Amore per sempre

Mi sono spesso domandato se possa esistere l’amore eterno.

Chiunque creda di pronunciare le parole “Ti amo” coscientemente, rivolgendosi ad una persona, segnatamente alla persona “amata”, sbaglia; l’amore, socialmente e comunemente inteso, non esiste. L’amore fra uomo e donna non esiste.

Questo perchè non ci si riferisce all’amore che intendiamo tutti, bensì alle azioni che scaturiscono da quel sentimento…

Infatti, come scrive Nietzsche, noi possiamo solo promettere azioni, ma non sentimenti, perchè questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo per sempre o di odiarlo per sempre, promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito effetto dell’amore o dell’odio, ma che possono anche scaturire da altri motivi.

Si promette, allora, di continuare nell’apparenza dell’amore quando si giura a qualcuno eterno amore.

Dunque è una questione di come utilizziamo il termine “amore eterno”.

Perchè non c’è termine che possa resistere come valore significante, e quindi non c’è termine che possa essere usato con la certezza che l’altro, ascoltandolo, intenda ciò che intendo pronunciandolo ed esprimendolo.

Tempo errante

C’è un altro problema. Il più bello di tutti. E’ il tempo.
Il tempo è l’unica cosa al mondo che tutti quanti conoscono e provano e che non si può nè vedere, nè sentire, nè toccare, nè dirigere, nè modificare, nè definire.
E’ inafferrabile come il pensiero. Non è in nessun posto ed è dappertutto. Non è niente ed è tutto. E’ impossibile comprenderlo.
Si può, se non immaginare, perlomeno tentare di concepire l’inizio della vita, l’inizio della materia, l’inizio dell’universo. Il big bang, sapete… Ma l’inizio del tempo? O il tempo è eterno, e allora è Dio, oppure il tempo ha un inizio, come ha un inizio il mondo. Ma quale inizio? Si fa fatica a immaginare per il tempo un inizio progressivo come per il mondo, per la vita e per l’uomo. E’ piuttosto un tutto o un nulla.
I fisici se la cavano dicendo che il tempo è una proprietà della materia e che appare con essa. Mi sembra una risposta debole.
Kant, che aveva del genio, ha un’idea astuta quando trasforma il tempo in una proprietà che lo spirito umano proietta sul mondo. Il guaio è che il tempo è esistito molto prima dell’uomo. L’uomo, o l’antenato dell’uomo, ha tre o forse quattro milioni di anni. E l’universo si sviluppa nel tempo con molto successo da quindici miliardi di anni.
Il tempo è fatto di due blocchi che si guardano in cagnesco: il passato e il futuro. Al centro, minuscolo, incastrato, irritabile, tremolante, una specie di gelatina, un perpetuo dileguarsi: il presente.
E’ assolutamente chiaro che non esiste presente.
Il presente è un limite, un asintoto, un mito. Esiste solo stadio di progetto o allo stadio di ricordo. E’ una pura assenza. Non appena dite: “il presente”, questo presente, sempre fuggitivo, appartiene già al passato. Il presente è solo la cresta dell’onda del passato che sta sommergendo il futuro.
Un poeta amato da Borges ha scritto da qualche parte: “il momento in cui parlo è già lungi da me“.
E’ ugualmente chiaro che, dei due blocchi rivali che fanno scaturire il presente nella sua inesistenza, uno continua a crescere e l’altro a diminuire: il passato sta tutto il tempo a divorare il futuro. Ogni istante che passa viene strappato al futuro e trascinato nel passato.
Ogni istante che scorre viene strappato al futuro e trascinato nel passato. Un secondo, un’ora, e perfino un giorno sono ben poco rispetto a una vita. Quasi nulla in rapporto alla lunga storia degli uomini.  Niente o meno di niente – vale a dire comunque qualcosa – rispetto all’universo.  Ogni secondo passato è un passo verso la morte. Ogni secondo aggiunge qualcosa, una goccia d’acqua nello spazio, un granello di sabbia tra le stelle, ai quindici miliardi di anni che sono passati sull’universo e toglie qualcosa ai miliardi di anni che costituiscono il suo futuro. A ogni istante il mondo è anzitutto la vittoria del passato sul futuro. Arriverà un giorno, o una notte, arriverà un momento in cui la scorta di futuro sarà finalmente esaurita, in cui il passato avrà fatto il pieno, in cui la fluidità del futuro e i suoi sogni di libertà saranno bloccati dal ricordo.
Sarà l’istante della morte di tutti, sarà la fine della storia, sarà l’apocalisse annunciata da san Giovanni e le trombe del Giudizio universale, sarà una contrazione dell’universo invece della sua espansione.
Sarà comunque la fine di tutto.
Resta da sapere, ma questa è un’altra faccenda, se ci sarà ancora qualcuno per ricordarsi di questo tutto tramutato in niente, che sarà stato l’essere e che sarà il nulla.

Vi potete immaginare che dopo avervi detto che il presente non esiste, vi dimostrerò che non esiste altro che il presente.
Il bello delle parole è che sono i più docili di tutti i servitori e che si può far fare loro tutto ciò che si vuole. Io non sono un esperto di filosofia, ma dai sofisti in poi tutti sanno che la filosofia consiste anzitutto nel dire in un secondo tempo tutto il contrario di quanto si è affermato nel primo. E’ ciò che si chiama dialettica ed è una cosa più seria di quanto si crede.
Allora, c’è il passato e c’è il futuro. Sono due blocchi formidabili. E’ evidente che non si entra nè nel passato nè nel futuro. E’ solo nei romanzi che si va ad esplorare il passato, che si passeggia per il futuro.
Per noi il futuro esiste soltanto allo stadio di progetto e il passato esiste soltanto allo stato di ricordo. Poichè c’è una freccia del tempo che non è reversibile, non ci si ricorda del futuro, non ci si tuffa nel passato per fare dei progetti.
Il passato ci spinge in avanti, il futuro ci aspetta dietro l’angolo. Io conosco il mio passato e non posso cambiarci nulla. In una certa misura, sono padrone del mio futuro, ma non lo conosco.
C’è il passato dissolto, familiare e perduto. C’è il futuro aperto, misterioso pieno di promesse e di timori. Al centro: il presente. Io sono insediato nel presente e , per quanto lontano guardi nel passato e nel futuro, non ero, non sono, e non sarò mai insediato in niente di diverso da questa cosa evidente e dominatrice che si chiama presente.
Nessun essere vivente abbandona mai il presente. Il presente si muove in continuazione e io mi muovo con lui. In nessun momento vado a spasso per il futuro, in nessun momento mi attardo nel mio passato.
Io sono, voi siete, tutti quanti siamo in un eterno presente. Il passato non smette mai di crescere e il futuro di diminuire. Soltanto il presente è al tempo stesso immutabile e mutevole, soltanto il presente è eterno. In nessun momento dell’esistenza usciamo dal presente. E al di là di me e voi, c’è, davanti al passato, alle spalle del futuro, un eterno presente del mondo. Nessuno sa dove sia il passato, nessuno sa dove sia il futuro. Il passato è abolito. Il futuro non è maturo. C’è sempre soltanto il presente. Soltanto il presente trionfa.
Nessuno esce mai dalla prigione del presente. Qui o là, un giorno o l’altro, appare una crepa e si apre una galleria nel muro della memoria o in quello della speranza. Ebbro di libertà, il prigioniero vi si getta dentro. Ma tutti i cammini e tutti i sotterranei danno sempre e soltanto sul presente.
La prigione è mobile. Cambia e rimane la stessa. Prende lo spartiacque tra il passato e il futuro.  Galleggia sulla schiuma delle onde. Segue il filo della corrente. Le prospettive si trasformano, il paesaggio si modifica. Il mondo non è mai lo stesso. Ma la prigione c’è sempre.

La verità è che il presente non esiste, ma noi ne siamo prigionieri. Siamo rinchiusi dentro un’assenza di realtà. All’interno del tempo, il presente è, al secondo grado e a maggior ragione, un’assenza di realtà e un dominio sovrano.
Non esiste presente e mai e poi mai ne possiamo uscire.
Ecco quello che siamo: prigionieri di un nulla. Sempre sul punto di incappare in una scomparsa, immagine stessa del paradosso e del cedimento.
L’uomo esiste soltanto in qualcosa da cui non può evadere e che è già scomparsa e che noi chiamiamo il presente.

Lo sai?

era bello scriverti…
era bello pensare che dall’altra parte qualcuno leggeva le mie parole…
era bello leggere le tue parole
era bello pensare che c’era uno scambio
anche se virtuale…

ma forse hai disattivato questa casella di posta
e non ti arrivano più le mie email
o forse stai vivendo la tua vita
più intensamente
e non hai più tempo…
o non ne c’è più motivo…
o non c’è mai stato

comunque era bello

io rimango qui
buona fortuna

La morte e il ricordo

C’è una definizione della vita abba­stanza celebre: “E’ l’insieme delle forze che resistono alla morte”.

Io la definirei piuttosto al contrario: la vita è ciò che muore. La vita e la morte sono unite così strettamente che acquistano signifi­cato solo l’una grazie all’altra. Vedete che al di là delle piante, de­gli animali, degli uomini, c’è una vita del mondo. Guardate: il Sole vive. Guardate: la Terra vive. Tutto ciò scomparirà. Voi morirete. E anche il Sole. E anche la Terra. Venezia formerà un bel mucchio di rovine. E quello della Terra sarà ancora più bello. C’è un primo miracolo, ed è che qualcosa nasca. C’è un se­condo miracolo, ed è che succeda qualcosa tra la nascita e la morte. C’è un terzo miracolo, uguale ai primi due, che è il più grande di tutti, ed è che moriamo tutti quanti. Forse cominciate ad accorgervi dell’evidenza e a vedere ciò che salta agli occhi: tutto è necessità, eppure tutto è miracolo. La necessità è un mira­colo e il primo dei miracoli è la necessità.

Non sto dicendo niente di speciale. Dico che tutto se ne va. Dico che tutto muore e scompare. E che tuttavia, in quelli che riman­gono, sussiste qualcosa di ciò che è scomparso. Che tuttavia nei vivi sopravvive qualcosa di ciò che è vissuto.

È ciò che chiamiamo il ricordo. La morte non è la fine di tutto perché c’è il ricordo. Gli uomini immaginano fantasmi, spettri, misteriose forze spirituali, di cui non si sa quasi niente e da cui ci si aspetta quasi tutto. Il primo fantasma, il primo spettro, la più formidabile di tutte le forze spirituali, lo sapete, è il ricordo. Non c’è niente di più bello della speranza, a parte il ricordo, che è l’opposto e la stessa cosa: una specie di grido del vivo verso la vita, un’affermazione dell’essere, una celebrazione di ciò che non è più e che tuttavia è stato, un appello a ciò che deve essere e che ancora non è. Riuscite a di­stinguere in lontananza questa tensione tra il tempo e la vita? Essa si basa tutta quanta su un mistero terrificante: quando non ci sarà più niente, ci sarà stato qualcosa e la stessa morte non cancella il ricordo.

Ah! Non sto dicendo niente di speciale, no, non sto di­cendo quasi niente, dico che tutto se ne va e che tutto scompare, dico che esiste un’anima del mondo e che ciò che è stato non può non essere.

Le parole non dette

Un tempo non usavo mai i puntini di sospensione… e pensavo che fossero solo la evidente mancanza di idee.
Ma poi, come sempre, il tempo passa, tutto si allunga, cambia, si modifica, si pone e contrappone, e alla fine anche i puntini di sospensione arrivano ad assumere un significato.

Di solito sono parole non dette.
Parole che si vorrebbero dire ma di cui se ne ignora l’effetto. E che per questo vengono tralasciate.
Parole che vorrebbero esprimere una sensazione, un concetto.
Sono parole, ecco.

E tante, tante volte avrei voluto dire qualcosa di più, scrivere qualcosa di più.
E avrei voluto inondarti di parole, tante parole, come un fiume in piena che potrebbe anche esondare.

Chissà.
Forse un giorno arriverò a sospendere i miei puntini di sospensione.

Anche se poi… sono le parole non dette a sedurci, fino a mattina, fino alla fine…