Ombre

Indossava il suo amante come l’inverno
pantaloni e calzini opachi
giacca filata come nevischio
fredda come una cisterna.
I bottoni della giacca – beatitudini opache
borbottavano dalle ceneri dei senzatetto
e quelli troppo persi per respirare.
Allora se lo scrollò di dosso
lo lasciò cadere a terra
e tutte le sue ombre
sospirando sotto il suo peso
crollarono su di lei.

Labirinto d’amore

Non soffermarti sulle persone tristi
chiudi gli occhi e lasciati baciare
Una dolce melodia si scioglie
e ti attira dentro il labirinto
dell’amore

Sembra il paradiso
ma non c’è uscita e non c’è una fine
eppure
voglio solo che continui a circondarmi
ad avvolgermi
non voglio tornare indietro

e continuo a tuffarmi
mi immergo senza neanche respirare
vado sempre più a fondo
dentro il paradiso
nel labirinto

Non cercarmi
non dire una parola
Un bacio solo un bacio
e non possiamo più tornare indietro

Perdersi
come il sole di mezzanotte
Pietrificati
come due amanti perduti

Allora, non fermarti
perché voglio continuare a immergermi

Baciami
senza dire una parola
e lasciami dimenticare tutto

Non fermarti
voglio continuare a dondolarmi
e cadere dal cielo…

Piazza Fontana, il nostro “caso Kennedy”

Il 18 gennaio del 1970, poco più di un mese dopo la strage di piazza Fontana, il settimanale Epoca pubblica una lunga inchiesta sulla vicenda. In copertina il giornale riporta, l’una di fianco all’altra, una foto di Lee Harvey Oswald e una di Valpreda. Ma l’uomo ritratto nella prima foto non è Oswald, il presunto unico assassino di John Kennedy. Quello è un sosia, come accertò inequivocabilmente il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison nell’inchiesta raccontata prima in un libro, JFK. Sulle tracce degli assassini, e poi dal film di Oliver Stone.

Anche Valpreda ebbe più di un sosia. Ma questo non è l’unico elemento che lega le due vicende.

Il dubbio del settimanale non era solitario. Da subito in molti avevano paragonato Pietro Valpreda proprio a Lee Oswald ipotizzando per l’anarchico arrestato per la strage una trappola assai simile a quella che aveva incastrato l’ex marine americano.

Esattamente un mese prima sul quotidiano socialista Avanti! Paolo Guzzanti aveva scritto: “Ecco l’uomo: ballerino, disadattato, con precedenti penali, ‘contestatore’, ribelle, immerso in giri ‘viziosi’, francamente antipatico, antisociale: perfetto. Troppo perfetto. Sembra l’immagine di Oswald fatta dopo l’assassinio di Kennedy: comunista, castrista, già residente in Urss, sposato con una cittadina sovietica. Poi si scopre che tutta la vita dell’assassino del presidente americano è una rete di voragini, fatte di retroscena misteriosi e non sondabili. L’impressione allo stato attuale è che Valpreda sia anarchico tanto quanto Oswald (e gli altri probabili assassini di Kennedy) era comunista”.

Sempre il 18 dicembre sul Giorno anche Giorgio Bocca evoca Oswald: “Valpreda? E chi è Valpreda? Uno, a quanto si dice, imprudente e stupido al punto di obbligare il guidatore di un taxi a notarlo prima e riconoscerlo poi. Esibizionista, mitomane, così come era Oswald, con la stessa fama di sinistrismo ambiguo, buono ad ogni uso”.

L’indomani, sempre Il Giorno, quotidiano molto vicino ad Aldo Moro, tornava sulla vicenda: “I più pessimisti tra gli investigatori ritengono addirittura che in un caso tanto grave non sarà mai possibile puntualizzare i fatti in modo ineccepibile”. Gli investigatori erano sbigottiti; gli accadimenti del 12 dicembre assumevano via via “un profilo enigmatico”; lo stesso Valpreda ignorava la potenza della carica a lui affidata, si sosteneva. “Se così fosse occorre dedurre che qualcuno ha pensato per lui e per gli altri irresponsabili del suo tipo; li ha mossi a distanza come tanti robot”. La data del 19 dicembre è importante perché in quelle ore tutta la vicenda di piazza Fontana vira, improvvisamente. L’Unità ad esempio titolava in prima pagina il 19 dicembre: “Sempre più evidenti i collegamenti con le organizzazioni di estrema destra”.

Improvvisamente, poco prima di Natale, e dopo la morte del ferroviere anarchico Pino Pinelli precipitato da una finestra del quarto piano della questura milanese, avvenne qualcosa che cambiò repentinamente le carte in tavola. Ci fu un compromesso politico che coinvolse i piani più alti del Palazzo. Anche le opposizioni che volevano evitare che ‘saltasse il banco’ qualora fosse emersa quell’operazione di intelligence che aveva portato alla strage e che poteva avere solo la regia dello Stato, l’avallo Nato, con gli Usa nel ruolo di registi ultimi di tutto, diedero il loro silenzioso placet a quel compromesso stretto tra l’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro e il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. Fu una scelta che ebbe conseguenze importantissime sulla nostra storia.

Eppure, subito dopo la strage di piazza Fontana, il fantasma di Dallas, con la sua ambigua duplicità di sparatori e di ‘mani’ che intervengono nell’operazione e con il ruolo di predisposto capro espiatorio assegnato a Oswald, si era affacciato nei dubbi di molti. Nei quattro-cinque giorni successivi alla strage tanti commentatori, anche a sinistra, paragonarono Valpreda a Oswald. “Senza risalire troppo nei tempi basta ricordare Dallas”, scrisse sempre Il Giorno.

Ferruccio Parri sull’Astrolabio propose la stessa lettura: “Forse è arrivato anche da noi il tempo di Garrison, come in America sul caso Kennedy”. E sarà un giornalista ben informato, Pietro Zullino , legato a filo doppio con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, a dare un’ulteriore indicazione rilevante. Zullino scriveva proprio su quel numero di Epoca che appaiava in copertina il ballerino anarchico con l’uomo arrestato a Dallas il 22 novembre del 1963: “Così si espresse un vecchio ufficiale a riposo del Sifar: ‘Tanto più grave è l’episodio, tanto più vasto è il suo retroscena. Questa è una regola che non teme smentite. Posso solo dirvi che, se c’entrano i servizi segreti, allora Valpreda è l’Oswald della situazione, un povero scemo che si è fatto incastrare, un capro espiatorio. La polizia lo arresta e fa bene. Eppure non lo si riesce a vedere nei panni di un freddo organizzatore di un macello. Se è stato lui a deporre la bomba, gli hanno messo nelle mani un ordigno di potenza superiore al previsto, o regolato per esplodere prima della chiusura della banca anziché dopo, come forse Valpreda pensava. L’hanno incastrato. Perché i servizi segreti agiscono con leggi di ferro: ciascuno conosce solo il suo vicino. Il vicino del vicino, mai. Sei l’anello di una lunga catena che non sai dove comincia. Chi era il vicino di Valpreda?’.”.

Anni dopo sarà lo scrittore Leonardo Sciascia a tratteggiare il nucleo essenziale di quello che gli americani chiamano patsy, termine questo preso dall’autodefinizione data da Lee Harvey Oswald non appena venne arrestato a Dallas: “I’m just a patsy”, sono solo un burattino.

Questo tipo di delitto, scrisse riferendosi proprio al presunto assassino del presidente americano, “è sempre concepito da uno stesso tipo di uomo: solo che un tal tipo non è, né mai può essere, solo”.

A quarant’anni dai fatti, nel dicembre del 2009, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dire che “piazza Fontana è il nostro caso Kennedy”, quasi a sancire un parallelismo che rinvia allo schema operativo svelato dall’inchiesta voluta dalla famiglia Kennedy. Eppure, la coscienza che quella del 12 dicembre fu una classica operazione false flag fatica ad affermarsi, quasi che in Italia gli schemi operativi dei servizi segreti, sempre evocati e conclamati da politici e storici per rubricare avvenimenti spiegabili e raccontabili sotto la non sondabile voce del mistero, non potessero e dovessero essere mai né svelati né raccontati.

Anche Oswald dunque, come Valpreda, ebbe un sosia. Lo schema replicato in piazza Fontana era precisamente quello applicato con Kennedy sei anni prima. Jim Garrison lo racconta nel suo libro: “In base alle nostre indagini, in quel momento sapevo che Oswald non poteva aver colpito Kennedy da solo, che una parte dell’intelligence si era preoccupata di guidarlo, e che c’era stato qualcuno che lo aveva impersonato. In altri termini, era stato proprio quello che disse di sé quando fu arrestato: un burattino”.

La foto di Oswald venne pubblicata la prima volta il 21 febbraio 1964 dal settimanale Life, e a quel punto molti pensarono che la questione Oswald-Kennedy fosse ormai chiusa. Oswald era ritratto con una carabina e un giornale di estrema sinistra in mano.

Dopo l’arresto Oswald sbandiera davanti ai fotografi un pugno chiuso alzato a favore degli obiettivi fotografici nonostante le manette. Lo stesso pugno chiuso che campeggiava nelle foto di Valpreda distribuite a piene mani ai giornali e alla tv di Stato dopo la strage.

Quella foto di Oswald riportata sulla copertina di Epoca, dimostrò Garrison, era frutto di un’accorta manipolazione. Come manipolata, da subito, fu la vicenda di Valpreda, costretto a ricoprire un ruolo che non gli apparteneva assolutamente. Quello riportato accanto a Valpreda non era sicuramente Oswald. Di suo c’era solo la faccia. Garrison si accorse che questa non era proporzionata al collo e al resto del corpo. Altri elementi tecnici e una perizia diedero a Garrison la prova che quella foto era stata ‘creata’ ad hoc e che comunque c’era stato in giro un uomo che aveva impersonato, lasciando tracce fin troppo evidenti e compromettenti, un finto Oswald impegnato in operazioni gestite dai servizi segreti. Oswald – e le prove sono tante – era stato sicuramente utilizzato da questi. Ma lo schema prevede sempre che, per cadere in trappola, si debba fare qualcosa di compromettente in modo da permettere ai gestori la manipolazione, il potenziamento e lo ‘scarico’ dell’intera operazione sul patsy di turno. A Dallas c’era il “Comitato”. A Milano e Roma i gruppi di On, che non è stata una semplice sigla di estrema destra ma una vera e propria struttura operativa al servizio della Nato e delle filiere dell’intelligence americana. Alle spalle di On un vero e proprio servizio segreto operativo internazionale – l’Aginter Press – impegnato a addestrare i gruppi alle tecniche della ‘guerra non ortodossa’, del terrorismo come arma politica.

Colpisce anche che la formula politico-morale coniata dall’estrema sinistra, e in particolare da qualificati esponenti di Lotta Continua, per raccontare il trauma di quella ‘trappola’ su chi aveva vent’anni nel 1969 – cioè il 12 dicembre 1969 come ‘il giorno dell’innocenza perduta’ – sia stata tratta di peso proprio dal libro che racconta l’inchiesta di Garrison. Infatti l’omicidio Kennedy e gli “occultamenti operati dal governo e dal sistema dei media rappresentano”, scrive Garrison, “avvenimenti decisivi per la vita di questo paese. Hanno significato la perdita dell’innocenza per gli americani del dopoguerra, l’inizio dell’era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti”. E colpisce molto che Garrison si soffermi più volte su un fatto: che tutti quelli che in Italia definiamo depistaggi (cioè sparizione di prove, occultamento di reperti, uccisione di testimoni o di uomini che potevano sapere) miravano negli Usa a lasciare sotto il cono di luce delle indagini il solo Oswald. E questo è l’altro elemento che lega Dallas a Milano. Tutta l’attività di molti uomini dello Stato puntava nel 1969 a far sparire dal tavolo delle indagini tutto quello che poteva indurre a supporre, a ipotizzare, nonostante i dubbi dei giornali, una mano aggiunta, parallela o comunque altra da quella di Pietro Valpreda, caduto anche lui in una ‘trappola’ che non lasciava scampo.

Garrison infatti potrebbe anche parlare dell’inchiesta di piazza Fontana quando descrive il suo stupore nel constatare che “tutte le indagini ufficiali del governo sull’assassinio avevano sistematicamente ignorato qualsiasi prova che potesse condurre in una direzione diversa da quella che portava alla tesi di Lee Oswald come unico assassino”.

Aldo Moro è il protagonista politico centrale della strategia della tensione che ha una data d’inizio e una fine. Moro nel novembre del 1968 lancia, dopo mesi di silenzio politico dopo la sconfitta socialista del maggio di quell’anno, la ‘strategia dell’attenzione’ al ‘nuovo’ che si propaga come un lampo in tutta Europa. In termini politici si apre – dopo l’accidentata avventura del centrosinistra – una nuova fase politica, quella dell’interlocuzione con il Pci, che si chiude nel novembre del 1977 quando il partito di Berlinguer vota due risoluzioni in Senato per accettare la Nato e l’Europa. Anche la morte di Moro ci riporta a Dallas.

È stato Giovanni Galloni, vicesegretario Dc durante i cinquantacinque giorni del rapimento, a paragonare la morte del presidente della Dc a quella di Kennedy. Ma le parole che più colpiscono sono quelle dell’allievo prediletto di Moro, Francesco Tritto. Moro era il candidato in pectore per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. Un giorno, non molto prima del rapimento, Moro disse a Tritto: “Credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. E Tritto ha raccontato che a uccidere Moro sarebbe stata “la cupola del malaffare” che “provava fastidio nel vedere che Moro stava per prospettare un nuovo corso nella democrazia”. Per questo le Br “sarebbero state manovrate”, come ha raccontato con dettagli molto veritieri Steve Pieczenik, l’inviato del governo americano che venne in Italia per gestire quella crisi.

Ecco perché l’assassinio di Kennedy ci riguarda profondamente come italiani, perché lo schema di Dallas è stato ripetuto più volte nel nostro paese. Solo che noi quegli schemi li definiamo ‘misteri’.

L’assassinio di Kennedy non racconta, come si è sempre pensato, un vero segreto, perché in tanti seppero e coprirono a Dallas. Come in tanti seppero e coprirono a Milano. Come in tanti seppero e tacquero in via Caetani. Il vero mistero da svelare e raccontare è perché allora si scelse di star zitti e perché ancora oggi in tanti non vogliono ascoltare e capire che misteri non ve ne sono. Semmai segreti che con il passar del tempo fa gioco un po’ a tutti che diventino misteri.

È la politica, le sue regole e le sue necessità, a decidere che cosa debba rimanere un segreto e cosa debba essere offerto al gran circo dei mass media come l’ennesimo mistero irrisolto e irrisolvibile.

Una volta

La vedi questa donna? Si lei.
Beh, una volta era tua…
Ricordi?
E ora non lo è più.
Una volta tu l’amavi e ora non sai più nemmeno come sta.
[Ma forse non l’hai mai saputo].

Lo vedi quel libro, pieno di lettere e poesie? beh, una volta erano tue, erano per te, ma ora non ci sono più.

Le vedi quelle sigarette? sono ancora lì, come le hai lasciate tu, e quel lenzuolo sporco di vernice bianca dove una volta leggevamo insieme è ancora lì, come l’hai lasciato tu.

Quelle scarpe, che una volta ti piaceva che indossassi,e quella giacca ancora piena del tuo profumo è rimasta lì, ad aspettarti..

E io?
Io sono ancora lì.

Lo vedi quel corpo?
La vedi quell’anima?
Lo vedi quel cuore?
Beh… Vedi.
Una volta ti amava…

E ora… non lo so più.

Il Mondo Virtuale

Penso che il mondo virtuale debba essere vissuto come un gioco, perciò dobbiamo giocarci, non prenderlo sul serio.
Solo in questo modo possiamo divertirci, e forse si possono fare anche imprevisti incontri interessanti.

Io credo che al mondo virtuale bisogna chiedere storie virtuali.
Poi, può capitare di scovare il grande amore, ma con la stessa probabilità di incontrarlo al supermercato.
Appunto, per puro caso.

Immagino Internet, le chat, come un immenso bazar che contiene di tutto: ci si deve accostare con lo stesso spirito con cui andremmo ad una pesca di beneficenza, dove si può vincere il pesciolino rosso nel sacchetto pieno d’acqua, ma quasi mai, o mai, il prosciutto messo in palio.

Il Terzo Aspetto

Si precisa che in questo testo i vari concetti sono adoperati senza che l’autore pretenda che questo modo di esprimerli sia, in tutti i casi, l’unico possibile.

C’è stato uno sbaglio, mi scusi, non volevo entrare, e poi tu mi hai sorriso, mi hai preso la mano, solo un brivido, un bacio, e abbiamo fatto l’amore. Ma è stato uno sbaglio.
Io non volevo.
Tu non volevi.
Le circostanze, è solo colpa delle circostanze.
Tu ti controlli, sai quello che succede e perché succede, non perdi mai la testa, nella tua vita c’è un posto preciso per ogni situazione…
Ma allora perché è accaduto tutto lo stesso?
E’ quello che ti chiedo, Francesca.
Sono questi i pensieri che ti agitano? o sono altri, inespressi, che non vuoi salgano in superficie?

Comunque, ho capito.
C’è qualcosa che non va.
Ed è così opprimente che non ti lascia libera di pensare.
Di agire.
Secondo il tuo cuore.
Perché tu mi ami, questo lo so.
E allora, perché farsi influenzare dalle emozioni?
La vita è una, e non ne abbiamo altre per verificare tutte le alternative possibili. Perché, in fondo, il punto fondamentale è quello di imparare a conoscere sé stessi. Solo la conoscenza dei nostri confini può farci vivere serenamente.

Io credo che tu ancora non abbia compreso la tua verità.
Il fatto di amare due uomini può essere in sé immorale.
E anche se ognuno di noi vive nel modo in cui la propria individualità gli consente di vivere, hai mai analizzato i tuoi sentimenti?
Sono ormai due anni che tradisci il tuo fidanzato.
E sono sempre due anni che non hai ancora preso una decisione.
Secondo me, c’è qualcosa che non torna.
Mi viene un dubbio. Abrielle mi guarda e sorride.
– Che, sei diventato un bigotto? – e ride, ride smentendo la mia presunta obiezione.
– No, ma ti chiedo un rinvio.

La prima ipotesi è che tu sia una persona “disponibile” al tradimento.
Per questo hai vissuto gli ultimi due anni in uno stato di confusione interiore: si può accettare l’idea di tradire qualcuno senza sentirsi immorali?
Ma proviamo a capovolgere il problema, perché se noi avessimo una scala di valori diametralmente opposta, tu non avresti compiuto alcuna azione immorale.
Questo è il punto dove voglio arrivare: l’immoralità esiste negli occhi di chi la vede.
Se tu per un attimo ti rendi conto di essere una persona disponibile al tradimento, allora dovresti accettare le conseguenze di questa realtà, e vivere libera da assurdi rimorsi o complessi di colpa.
Che ne dici?
…che in un mondo siffatto tutto è cinicamente permesso.

Ma veniamo alla seconda interpretazione.
L’assunto di questa ipotesi è che tu non conosca la tua natura e questa ignoranza ti porta stati di disagio e ambiguità.
La seconda ipotesi è che tu sia una persona superficiale.
Infatti, solo una persona superficiale, insensibile, potrebbe perpetuare un tradimento così a lungo.
Una tale persona si può anche rendere conto dell’immoralità della sua azione, ma non se ne dispera poi più di tanto.
Ecco perché può andare a letto con uno e con l’altro. Perché, in un certo senso, non “avverte” il problema.
Il malessere che prova è circoscritto solo alla situazione contingente, non avverte mai (o ignora) il problema nella sua interezza.
Quando, per qualche istante, e per qualsiasi causa, arriva a “comprenderlo”, allora cade preda di sconforti e crisi esistenziali.

Ecco, ho tracciato due aspetti che potrebbero corrispondere a due tipi psicologici.

Il primo aspetto lo definirei “tipo dei sensi”. Una donna portata a dare amore e volere amore. Per questo tipo psicologico nessun uomo è meglio di un altro. Tutti possono avere qualità attraenti. Di conseguenza non esiste alcun fidanzato né alcun amante. Ovvero non esiste alcuna categoria in quanto non esiste alcun tradimento.
Se ti identifichi in questo tipo, allora la nostra storia potrà terminare all’improvviso e non conserverà alcuna memoria.

Il secondo aspetto lo definirei “tipo delle passioni”. Questo tipo psicologico vive una sorta di “nominalismo” in quanto dà alle cose il senso che universalmente hanno (e quindi il fidanzato ha un valore, l’amante un altro, il tradimento è immorale) ma si pone nei confronti di questi oggetti in un rapporto passionale, quasi sottomettendosi ad essi, vivendoli per il valore che intrinsecamente hanno, senza riuscire mai a collegarli, e dunque senza mai riuscire a staccarsi dalla superficie sulla quale galleggiano, come isole perdute di una sconosciuta identità.
Se ti identifichi in questo tipo, allora la nostra storia può durare indefinitamente ma non avrà mai un vero futuro.

Rimane a questo punto l’ultima ipotesi, ancora inespressa, quella più vicina alla realtà quale me la figuro.

Il terzo aspetto è che tu abbia vissuta la tua vita solo nella fantasia. Questo può accadere quando si avverte la vita come “negativa”, perché si voleva una famiglia diversa, un ambiente diverso, altri amici, altre occasioni, arrivando a non solidarizzare mai con sé stessi, e rifiutando inconsciamente la propria immagine.
Questo aspetto determina due conseguenze: da una parte, il rifugio in un mondo onirico, costruito secondo le proprie aspirazioni; dall’altra, il senso di una profonda rivalsa nei confronti del mondo reale.
Una persona di questo tipo non amerà mai nessuno, la sua scala di valori morali non avrà mai una reale importanza. Ecco perché una persona di questo tipo può tradire: perché solo il tradimento può affermarla in un mondo che lei non accetta.
E, d’altronde, l’amore esiste solo nella sua fantasia.
Nella vita reale, quella quotidiana, l’amore perde il suo contenuto e aleggia, vuoto involucro etereo, in una sostanziale estraneità.
Ed ecco che il problema per questa persona nasce quando un uomo si innamora di lei e quel sentimento è simile all’amore dei suoi sogni. Ecco il conflitto interiore: la realtà non è più sogno e il sogno è divenuto quella realtà.
Come comprendere la situazione?
Cosa scegliere?
– Ma io non so quale sia la scelta migliore – obietta Abrielle. E ha ragione. Non esiste la scelta “giusta”.

Non è possibile determinare in concreto la qualità e la portata di una scelta.
Non è possibile perché il sistema di riferimento che sta dietro a una scelta è basato sui nostri valori soggettivi. Per cui, qualunque scelta si compia, nell’essere il prodotto della prospettiva di quei valori, può anche risultare fuorviante.
– Ma allora tutte le scelte possibili sono fuorvianti – mi sorprendo a pensare e tento di ridere, ma cosa rido?
Se la scelta dipende da un soggettivo sistema di valori, è proprio nella sua qualità soggettiva che risiede quell’incapacità di essere, in definitiva, una scelta valida.
Ma allora come si può scegliere qualcosa di giusto? E cosa vuole dire “giusto”?
La giustizia è un ideale, un concetto astratto, e noi cerchiamo di uniformare le nostre scelte a questa astrazione…

E allora chiamo Abrielle a gran voce, incurante della paura di entrare nella dimensione della follia, e le chiedo perché abbia scelto di non scegliere.
– Perché tu capissi – mi risponde e un sorriso infantile le dipinge il viso.
– Non potevi spiegarti meglio?
– Non mi avresti compreso.
– Ma come puoi esserne certa?
– Lo sospetto.
– Ma esisti?
– No.
– Vuoi dire che non stiamo parlando insieme?
– Tu lo dici.
– Dimmi di più.
– Tu sai qualcosa di più.

Nove

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell’autoestinzione, credo che ce ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l’attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno avuto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo ore per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo… e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E se l’idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c’è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava nove visite.
Nove.
Dall’ultimo aggiornamento, nove persone sono venute qui a dare un’occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Xamwood – un nickname che uso sempre meno, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre cento (cento!) visitatori giornalieri che, ai tempi d’oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, e mi spiace.
È una parte di me che è stata relegata lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Nove di voi, però, sono ancora qui… o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L’archivio è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
E ogni tanto pubblico qualche nuovo articolo.
Ma se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo, e vorreste aggiornamenti più frequenti, rimarrete delusi, perché non sono un amante nemmeno di Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno… come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa… ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle, e faccio prendere un po’ d’aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, che qua tra un po’ entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

Thus spoke Cyberluke