Il modo come mi amavi

Amo il modo in cui mi guardi, con quei grandi occhi verdi. Occhi che vedono in profondità nella mia anima. Occhi che mi guardano con amore. Amore incondizionato. Profondo. Dio come ti amo. Mi piace come ti raggomitoli accanto a me, la tua testa sul mio grembo. Mi piace come mi sorridi lievemente. E come sorridi ambigua. Mi piace come hai teneramente sfiorato il mio viso, attirando la mia passione e spingendo il tuo viso verso il mio. Le nostre guance si sono sfiorate e ho sentito il tuo calore. Il tuo vero amore. La tua fiducia. Amo il modo in cui mi segui. Mi piace la tua piccola ombra. Mi piace come mi parli – con la tua voce morbida – o in un accordo silenzioso. Il linguaggio del tuo corpo mi dice molto di più. Mi piaci perché non giudichi le mie azioni. Riesci a mantenere un segreto – tu non baci e parli. Ti devo tanto. Mi piace camminare insieme a te … la tua spavalderia mi fa sorridere. Mi piace come mi ami e come mangi dalla mia bocca, come un bacio da un bambino. Mi piace come riesci a farmi ridere, a tirarmi su il morale con i tuoi piccoli cinguettii e le tue canzoni. Mi piace come mi hai salvato la vita. Quando ero a pezzi, hai pianto con me e mi ha toccato con il tuo sguardo amorevole. Tu mi hai dato una speranza e mi ha fatto rimanere in questa vita.

Non posso non ricordare per sempre. Il modo come mi amavi.

I sogni dell’alba

E’ possibile essere illuminati senza saperlo?

Ogni volta che mi pongo delle domande sull’origine della vita, sullo scopo della nostra esistenza, ho come l’impressione di conoscere la risposta, ma appena cerco di metterla a fuoco, tutto si dissolve e non ricordo nemmeno di cosa sto ragionando.

Forse la verità è già in noi. Probabilmente è sepolta nel nostro inconscio ma non riusciamo a vederla. A volte appare un barlume di verità e in quel momento ci destiamo ma subito ricadiamo preda del torpore.

Perché non ci svegliamo?

Noi tutti dormiamo, ma non lo sappiamo. Viviamo in un sogno; camminiamo e ci muoviamo e conduciamo le nostre vite in un sogno; quasi tutti noi parliamo in sogno. I nostri sono discorsi di chi dorme, irreali.

Una mattina mi ero svegliato di soprassalto. Avevo lavorato una intera settimana ad una relazione. Una cosa mia. Profonde idee filosofiche, idee molto importanti per me. Tempo, spazio e causalità. Appena sveglio mi resi conto di percepire la formulazione esatta, così all’improvviso. Un minuto prima non la conoscevo, un minuto dopo, sì. Mi alzai di corsa. Dovevo mettere su carta i miei pensieri prima di dimenticarli perché avevo acquisito la conoscenza di un mondo concettualmente ordinato, un mondo non ordinato nel tempo e nello spazio e in base alla causalità, ma un mondo come idea concepita da una grande mente. Avevo intravisto il mondo come è realmente ordinato. Un concetto che è normalmente inconoscibile. Eppure io l’avevo percepito. Una grande, multiforme, ramificata struttura di interrelazioni. Tutto sistemato in perfetto ordine in rapporto al significato. Non avevo mai afferrato in quel modo la natura ultima della realtà. Appena presi penna e carta cominciai a scrivere alcuni appunti ma mentre scrivevo dimenticavo cosa volevo scrivere. E alla fine non ricordai più cosa stavo pensando.

Oggi mi sono rimaste solo alcune frasi il cui senso mi sfugge. E quando le rileggo mi accorgo di aver smarrito la chiave per interpretarle.

Ho dimenticato qual è la realtà.

Forse è il destino dell’uomo di dover dimenticare, forse la verità non può essere cosciente in noi. Ma perché non possiamo conoscere la realtà? forse che, conoscendola, potremmo alterare lo scopo finale della nostra esistenza?

I sogni rappresenterebbero allora l’estremo tentativo di comunicazione inconscia; e per dirci cosa? forse per avvertirci. Ma cosa abbiamo dimenticato? Cosa è sepolto nel nostro codice genetico?

Probabilmente la nostra vera natura.

Infatti, se noi fossimo degli androidi, macchine sofisticate e pensanti, cosa ci distinguerebbe dall’essere “uomini”?

“Uomo” o “essere umano” sono termini che dobbiamo comprendere e utilizzare correttamente, fermo restando che non si riferiscono ne’ all’origine ne’ ad alcuna ontologia, ma piuttosto ad un modo di essere nel mondo.

Se una macchina interrompe le sue abituali operazioni per prestarvi aiuto, per gratitudine le attribuirete un’umanità che nessuna analisi dei suoi transistor e dei suoi sistemi a relè sarà in grado di spiegare.

Uno scienziato che esaminasse i circuiti di quella macchina alla ricerca di quell’umanità sarebbe come uno di quei suoi zelanti colleghi che hanno cercato invano di localizzare l’anima dell’uomo e che, non riuscendo a trovare un organo preciso situato in un punto preciso, hanno deciso di rifiutarsi di ammettere che l’uomo abbia un’anima. Come l’anima sta all’uomo, l’uomo sta alla macchina: è la dimensione aggiunta, in termini di gerarchia funzionale. E allo stesso modo in cui uno di noi agisce divinamente (offrendo il proprio mantello ad uno sconosciuto), una macchina agisce umanamente quando interrompe e ritarda il proprio ciclo programmato a causa di una decisione.

Dobbiamo fare attenzione, però, a non confondere una maschera, qualunque maschera, con la realtà che essa nasconde. Pensate alla maschera da guerra che Pericle si poneva sul viso: ha un volto gelido, il volto terribile della guerra, privo di compassione, nessuna sembianza umana a cui potersi appellare. E questo è sicuramente l’effetto che la maschera voleva ottenere. Supponete di non rendervi neanche conto che si tratti di una maschera; supponete di essere convinti, mentre Pericle vi si avvicina avvolto nella nebbia e nella semioscurità del primo mattino, che quello che vedete sia il suo vero aspetto. E invece sotto la collera, sotto il metallo e l’elmo, c’è il volto di un uomo. Un uomo buono e capace di amare.

Ora potete capire come sia possibile lasciarsi ingannare dalla magia della maschera, dalla sua magia tremendamente spaventosa, dalla sua illusione. Sono stato ingannato e sono fuggito verso la salvezza. Ma salvezza da cosa? Da qualcosa che, passato il bisogno di nascondersi, sorrideva e rivelava la propria innocenza.

Probabilmente ogni cosa nell’universo ha uno scopo buono, nel senso che serve ai fini dell’universo. Ma possono esservi parti nascoste o sottosistemi che sottraggono vita. Dobbiamo trattarli per quelli che sono, senza riferimenti al loro ruolo nella struttura totale.

Un testo cabalista, Il Libro della Creazione, vecchio quasi duemila anni, dice: “ Dio ha anche messo l’uno contro l’altro: il bene contro il male, e il male contro il bene; il bene proviene dal bene, e il male dal male; il bene purifica il male, e il male purifica il bene; il bene è riservato ai buoni, il male ai cattivi.”

Dietro ai due avversari c’è Dio, che non è nessuno dei due ed è entrambi. L’effetto del gioco è che entrambi i giocatori vengono purificati. Per questo l’antico monoteismo ebraico è così superiore alla nostra visione. Siamo creature in un gioco e le nostre attrazioni e avversioni sono predeterminate, non dal cieco caso, ma da pazienti e prudenti sistemi di tracce mnemoniche che noi vediamo solo indistintamente. Se fossimo in grado di vederli chiaramente annulleremmo il gioco. Ed evidentemente questo non interesserebbe nessuno.

Ciò di cui dobbiamo renderci conto è che quest’inganno, questo oscurare le cose come dietro un velo non è fine a se stesso, come se l’universo fosse in qualche modo perverso e si divertisse a confonderci per il puro piacere di farlo; quello che dobbiamo accettare, una volta che ci siamo resi conto che tra noi e la realtà esiste un velo (che i Greci chiamavano dokos), è che questo velo serve per una giusta causa. Parmenide, il filosofo presocratico, è la prima persona nella storia dell’Occidente ad avere sistematicamente fornito la prova che il mondo non può essere come lo vediamo, che il dokos, il velo, esiste. E, come dice Xenofane: “Se ad un uomo dovesse mai accadere la più assoluta verità, egli stesso non lo saprebbe, perché tutte le cose sono avvolte nelle apparenze”.

I presocratici si erano fatti quest’idea in virtù del fatto che pur vedendo la molteplicità essi sapevano a priori che ciò che vedevano poteva non essere reale dal momento che solo l’Uno esisteva.

Se Dio è tutte le cose, allora le apparenze sono certamente ingannevoli; e sebbene l’osservazione del cosmo possa dare adito a generalizzazioni e speculazioni riguardo le intenzioni di Dio, alla conoscenza di tali intenzioni si potrebbe pervenire soltanto tramite un contato diretto con la mente divina.

Durante l’inverno si credeva che Dioniso, dio della vite, della vegetazione, dormisse. Si sapeva che per quanto tempo sembrasse morto lui in realtà era vivo, anche se non lo si poteva provare. E poi – non senza sorpresa da parte di coloro che lo capivano e che credevano in lui – ecco che Dioniso rinasceva. I suoi seguaci sapevano che sarebbe accaduto; essi conoscevano il segreto. Sto parlando delle religioni misteriche, di tutte, compreso il Cristianesimo.

Il nostro Dio ha dormito per tutto il lungo inverno della civiltà umana (non per un ciclo stagionale, ma attraverso i secoli dell’inverno mentale); proprio quando l’inverno stringe tutto nella sua morsa, seppellisce tutto sotto la neve della disperazione e della rovina (nel nostro caso: caos politico, rovina morale, rovina economica – l’inverno del nostro pianeta, del nostro mondo, della nostra civiltà), proprio allora la vite,  grinzosa, vecchia e apparentemente morta, irrompe di nuova vita, e il nostro Dio rinasce, non fuori, ma in ognuno di noi. Dopo aver dormito non nel terreno sotto la neve, ma dentro gli emisferi dei nostri cervelli. Abbiamo atteso, ma non sapevamo cosa attendevamo. Ecco cosa: la primavera per il nostro pianeta, in un mondo più profondo, essenziale.

Non la semplice primavera, ma la vera vita che dormiva dentro di noi.

god of pain

Il ponte

Il linguaggio è come un ponte
quando oltrepassa l’abisso allora il divario tra significante e significato si annulla…
ma quando viene percorso da un passo umano…
quando ci voltiamo per vedere chi lo sta percorrendo
allora puoi precipitare nell’abisso
ed ogni parola rischia di venire fraintesa…

perchè ognuno di noi ha un mondo dentro…
e come possiamo comprenderci quando le parole che usiamo rappresentano solo il nostro mondo?

goodbyes

Inside man

Il mio nome è xam wood.
Fai attenzione a quello che dico perchè scelgo le mie parole con cura e non mi ripeto mai.
Ti ho detto il mio nome… e questo è il chi.
Il dove lo potremmo anche descrivere come un sito virtuale. Ma c’è una bella differenza tra trovarsi ingabbiati dentro un sito virtuale e assumere una identità virtuale.
Il cosa è facile: guardavo le tue foto…
che è anche il quando.
Riguardo al perchè le guardo… a parte le ovvie motivazioni, è estremante semplice.
Perchè mi piaci.
Riguardo al perchè ti scrivo
E’ ovvio.
Perchè lo so fare.
Ed è qui, il grande Bardo direbbe, che c’è l’intoppo.

My name is xam wood.
Pay strict attention to what I say because I choose my words carefully and never repeat myself.
I have told you my name, and that’s the who.
The where can most readily be described as a virtual site. But there’s a vast difference between being stuck in a virtual site and being just virtual.
The what is easy. Recently I was watching your pictures.
That’s also the when.
As for the why, beyond the obvious motivation, it’s exceedingly simple. Because I like you.
Which leaves us only with the how and why I’m writing you.
It’s obvious.
Because I can.
And therein, as the Bard would tell us, lies the rub.

Virtuale o reale?

Abrielle…

donna dai tanti nomi
e mutevoli aspetti
cosa fai a quest’ora di notte mentre ti scrivo?
ti stai riposando tra le coperte…
ricordando l’avventura di una vacanza
le lunghe giornate estive… quelle invernali

magari stai solo dormendo…

volevo scriverti una e-mail…
sì, volevo scriverti che non so più dove trovarti
come trovarti

non so cosa fai… se stai andando all’università oppure lavori…
o sei partita e sei di nuovo a Londra…
o sei tornata
e ti sei perduta nelle nebbie…

e forse ti starai pure chiedendo
cosa vuole questo tipo che nemmeno conosci
cosa abbiamo in comune?
solo tante parole…

parole solo parole, senza capo né coda
parole senza fine, promesse, sogni, illusioni
parole allusive, iperboli, ossimori
fiumi e fiumi di parole…
parole senza senso
parole essenziali
le tue parole

parole che mi hanno colpito, te lo dissi subito
non è facile trovare qualcuno che sia profondo
ed è il solo motivo per cui continuerei a scriverti
a cercarti
adesso forse un pò meno…
ma è inevitabile quando due persone non si conoscono
e non si frequentano
e mi dispiace…

allora ho preso una decisione.
contravvengo a quello che è sempre stato il mio modo di essere
la mia filosofia
il comportamento da tenersi nel mondo virtuale
Perché in fondo non mi cambia la vita se ti sei cancellata
e trovo stupido chiederti l’amicizia su Facebook
o su qualunque sito ti fossi registrata
perché ho deciso una cosa:
ti lascio il mio numero di telefono.

Si.
E’ il solo modo per dirti che esisto.
E sono reale.
Ho una voce.
Parlo, mi esprimo.
Forse non così bene come quando scrivo.
Mi emoziono.
perché non sono un replicante che ha visto cose che non si possono nemmeno immaginare.
No.
Sono una persona.

tranquilla, io non mi aspetto nulla.

Puoi guardare la serie di cifre che compongono il mio numero.
Puoi immaginare una relazione geometrica.
Puoi calcolarci il pigreco.
Forse ci troverai il numero aureo.
Puoi pensare che siano le misure del mio intelletto.
Puoi vederci uno schema della mia vita.
O un disegno architettonico.

Oppure…
puoi mandarmi un sms.
Ciao, sono Abrielle.
Ti risponderei… ciao
Sono Massimiliano.

E poi?
Già. Sempre quella domanda.
E poi?

Nei film di solito il tempo passa rapidamente.
E gli spettatori sanno già come la storia andrà a finire.
Ma nella vita non c’è niente, né titoli né cartelli né segnali, niente che indichi attenzione pericolo o delusione imminente.
Nella vita siamo soli con i nostri vestiti, peggio per noi se sono strappati.
Nulla è mai certo o determinato
ma sono le nostre azioni a qualificarci
a dare un senso e una forma ai nostri pensieri.

Per cui se non vorrai scrivermi nulla
o non vorrai farti viva…
non importa
perché io continuerò a leggere le tue email
se vorrai mandarmele
perché di un fatto sono certo:
qualcosa ha suscitato il nostro interesse.
E questo per me è importante.
Anche se…

Anche se tu hai una vita da seguire e io non ne faccio parte.
Non mi hanno nemmeno chiamato a fare la comparsa.
Abbiamo età diverse e siamo nati in posti diversi
ma abbiamo pur sempre qualcosa in comune…

Buonanotte Abrielle.
Ti mando un vero bacio
un bacio che solo un vero incontro potrebbe suggellare

Massi

P.S.
Ah. dimenticavo… il mio numero… certo
ma lo vuoi davvero?

Fare l’amore

Voglio solo fare l’amore.
Non voglio sentirlo, voglio solo farlo.
Non voglio solo dire che l’ho fatto,
ma non voglio nemmeno dire che non l’ho fatto.
Voglio solo essere riempita d’amore.
E null’altro.
e vederti sorridere come se fossi sollevato.
perché credo che l’amore sia solo questo,
sentire il sollievo di non essere più soli,
di avere qualcuno al tuo fianco
con cui sentirsi soli
con cui non sentirsi
e guardare il cielo
cambiare da mezzanotte all’alba.