il tiro, ma il paradosso rimane. C’è chi sostiene che il tempo sia un fenomeno emergente, come il profumo che si sprigiona da un piatto ben cucinato: non è un ingrediente, ma il risultato di qualcosa di più profondo. Altri pensano che lo spazio e il tempo, in realtà, siano fatti di granelli, microscopici “quantini” che a occhio nudo non possiamo distinguere.
Ma anche se riuscissimo a risolvere questo gigantesco puzzle, una domanda resterebbe sul tavolo: perché noi percepiamo una direzione, se la fisica non ne privilegia alcuna?

A suggerire un possibile indizio è l’entanglement quantistico, quel legame tra particelle che non conosce distanza né buonsenso. Due elettroni che interagiscono diventano una coppia inseparabile dal punto di vista matematico. Se osservi il primo, modifichi il secondo. Sempre. Ovunque si trovi.

Nel 1983 Don Page e William Wootters osarono una domanda che sembra uscita da un paradosso: e se il tempo non scorresse davvero, ma nascesse dalle relazioni invisibili tra le cose? Se fosse l’entanglement, e non un grande orologio cosmico, a cucire insieme gli istanti?

In questa visione, un orologio quantistico intrecciato al suo ambiente non abita un solo tempo, ma una trama di tempi possibili. Solo quando lo interroghiamo, quando lo costringiamo a dirci “adesso”, il mondo ci restituisce un istante preciso. Come se il tempo, più che esistere da sé, emergesse nel momento in cui viene letto. Da fuori, forse, l’Universo non scorre affatto: semplicemente è. Da dentro, invece, immersi nelle sue correlazioni, lo sentiamo accadere.

Anche l’ordine degli eventi, allora, perde la sua rigidità. Ciò che per noi dovrebbe avere un prima e un dopo, in certi regimi quantistici può restare sospeso, come una frase il cui verbo non ha ancora scelto da che parte stare. Non più una linea, ma una sovrapposizione di possibilità. E quando a questo si aggiunge la gravità — con orologi che battono ritmi diversi a seconda di dove si trovano — il confine tra passato e futuro smette di sembrare una parete solida e diventa una superficie incerta, tremante.

Forse è proprio questo il punto più vertiginoso: che il tempo non sia il fondale immobile dell’Universo, ma una forma della relazione, un effetto del modo in cui il mondo si mostra dall’interno.

E allora la domanda finale si impone quasi da sola: il tempo è come il gatto di Schrödinger? Esiste in molti stati possibili, e solo quando lo osserviamo si decide in un istante concreto? Forse non nel senso semplice di un trucco della coscienza che “crea” il mondo, ma in quello più profondo e inquietante per cui ciò che chiamiamo tempo potrebbe non essere qualcosa che troviamo già fatto: potrebbe essere qualcosa che emerge nell’atto stesso in cui l’Universo diventa esperienza.

Aspettando Godot

Godot non è mai arrivato,
vero?
Il marciapiede ha imparato il tuo passo,
la panchina la curva delle tue spalle,
e l’orologio della stazione
ha consumato lancette su lancette
senza pronunciare il suo nome.

Forse ha preso il treno sbagliato,
uno di quei regionali lenti
che si fermano in paesi senza insegne,
dove il pomeriggio sa di ferro e anice.
O forse si è perso in un bar,
intrappolato nel vapore dolce dei bicchieri,
nel profumo che sfiora il collo
delle donne in vacanza,
libere per una sera dal calendario,
con risate leggere come foulard al vento.

Forse era la mappa a mentire:
quella linea rossa, netta, irreprensibile,
che tu chiamavi verità
come si chiama vangelo una promessa.
Magari l’ha condotto altrove —
a Kathmandu, tra bandiere che sfilacciano il cielo,
o in uno di quei luoghi
che giuravi di raggiungere da grande,
quando il mondo sembrava aprirsi
come una porta senza chiave.

O forse ha preso un aereo:
un volo con un numero anonimo,
direzione Detroit,
neon, capannoni, inverno.
E poi il bianco feroce delle Ande,
il metallo che urla contro il ghiaccio,
il silenzio dopo l’urto,
dove non si salvò
nessuno,
tranne la fusoliera,
vuota come una conchiglia dimenticata.

E tu resti.
Resti ad aspettare.
Aspetti la sua mano
che ti giri l’altra guancia
non per ferirti,
ma per dirti: “Sono qui.”
Aspetti un segno minimo —
una finestra accesa dall’altra parte della strada,
un fischio nel corridoio del vento,
un’ombra che conosce il tuo nome.

Aspetti che sia ancora vicino,
che abbia solo sbagliato ora, strada, stagione,
che si sia soltanto scordato,
in qualche angolo del cielo,
di essere la cometa
che doveva attraversarti la notte.

Torre di cristallo

Perché sai, un miliardo d’anni fa non c’era l’uomo, di nessun tipo.

C’era solo un pesce. Un affare viscido e scaglioso, con le branchie e gli occhietti rotondi.

Viveva nell’oceano, e l’oceano era come una prigione, e l’aria, su in alto, era il tetto. Quel tetto non si passa, dicevano tutti, se lo attraversi muori.

E c’era quel certo pesce: lo passò e morì. E quell’altro pesce: anche lui lo passò, e morì. Ma quell’altro pesce ancora, quando lo passò, gli bruciava il cervello, gli ardevano le branchie, e l’aria lo annegava, e il sole era una fiammata che gli incendiava gli occhi, e lui rimase sul fango ad aspettare la morte, e non morì.

Strisciò indietro fino all’acqua, rientrò dentro e disse a tutti: Ehi, lassù, c’è tutto un mondo nuovo, diverso dal nostro! E ritornò su, e ci rimase un paio di giorni e poi morì.

E gli altri pesci cominciarono a parlare di quel mondo nuovo, diverso. E strisciarono su, raggiunsero il fango della riva. E ci rimasero. E impararono a respirare l’aria. E impararono ad alzarsi sulle zampe, a camminare, a vivere con negli occhi il barbaglio del sole. E diventarono lucertole, e dinosauri e tutto il resto, e andarono in lungo e in largo per milioni di anni, e si rizzarono sulle gambe di dietro, e usarono quelle davanti per prendere in mano le cose, e diventarono scimmie, e le scimmie si fecero più furbe e diventarono uomini.

E sempre, per tutti quei milioni di anni, qualcuno di loro continuava a cercare nuovi mondi.

Tu gli dici: Dai, torniamocene nell’oceano, riprendiamo a fare i pesci perché è più comodo. E può darsi che gli altri, metà degli altri o forse più, sarebbero disposti a farlo, ma trovi sempre qualcuno che ti rimbecca: Non dire fesserie. Non possiamo più tornare a fare i pesci: adesso siamo uomini. E indietro non si torna mai. Si continua ad arrampicarsi, a salire.