Cambio

Le persone cambiano.
Le persone muoiono.
La vita è una seccatura: è sempre lì e si muove in continuazione.
Non la smette mai di cambiare e di restare sempre la stessa.
Procede, corre, torna sui suoi passi.
Si accanisce a confondere le carte.
Va in cerca del nuovo ed è già vecchio.
Chi sta in alto? Chi sta in basso?
Chi è buono? chi è cattivo?
Non sappiamo più dove ci troviamo…
non sappiamo più chi siamo…
perchè…

Il sesso non dovrebbe definire l’amore.
Il genere non deve controllare l’attrazione.
L’immagine non dovrebbe creare odio.
L’amicizia non deve essere una porta.

Facebook non solo

Qual è il vantaggio di mettersi in mostra su una piazza virtuale con il pretesto di fare incontri interessanti?

L’amore ai tempi di Facebook è malato.

Amicizia e amore acquisiscono valore con la riservatezza. La loro prova è nel quotidiano, nel frequentarsi, nel litigare: sono qualcosa di prezioso che presuppone lentezza.

L’entusiasmo, però, sta finendo. E i fanatici della prima ora cominciano a ricredersi. Perché trovato l’ex fidanzato, rintracciato quello che non ti filava al liceo e che adesso ha la pancia (ben gli sta), fatta «amicizia» con il cantante preferito, cosa resta di Facebook? Noia, direbbe il Califfo. Cioè: persone che non sentivi prima e che continui a non sentire dopo; presunti «amici» ai quali non hai mai mandato nemmeno un messaggio, ma che sono lì a mostrare a tutto il «Facebookmondo» che la tua rete sociale è ricchissima.

Sottotitolo di Facebook: ci sarà un motivo se non ci vediamo da anni, caro ex compagno di scuola…
Facebook dura tre settimane. Poi ti rimane quella sensazione strana: sì, hai trovato chi non sentivi dalle elementari, ma scambiate le domande di rito, cos’altro gli dici?

Non è solo un discorso di privacy. Non mi piace forzare i legami, accelerare le mie emozioni. Facebook è un illusionista: è una vetrina sociale di rapporti falsi. Ha fatto aumentare tradimenti, divorzi, violenze. Sono l’unico a scrivere le lettere come una volta?

Facebook no, è una forma di guardonismo micidiale: è come imparare a fare l’amore leggendo i giornaletti porno…

Tornare per rivivere

E alla fine sono tornato, in piedi sulla panchina dove abbiamo condiviso tanti sogni.
La luna è più luminosa di un fuoco acceso e sorge tra le nebbie dei sospiri dei fantasmi del passato.
Mi chiedo se stai guardando questa stessa luna.
Mi manchi.
E a te capita mai che io ti manco?

Penso sempre a te la notte, chiedendomi se le cose non avrebbero potuto essere diverse.
Se noi potevamo trovare un altro modo per stare insieme.
Abbiamo sempre detto che nulla ci avrebbe mai separato… ma la vita ci ha tradito.
Le rose sono ormai secche e si lacerano intorno ai miei piedi, come il ricordo di una vita morta, mentre prima era vivace e carica di promesse…

È notte, la luna si staglia contro la tela del cielo.
Il cielo notturno è più luminoso stasera, e allora perché questa notte è più triste di quell’altra?

A volte

A volte la mattina mi sento come pietrificato e non posso muovermi
Sono sveglio, ma non posso aprire gli occhi
e un peso mi opprime e mi schiaccia i polmoni
So che non riesco a respirare
e spero che qualcuno mi salverà questa volta…
ma tua madre ti chiama ancora pazzo perché ti sei fatto
e tu giuri che stavolta è una cosa diversa
e poi confessi di cedere ai demoni che ti possiedono
e a quel dio che non ha mai benedetto il tuo corpo
Poi riattacchi il telefono e ti senti male per tutte le cose sconvolgenti
E scivoli di nuovo a letto a sognare un tempo
quando il tuo cuore era aperto e amavi le cose solo perché esistevano
e non come le amano i malati e i moribondi…

L’urlo di Munch

Avete presente quel quadro di Munch che fu rubato anni fa in un museo di Oslo, L’urlo? Una figura che si chiude le orecchie, con una faccia da teschio, su un ponte, sotto un cielo di fuoco? Un povero disgraziato con la bocca spalancata in un grido che pare rintronare nel mondo intero.

Nel quadro c’è un dettaglio cui nessuno fa caso. Alla fine del ponte, sullo sfondo, si intravedono due figure che sembrano infischiarsene dell’angoscia di quel poveraccio.

Nel suo diario, Munch ha scritto qualcosa che ho letto non so quante volte. «La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri… Sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere… Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero, sul ciglio di un precipizio».

E voi quell’angoscia non la provate mai? Io sono convinto che lui doveva sentirla. Angoscia d’essere solo, e di non poter essere quello che sei. Angoscia perfino di non poter gridare, perché nessuno t’ascolterebbe, a cominciare da te stesso, tanto che ti tappi le orecchie per non sentire il tuo stesso urlo.

La vita non è facile per nessuno, e spesso si cerca di adeguarsi, come fanno tutti.

Ma la verità è che siamo vittime di un’illusione.

Tu porti una maschera, come facciamo tutti, tanto che alla fine non sai più chi sei. E se un giorno provi a togliertela, per respirare una boccata d’ossigeno, il risultato è l’urlo di Munch, su quel ponte.

In quel quadro Munch ha dipinto voi, me e tutti quelli che ci hanno preceduto.

E non serve a nulla cercare risposte nelle illusioni, perché poi la realtà prende di nuovo il sopravvento. Ma poi, quale realtà? D’oggettivo non c’è niente. Non c’è mica bisogno di leggere Kierkegaard, o Kafka, o Sartre, per capire la condizione umana.

Esiste un io cosciente, un io inconscio e un terzo io, quello che ci attribuisce la gente.

Il primo crede di conoscersi, ma quel che vede sono solo le ombre della caverna di Platone, perché ciascuno di noi vede la “realtà” a proprio modo.

L’io inconscio ci sfugge, perché è dominato da forze incontrollabili, i traumi di Freud e gli archetipi di Jung, sepolti nel DNA.

Il terzo io, il modo in cui ci vede la gente, si rifrange in mille immagini differenti, perché ciascuno ci vede in un modo diverso.

Nell’impossibilità d’essere noi stessi, ci riduciamo tutti a portare una maschera, quella impostaci dalle convenzioni sociali: una maschera senza volto, come le immagini sugli specchi del labirinto. La famiglia? Un’altra maschera e un’altra trappola. Se poi un giorno cerchiamo d’affrancarci da questa colonia di formiche, cercando il nostro vero io, rischiamo di svegliarci trasformati nello scarafaggio di Kafka: la società ci cancella, poiché la diversità è tabù. Era sempre stato così, per tutti, e noi non siamo certo un’eccezione.

Non c’è scampo. Sia che accettassimo la maschera impostaci dagli altri o che cercassimo la nostra vera identità, il risultato è sempre lo stesso: l’alienazione e l’angoscia di Munch.

Chi sono dunque io? Lo scrittore? Il musicista? O quello che campava di espedienti? O l’amante dei sonetti di Shakespeare? O quello che sognava di riscrivere la propria vita, grazie a un progetto strampalato di vetture solari? O il disgraziato che non trovava il coraggio d’esternare i propri sentimenti a una donna, solo perché i capelli non erano del colore giusto? O tutte quelle cose insieme? O nessuna d’esse?

La morte di Dio è il prezzo che si paga per essere liberi delle proprie scelte e non essere inquadrati in niente.