A volte

A volte la mattina mi sento come pietrificato e non posso muovermi
Sono sveglio, ma non posso aprire gli occhi
e un peso mi opprime e mi schiaccia i polmoni
So che non riesco a respirare
e spero che qualcuno mi salverà questa volta…
ma tua madre ti chiama ancora pazzo perché ti sei fatto
e tu giuri che stavolta è una cosa diversa
e poi confessi di cedere ai demoni che ti possiedono
e a quel dio che non ha mai benedetto il tuo corpo
Poi riattacchi il telefono e ti senti male per tutte le cose sconvolgenti
E scivoli di nuovo a letto a sognare un tempo
quando il tuo cuore era aperto e amavi le cose solo perché esistevano
e non come le amano i malati e i moribondi…

In questi giorni

Sono uscito a passeggiare
non ho parlato troppo
questi giorni.
in questi giorni sembra che io pensi molto
alle cose che ho dimenticato di fare
e a tutte le volte che ho avuto fortuna.

ho smesso di girovagare,
e i miei occhi si sono spenti
in questi giorni.
in questi giorni sembra che io pensi
a come tutti i cambiamenti sono giunti sulla mia strada
e mi chiedo se vedrò un’altra strada.

Ho avuto una storia,
tempo fa ne ho avuta una
ma non credo che rischierò di averne un’altra
Questi giorni, in questi giorni.
E se sembra che io abbia paura
è solo vivere la vita che mi angoscia
è solo che ho perso la fiducia.

Ho smesso di sognare
Non farò troppi programmi
in questi giorni, in questi giorni.
in questi giorni sono seduto e spento
e aspetto il tempo passare e ritornare…
per favore non ricordarmi tutte le mie delusioni,
non le ho mai dimenticate.

Navigando

Non è lontano il paradiso
almeno non è lontano per me
e se il vento è giusto puoi navigare lontano
e trovare la pace
le vele possono fare miracoli
credimi

Non è lontana la terra di nessuno
e non ho motivo di fingere
perché se il vento è quello giusto
ritroverai la strada dell’innocenza
le vele possono fare miracoli
credimi

Allora andiamo, che aspetti?
portami lontano
là dove esiste da sempre
il nostro posto segreto
e là dove il vento mi conduce
presto sarò libero

E tu sai che i miei sogni
portano solo speranze
e quando sto navigando
mi sembra di vivere in una favola
e ogni parola è una sinfonia
non mi vuoi credere?

L’amore non è lontano
almeno non lo è per me
e quando il vento è giusto
puoi navigare lontano
e ritrovare quello che hai perduto
le vele possono fare miracoli
credimi…

Mi ricordo di te

Se è vero che fin dall’inizio
i nomi di coloro che amiamo
sono scritti nei nostri cuori
allora cercheremo senza sosta
fino a trovare
in questo confuso mondo distratto
qualcosa che ci ricorda
cosa era l’amore…

e io credo di averlo trovato
perchè mi ricordo di te…

Attraverso la mia finestra
vedo come cambiano le stagioni
come le note all’interno di alcune armonie
Ma l’amore nei nostri occhi
è un’estate senza fine
è una gioia che aumenta
ogni volta che ci sfioriamo
E mi sembra di averlo già vissuto
perchè il mio cuore mi rivela
come ancora mi ricordo di te…

Giorno dopo giorno mi stupivo
di quanto amore fosse dentro di noi
Comunque si manifestasse
ci assomigliava sempre
senza mai abbandonarci

Come la luce del sole che splende
come il profumo della rosa
nessuna parola può definire
cosa vuol dire essere in sintonia
guardare le nostre vite ruotare
e continuare a cercarsi

Ci sono un milione di cuori
ma io avevo scelto te
e mi ricordo ancora di te
solo di te…

Un coro di allodole in estate
è come mi ricordo di te
Il fuoco dei pini in autunno
è come mi ricordo di te
Il silenzio della neve che cade in inverno
è come mi ricordo di te…

L’urlo di Munch

Avete presente quel quadro di Munch che fu rubato anni fa in un museo di Oslo, L’urlo? Una figura che si chiude le orecchie, con una faccia da teschio, su un ponte, sotto un cielo di fuoco? Un povero disgraziato con la bocca spalancata in un grido che pare rintronare nel mondo intero.

Nel quadro c’è un dettaglio cui nessuno fa caso. Alla fine del ponte, sullo sfondo, si intravedono due figure che sembrano infischiarsene dell’angoscia di quel poveraccio.

Nel suo diario, Munch ha scritto qualcosa che ho letto non so quante volte. «La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri… Sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere… Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero, sul ciglio di un precipizio».

E voi quell’angoscia non la provate mai? Io sono convinto che lui doveva sentirla. Angoscia d’essere solo, e di non poter essere quello che sei. Angoscia perfino di non poter gridare, perché nessuno t’ascolterebbe, a cominciare da te stesso, tanto che ti tappi le orecchie per non sentire il tuo stesso urlo.

La vita non è facile per nessuno, e spesso si cerca di adeguarsi, come fanno tutti.

Ma la verità è che siamo vittime di un’illusione.

Tu porti una maschera, come facciamo tutti, tanto che alla fine non sai più chi sei. E se un giorno provi a togliertela, per respirare una boccata d’ossigeno, il risultato è l’urlo di Munch, su quel ponte.

In quel quadro Munch ha dipinto voi, me e tutti quelli che ci hanno preceduto.

E non serve a nulla cercare risposte nelle illusioni, perché poi la realtà prende di nuovo il sopravvento. Ma poi, quale realtà? D’oggettivo non c’è niente. Non c’è mica bisogno di leggere Kierkegaard, o Kafka, o Sartre, per capire la condizione umana.

Esiste un io cosciente, un io inconscio e un terzo io, quello che ci attribuisce la gente.

Il primo crede di conoscersi, ma quel che vede sono solo le ombre della caverna di Platone, perché ciascuno di noi vede la “realtà” a proprio modo.

L’io inconscio ci sfugge, perché è dominato da forze incontrollabili, i traumi di Freud e gli archetipi di Jung, sepolti nel DNA.

Il terzo io, il modo in cui ci vede la gente, si rifrange in mille immagini differenti, perché ciascuno ci vede in un modo diverso.

Nell’impossibilità d’essere noi stessi, ci riduciamo tutti a portare una maschera, quella impostaci dalle convenzioni sociali: una maschera senza volto, come le immagini sugli specchi del labirinto. La famiglia? Un’altra maschera e un’altra trappola. Se poi un giorno cerchiamo d’affrancarci da questa colonia di formiche, cercando il nostro vero io, rischiamo di svegliarci trasformati nello scarafaggio di Kafka: la società ci cancella, poiché la diversità è tabù. Era sempre stato così, per tutti, e noi non siamo certo un’eccezione.

Non c’è scampo. Sia che accettassimo la maschera impostaci dagli altri o che cercassimo la nostra vera identità, il risultato è sempre lo stesso: l’alienazione e l’angoscia di Munch.

Chi sono dunque io? Lo scrittore? Il musicista? O quello che campava di espedienti? O l’amante dei sonetti di Shakespeare? O quello che sognava di riscrivere la propria vita, grazie a un progetto strampalato di vetture solari? O il disgraziato che non trovava il coraggio d’esternare i propri sentimenti a una donna, solo perché i capelli non erano del colore giusto? O tutte quelle cose insieme? O nessuna d’esse?

La morte di Dio è il prezzo che si paga per essere liberi delle proprie scelte e non essere inquadrati in niente.