Accadde in settembre
solo un sussurro
un ricciolo di autunno
sulla tua guancia
o una foglia vogliosa
lasciata ad oziare
nell’oro fulvo
del crepuscolo;
e il profumo d’ambra
di pere,
succulente e assopite,
scivola pigramente
dalla tua pelle
e manda ai miei sensi inquieti
un desiderio struggente…
Luna
Ci incontreremo
sussurrò
dove la folle ibrida luna
oscilla dalla sua orbita
e sovrasta le cime dei comignoli
lasciando la sua ombra tra le nostre lenzuola.
Laggiù
troveremo il nostro amore
il suo sorriso denso
traboccante l’orlo
dei nostri fianchi, come cigni luminosi
protendono lo sguardo tumido
imprigionandoci
dentro un baldacchino di sospiri
dove la mattina
non ci può trovare.
Simulacro
Hai mai indossato una maschera per così tanto tempo
che hai paura di toglierla
e di respirare l’aria pura
del mondo esterno?
Riusciresti ad aprire i polmoni
o rischieresti di implodere?
Hai mai indossato una maschera per così tanto tempo
che hai paura di toglierla
perché nessuno potrebbe riconoscerti?
Hai mai indossato una maschera per così tanto tempo
che hai paura di toglierla
perché non sai più
se c’è qualcosa là sotto?
Universi duplicati
Immaginiamo di vivere in un universo in cui niente sia originale. Tutto è falso. Nessuna idea è mai nuova. Non c’è novità, non c’è originalità. Niente è mai fatto e niente sarà mai fatto per la prima volta. Niente è unico. Tutti possiedono non già un solo doppio, ma un numero illimitato di doppi.
Questa insolita situazione si verifica se l’universo è infinito nella sua estensione spaziale e se le probabilità che si sviluppi la vita non sono pari a zero. Si verifica per il modo peculiare in cui l’infinito differisce in maniera cospicua da qualsiasi grande numero finito, per quanto elevato esso sia.
In un universo di dimensioni ed estensione fisica infinite, qualunque cosa abbia una probabilità superiore a zero di accadere è giocoforza accada infinitamente spesso. In questo momento, vi sarebbe un numero infinito di copie identiche di ciascuno di noi, che farebbe esattamente quello che stiamo facendo noi. Vi sarebbe anche un numero infinito di copie identiche di ciascuno di noi, che farebbe qualcosa di diverso da quello che stiamo facendo noi. Anzi, un numero infinito di copie di ciascuno di noi farebbe anche qualcosa che avremmo una probabilità superiore a zero di fare in questo momento. Un simile, inquietante scenario è chiamato «paradosso della duplicazione» e fu discusso da Friedrich Nietzsche nel suo libro La volontà di potenza già nel 1886, quando erano state comprese le conseguenze di un universo infinito. Scriveva Nietzsche:
… il mondo … nel grande gioco di dadi della sua esistenza deve attraversare un numero calcolabile di combinazioni. In un tempo infinito, ogni possibile combinazione deve realizzarsi almeno una volta; di più, deve realizzarsi infinite volte.
Il paradosso della duplicazione ha varie conseguenze strane. Siamo convinti che l’evoluzione della vita abbia probabilità superiori a zero di verificarsi (perché siamo qui). In un universo infinito, quindi, esisterebbe un numero infinito di civiltà viventi. All’interno di esse, esisterebbero copie di noi stessi di ogni possibile età. Quando ciascuno di noi morisse, da qualche altra parte esisterebbe sempre un numero infinito di nostri duplicati che avrebbero gli stessi ricordi ed esperienze di vita passata e continuerebbero a vivere nel futuro. Questa successione continuerebbe per un futuro indefinito, sicché, in un certo senso, ciascuno di noi «vivrebbe» per sempre in un simile scenario paradossale. Si impone qui un’ulteriore, bizzarra conclusione. Se considero tutte le potenziali storie in cui ho il mio passato reale, ma anche tutti i futuri possibili, il numero dei futuri in cui cesso di esistere nei prossimi istanti è assai più elevato del numero di futuri in cui continuo a esistere. Allora perché continuo a esistere?
Questo paradosso è entrato in maniera provocatoria anche nel dibattito teologico. Supponiamo infatti di applicare lo stesso ragionamento al tema dell’Incarnazione. Se essa ha una probabilità finita di avvenire, dev’essere avvenuta infinitamente spesso da qualche altra parte in un universo infinitamente grande. Sant’Agostino usò tale argomentazione nel IV secolo per affermare che la vita senziente dev’essere propria solo della Terra, altrimenti la crocifissione sarebbe avvenuta anche su innumerevoli altri mondi. Nella seconda metà del XVIII secolo, Thomas Paine sostenne invece che l’esistenza della vita in altri pianeti era indubbia e che quindi la crocifissione non era mai avvenuta (o almeno non avrebbe potuto avere gli effetti che le venivano attribuiti), perché sarebbe stato assurdo che fosse stata duplicata all’infinito.
Potremmo chiederci che cosa succederebbe se incontrassimo una delle nostre copie. Forse sarebbe come vedersi riflessi in uno specchio, ma non c’è motivo di credere che il nostro doppio si comporterebbe come noi. Potremmo avere storie identiche fino al momento dell’incontro, ma di fronte a una situazione nuova reagiremmo in maniera diversa, proprio come farebbero due gemelli omozigoti. In futuro le nostre esperienze e le nostre scelte divergerebbero sempre di più. Tuttavia in altri luoghi dell’universo infinito dovrebbe esistere una serie illimitata di copie di ciascuno di noi che prende le stesse decisioni future e che è sotto ogni profilo identica a noi. È come se ogni decisione che avremmo potuto prendere in ogni momento della vita fosse stata presa davvero. Ci sarebbe sempre da qualche parte qualcuno con un passato identico al mio e che poi prenderebbe una delle decisioni che avrei potuto prendere e che non ho preso. E questi qualcuno sarebbero sempre più numerosi di quelli che continuerebbero a scegliere come me.
Uno dei tratti più curiosi di questa «teoria» è che, se fosse vera, non sarebbe originale. È già stata proposta infinite volte in passato. In realtà, in un universo infinito che esplora tutte le possibilità, niente può essere originale.
Alcuni scienziati trovano la prospettiva così allarmante che la considerano un valido argomento a favore di un universo finito. Altri sono allarmati dalle conseguenze etiche di un universo in cui tutte le possibili sequenze di eventi avessero luogo indipendentemente dalle loro conseguenze. Tutte le possibili storie virtuali sarebbero tradotte in atto. Vi sono storie in cui il male vince sempre sul bene e altre in cui si ritiene perfino che questo sia un fatto positivo.
Nella realtà, le leggi della fisica ci offrono una certa protezione da alcune di queste inquietanti conclusioni. Se anche l’intero universo fosse infinito, noi saremmo in contatto solo con una sua parte finita, in quanto la velocità della luce è finita. Eppure, sebbene siamo ben protetti dalla possibilità di incontrare i nostri doppi, c’è qualcosa di assai inquietante nella loro esistenza.
Se un universo infinito fosse sempre esistito e fosse rimasto pressoché nello stesso stato, come nella vecchia cosmologia dell’universo stazionario, vi sarebbe anche una versione temporale di questi paradossi. Qualunque cosa avesse avuto una probabilità finita di avvenire, sarebbe avvenuta infinite volte nella nostra storia passata. Non ci sarebbe novità in un universo del genere. Inoltre, poiché la vita intelligente avrebbe una probabilità finita di evoluzione, dovrebbe essere infinitamente comune e, con il passare del tempo, ci sarebbe un’immensa proliferazione di esseri viventi nell’universo. Dovremmo aspettarci di vederli normalmente. Naturalmente tutte queste conclusioni sugli universi infiniti, se fossero vere, non sarebbero originali.
Infine, una riflessione affascinante, che fa riflettere: ci lascia costernati e scettici la sola idea di una duplicazione infinita. Sembra a un tempo assurda, fantascientifica e impossibile. Ma noi siamo circondati da quelle che riteniamo essere copie perfette. Il mondo è fatto di tali copie. Mi riferisco a protoni, elettroni, quark, particelle elementari che si presentano in natura come famiglie di particelle identiche. Una volta che si è visto un elettrone, si sono visti tutti. Non si sa perché sia così. L’universo si basa sulla duplicazione e sospettiamo che, come l’universo sembra in espansione, così la duplicazione sembra infinita. È la più fantastica delle calibrature. La maggior parte dei fisici non la nota nemmeno e meno ancora la commenta. Ma viene da pensare che il tessuto segreto della realtà abbia la duplicazione al suo centro.
E allora?
allora …
ti rispondo. Ascolto le tue parole. Guardo la tua bocca. Sostengo il tuo sguardo. Annuisco. Sorrido. Tu parli. Io ascolto. Mi concentro su di te. Quando parli, ti ascolto. Quando apri le tue labbra per parlare, ti guardo. Guardo la tua bocca. Sento la tua voce. Guardo nei tuoi occhi. E ti rispondo. Annuisco, sorrido. Il mio corpo ti risponde. Aperto e disponibile. Senza barriere. Ti ascolto. Guardo. Annuisco. Sorrido. Rispondo a te. Ascolto le tue parole. Guardo la tua bocca. Sostengo il tuo sguardo. Annuisco. Sorrido…
…e respiro… lentamente… inspiro… espiro…
Tu parli. Io ascolto le tue parole ma non le sento. La verità è che non mi interessano. Voglio farti star zitta con un bacio. La mia bocca sulla tua. Ma tu continui a parlare. E in verità quando sento la tua voce, morbida e bassa, mi sciolgo. Ti sento parlare ma sono così distratto dalla tua bocca. Sono troppo preso. La tua bocca mi eccita. Mi concentro su di te. La tua voce sembra dipingere astratte pennellate di lussuria. Mi piace la tua voce. Mi piace la tua bocca. E tu parli. E io ti guardo. Guardo tue labbra muoversi. Le guardo, attento, e immagino di assaggiare la tua lingua, guizzando tra le tue labbra. Vedo la tua bocca. Bagnata. Le tue labbra, muoversi. E sento fame. La mia bocca è secca. Ho sete. Mi sento le labbra secche, mi sorprendo a a guardare ancora la tua bocca. Ho fame. Ti guardo. Ti sento parlare, ma voglio farti star zitta con il mio bacio. Voglio chiudere la mia bocca sulla tua. Voglio schiacciare la tua bocca contro le mie dolci intenzioni malvagie.
Ti guardo parlare. Gesticolare. Le tue mani. Morbide, delicate. Lunghe dita. Mani morbide. Movimenti dolci. Aperti. Voglio stringere quelle mani. Voglio baciare le tue dita. Voglio baciare il palmo della tua mano. Voglio leccarti le dita. Levare il sale dal palmo della tua mano. Voglio tenerti le mani. Voglio le tue mani da tenere. Voglio essere tenuto tra le tue mani. Voglio mettere le tue mani su di me. Voglio le tue mani su di me. Mi sento già dissolto, voglio essere moltiplicato da quelle mani … piegato, modellato, spalmato, persuaso, sostenuto. Ma …
Tu siedi di fronte a me in questo posto animato. Confuso. Rumoroso. E parliamo. O meglio: tu parli, e io sono distratto. Disarmato. Mi sforzo di spegnere i miei desideri e di ascoltare. Ci provo. Ma è così difficile. Mi siedo sulle mie mani per paura che si allontanino a fare cose imperdonabili. Cose che potrebbero distruggere la nostra amicizia. Anche se, nella mia mente, mi sento ormai un altro. Frammenti della nostra amicizia vengono cancellati. La linea invisibile che separa gli amici, e impedisce loro di tuffarsi nella zona degli innamorati, è in frantumi. Vaporizzata. Demolita. Distrutta. E ormai, forse… in modo irreparabile.
Ma ti guardo, e continuo ad ascoltarti, come se nulla fosse. I miei occhi guardano il tuo viso. E capisco che… mi sono perduto.
Sì, perduto.
Mi sono perso.
Perso dentro te. Perso nei miei pensieri. Distratto. Confuso. Frustrato.
Rimango seduto sulle mie mani per tenerle sotto controllo. Mi mordo il labbro inferiore. Tutto quello che posso vedere sei tu. Tutto il resto sta svanendo nell’oblio. Sfocato. Mentre sei tu il mio fuoco. E guardo ancora i tuoi occhi. Le tue mani. La tua bocca. Le mani. Il collo. Le mani. Il grembo. I tuoi occhi. I tuoi capelli. Il lobo dell’orecchio destro. La punta delle dita. La lingua. Il ginocchio destro. E ancora le mani. I tuoi occhi. Il collo. La bocca. La bocca. La bocca. il tuo sesso. La bocca. Le cosce. Il tuo grembo. La bocca. Il tuo sesso… il tuo sesso… il tuo sesso…
Sento la tua voce. Morbida e bassa. Ma le parole si perdono in questa giungla. E io sono perduto. Mi mordo il labbro. Mi siedo sulle mie mani. Sento i brividi, sento caldo. Mi sento. oh dio … Riesco a sentire più di quanto dovrei. Sento molto molto di più di quanto tu creda. Per una frazione di secondo, mi sento colpevole – come se ti stessi violentando, con i miei occhi, abusando di te con la mia mente. Lo sento. Sono eccitato, questo è certo. Ma tu continui a parlare, e io ad ascoltare. Sembri completamente all’oscuro di questo caldo soffocante. Questa ondata di desiderio struggente che sto cercando invano di contenere. Temperare. Domare. Tenere sotto controllo.
Dentro me c’è come un diluvio. Un’alluvione. Piccoli terremoti. Uragani. Un nubifragio. Un diluvio. Una tempesta.
Le mie mani… Ho girato i palmi rapidamente, e tu parli. Io ascolto, ma queste mani potrebbero andare, sfiorare le tue gambe, insinuarsi dolcemente tra le cosce. Sentire. Sfiorare. Potrei farlo, anche ora che mi stai guardando, ma forse… non è tanto sicuro. E’ meglio immaginare piuttosto che rischiare di perdere quel poco che ancora abbiamo.
Mi mordo le labbra. La mia bocca è secca. Sono teso.
Guardo la tua bocca mentre parli, come inclini la testa nella mia direzione. Ti ascolto. Ma non ti sento. Tutto quello che posso vedere sei tu – e mentre ti guardo, penso di tenere fermo il tuo viso tra le mie mani, schiacciare la mia bocca contro la tua. Tu parli e tutto quello che posso pensare è quanto vorrei sentire il tuo odore … sentire manciate di capelli nelle mie mani … farti sentire la mia eccitazione. E sfiorare con la lingua il lobo delle tue orecchie … morderti il collo… sentire la tua pelle … far scivolare le mie mani sotto il tuo maglione, slacciare i tuoi jeans. La mia testa si sta perdendo nel pensiero di quanto desidero baciarti a lungo e sentire le tue mani sulle mie gambe, allora mi spingo sempre più vicino. Così posso provare…
…ma in realtà, sono sempre seduto, immobile, e continuo a sentirmi in colpa. I miei occhi sono fissi su di te, ma è tutto inutile, ormai sono perduto. Non ho sentito una parola di quello che hai detto. Mi sento male, e tutto quello che posso vedere è la tua bocca – le tue labbra – la lingua. I tuoi occhi guardano dritto verso di me, ma tutto quello che io voglio è… fare l’amore. Questo pensiero mi divora. Voglio stare dentro di te, ti voglio immobilizzare a quella sedia e sentirti muovere dentro di me, le gambe avvolte al mio bacìno. E al diavolo tutto il resto.
Ma sto sempre seduto e ti guardo parlare. E non so cosa fare. Me ne rimango così, solo, perso in questa giungla. Questa giungla di parole e di spazi in mezzo a noi…
E ripenso a tutte le occasioni mancate. Se avrei potuto fare qualcosa di più, qualcosa che mi avesse aperto la tua porta.
oh cazzo… quella notte. Sì, più tardi, quella notte. Avrei potuto fare di più in quel bacio. Tu eri in mutande. Avrei potuto fare molto di più… Come avrei voluto lasciarmi andare. Lo volevo. Lo volevo disperatamente. Ma tu lo sai come mi sentivo? Mi hai visto? L’hai sentito? Lo volevo. Volevo solo che fossi tu a prendere l’iniziativa e fare di me quello che volevi…
ma intanto sono ancora qui, e rimango seduto.
Dio come ti voglio… E invece ti guardo.
Ti guardo e ascolto. Diventa tutto insopportabile. Allora mi alzo e vado al bar a ordinare un altro drink. Non posso sopportare tutto questo. Vado fuori per una sigaretta, devo trovare il modo di uscirne. Ma voglio anche darti un bacio. Voglio fare ogni sorta di cose con te, e lasciarti abusare di me come vuoi. Ma tu sembri non capire. Allora? Lo vuoi o no?
Tu stai seduta di fronte a me e parli. Sono seduto di fronte a te e cerco di stare fermo, rimanere immobile, assente, per paura di soccombere a questi desideri, alla mia passione, e perdere tutto, completamente.
Tu non conosci la furia di quelle tigri in gabbia che ho dentro, è possibile che non te ne accorgi? Non riuscirò a trattenermi ancora a lungo. A un certo punto, da qualche parte, qualcosa potrebbe accadere…
ma per ora rimango seduto e i miei occhi volteggiano su di te. Lo vedi? Lo senti? Puoi sentire i miei occhi desiderarti? il mio sguardo spogliarti. toccarti. Posso quasi sentire il calore del tuo corpo. Posso sentire il tuo odore. Voglio baciarti. Voglio sentirti dentro. Voglio muovermi lentamente, in profondità. Più profondo. Posso bere la tua bocca. Sentire le tue mani. sfiorarti il collo. I miei occhi vagano, ebbri – io sono pronto…
Tutto intorno a me è confuso. Le voci diminuiscono, le conversazioni rallentano, fino a diventare solo rumore. Rumore … la gente si muove intorno a noi lentamente, un movimento sfocato. Tu, io, siamo in animazione sospesa dentro di me. Tu sei seduta di fronte a me e parliamo. Io sono seduto di fronte a te e ti ascolto, ma sopra di noi, da qualche parte, stiamo facendo l’amore. Mi trovo a parlare con te, sì … tu parli con me, ma io sono distratto. distratto, perché proprio accanto a me, ti vedo e vedo me sopra di te. Con la coda dell’occhio, guardo come facciamo l’amore. Come siamo uniti, con forza, con intensità, stringendo, ansimando, lottando, rabbiosi… con quale intensità stiamo cercando di salire l’uno dentro l’altro.
In realtà, siamo rimasti sempre seduti, uno di fronte all’altro. Seduti su questi desideri vuoti. E continuo a guardare la tua bocca e sento che la mia è secca.
Ho sete.
un altro drink? Sì.
Mi mordo il labbro per deglutire. Poi i piccoli terremoti al mio interno si placano, e mi chiedo se si sente nulla di tutto questo caos … nulla di tutta questa lussuria e di questo vorace desiderio dentro di me … nulla del caldo soffocante di questa giungla… E mi chiedo se hai capito che mi ero perduto. Perduto e assetato di te.
Sì, ti rispondo.
Sì.
sai come mi sento? sì?
no?
e allora? …
Incompiuto
Non riesco a ricordare
quello che indossava quella notte
o l’odore della luna
al suo polso
o la sfocatura della sua guancia
mentre sfiorava il cuscino.
Non riesco a ricordare i dettagli
della sua voce
quanto fu detto
o promesso
quando il calore di luglio
annidato nella curva
della mia lingua
andò a sollecitare ancora
la sua esitazione.
Ma ricordo lo spavento
l’ultimo tremore
sul viso e la sua pelle
intagliando un arco
nel nostro respiro
scuoteva le pareti della sua stanza
e il suono del mondo
che andava in pezzi





