La maschera

sai, non ho mai smesso di pensare a te…
a noi…
e quando ho saputo che eri tornato
ho iniziato a sperare…

ma poi ho scoperto che portavi una maschera…

il tuo viso è la tua maschera
il tuo vero volto è quello che ora tutti vedono

l’uomo che amavo
l’uomo che era scomparso
non è mai più tornato

ma forse è ancora lì da qualche parte
dentro di te…
e forse un giorno
quando il tempo sarà finito
lo rivedrò…

 

dio è morto

(Forse è cominciato tutto con un sussurro in una bianca desolazione: il rancore febbrile di un corpo distrutto, il grido freddo, inutile, gettato a un vento inutile: “Non sai che Dio sta morendo?”)

(Forse nelle sordide celle create da un’inquisizione disumana uno spirito si è infranto, spezzato non dall’acciaio rovente, non dai colpi della frusta, ma da una ferita ben più grande: “Non sai che Dio sta morendo… morendo…”)

(Forse un martire torturato, inchiodato alla croce, ha alzato il capo e ha gridato: “Signore, perché mi hai abbandonato?” E non c’è mai stata risposta. Il tradimento definitivo. La bestemmia immacolata… “Non te l’ha detto nessuno? Dicono che Dio è morto.”)

(Forse sull’altare di una messa satanica la vittima sacrificale, incatenata alla pietra, urla e si agita fra i tormenti. Il pugnale che scende spezza tendini e muscoli ma lascia intatta la coscienza terrorizzata…)

(… Perché continui a pregare? Non lo sai che dio è morto?)

 

Il Palazzo delle Nove Frontiere

I miei ricordi…

Sì… li cercavo anche ieri sera…
da anni frugo dappertutto e non li trovo
ma non solo quelli recenti… ce n’erano tanti altri…

Era stato partorito in un fosso, ai margini di un campo.
Con i denti lei aveva tagliato il cordone.
Ci fece un nodo e se ne andò.
Lo chiamarono Biagio Febbraio… perché fu ritrovato in una fredda notte di febbraio.
Ed era il giorno di San Biagio.

Biagio Febbraio sono io.
La mia biografia è falsa.
Dall’inizio alla fine l’ho scritta io.

Fu un vecchio che inventò per me un nome adatto a uno scrittore…
Lui si chiamava Faubain, ed era il mio migliore amico.
E’ stato lui che mi ha reso grande.
Faubain… un barbone.
Alla sua memoria ho dedicato “Il palazzo delle nove frontiere”.

Faubain era un vagabondo. Era l’uomo più intelligente che abbia mai incontrato. Non sono mai riuscito a conoscere il suo passato, non voleva parlarne. Ma ho sempre creduto che fosse stato un importante personalità…
Dopo i miei primi successi, gli avevo offerto di cambiare vita ma non volle mai abbandonare la sua tana sotto il ponte.
Era un tipo fuori di testa. Trascorreva il tempo a scrivere dietro il retro di vecchi calendari, o quaderni, o qualunque cosa trovasse nelle pattumiere. E scriveva fiumi, fiumi… fiumi e fiumi di parole… parole senza senso.

Un giorno mi fu recapitata una sua lettera. L’aprii… e notai per la prima volta che aveva scritto qualcosa di leggibile, più che leggibile. Ogni frase rispettava le regole più sottili della grammatica. Capii che era morto…

Tempo dopo attraversai un periodo molto doloroso. Non riuscivo a scrivere, e non riuscivo a vivere…
Trascorrevo intere settimane seduto alla scrivania, senza trovare in me nulla da dire, e pensavo spesso a quel torrente illeggibile di parole su parole che Faubain mi aveva lasciato in regalo.

Cominciai a riempire le giornate leggendo e rileggendo quella roba…

Non era possibile, un momento prima della morte, scrivere una lettera così toccante, così perfetta, dopo aver passato una vita a frugare tra i rifiuti dell’umanità per allineare parole senza capo né coda…
Per mesi mi sono occupato di quel mostruoso rebus…

Dicevano che ero impazzito, che ero finito… è vero, ma io ero riuscito a trasformare la mia fine in un’infinita eccitazione. Mille volte ho smontato e rismontato quell’oceano indecifrabile, sillaba dopo sillaba, e infine… scoprii il mistero.
Era di una semplicità incredibile.
Faubain non scriveva: copiava ciò che era perfettamente scritto nella sua mente. Trascriveva le parole contemporaneamente su nove quaderni, scomponendo le frasi allo stesso modo in cui si scompongono le cifre aritmetiche… ed era rarissimo trovare due termini che avessero senso uno accanto all’altro, se non accidentalmente. Era straordinario!
Finalmente riuscii a ricomporre il racconto. Era semplicemente sublime. Non potevo neanche immaginare che si potesse scrivere qualcosa di così… puro… di così autentico!

Il palazzo delle nove frontiere: una vera opera… ma io ero un uomo finito e lo sapevo solo io.

L’alcool divenne la mia unica allegria. Avevo bisogno di allegria ogni secondo…
Come potrò mai più raggiungere quel livello?
ma sono condannato a scrivere lo stesso perché… quando scrivo, è come se bevessi.

La mia arte non è altro che una miserevole medicina.
Allora… dimenticatemi spesso
perché…

ricordare…
ricordare è come un po’ morire
e tu adesso lo sai
perché tutto ritorna
anche se non vuoi

e scordare
e scordare che è più difficile…
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare…

imagine

(Una pura formalità)