Una notte senza luna
come ruotasse la schiena contro il cielo
e lo lasciasse vuoto.
Forse la mattina dopo
tornerà con le mani ricolme
sollevando il sole.

Una notte senza luna
come ruotasse la schiena contro il cielo
e lo lasciasse vuoto.
Forse la mattina dopo
tornerà con le mani ricolme
sollevando il sole.

Trovo più dolce la pioggia quando il cielo scende
vicino alla terra, e cade, poco profonda e lenta
quasi come in un sogno, morbido e rilassante
l’ansia di una giornata uggiosa.
Eppure
le gocce di pioggia
mi aiutano a dimenticare.
Così
il sussurro del vento
calma la mia anima.
Oh, se mai potessi restarmi accanto in questa vita
dolce pioggia, conforto ad ogni dissapore.
Sono piccole gocce d’amore, cadono adesso e scendono
antico ricordo di paradisi perduti.

Una delle chiavi evidenti e segrete di questo mondo in cui viviamo è che passa il suo tempo in un eterno presente che svanisce continuamente. Tra un futuro che non esiste ancora e un passato che non esiste già più, si insinua una pura astrazione, una sorta di sogno impossibile. E’ quella affannosa assenza che chiamiamo presente. Nessuno è mai vissuto in un luogo diverso da questa vacillante frontiera tra passato e futuro. In questo presente già assente che non ha alcuno spessore ma che è allo stesso tempo, prendetela come vi pare, l’unica realtà.
Il tempo è un eterno paradosso. Il colmo della contraddizione. Una sinistra ironia. Al confronto, l’eternità è la semplicità stessa. Ma noi siamo talmente sepolti dal tempo, talmente sottomessi al suo potere, talmente rinchiusi tra i suoi invisibili muri, che ci tocca ingoiare tutto. La sua dittatura ci sembra andare avanti da sé e ci è impossibile pensare alcunché di estraneo al suo regno.
Siamo vincitori dello spazio che è la forma della nostra potenza. Siamo vinti dal tempo che è la forma della nostra impotenza. Non possiamo agire sul futuro che a partire dal presente. Non possiamo ricordarci del passato che a partire dal presente. Siamo prigionieri di un presente che non esiste.

Il futuro del futuro conterrà ancora il passato
quello che accade è già accaduto e accadrà ancora
Posso di nuovo sentire il tuo sguardo leggero
sopra il mio corpo
chiedersi cosa c’è dentro che ti fa venire voglia di essere mia
Stanotte è tutto così accecante
è una notte splendente
Le vedi quelle macchine, quelle luci, in fondo alla strada?
Il futuro del futuro si ripeterà ancora e ancora
perché il tempo passa e svanisce
e quando mi chiedi di ricordare i vecchi tempi
poter rivivere di nuovo quei giorni lontani
Beh, ho ripensato ai vecchi tempi…
finiranno male come allora
Il futuro del futuro conterrà ancora questa sera
il passare dei giorni, il passare della luce
ma non ho intenzione di ricominciare di nuovo
perché quello che è stato… non tornerà mai
Vedi, stanotte sembra tutto diverso
è una notte splendente
Le vedi quelle macchine, quelle luci?
sono così lontane
E tu, cosa pensi di fare?
stanotte è tutto cambiato
è tutto diverso…

Gli studi di tutti gli scienziati dimostrano che il comportamento naturale dei fenomeni è non lineare, anzi che la vita stessa è possibile perché c’è il caos.
Ma cos’è questa cosa che chiamano caos?
L’intero spettro di causa ed effetto, dal livello subnucleare a quello galattico, considerato non come una successione di eventi ma dal punto di vista entropico, cioè come un fluido dinamico di moto casuale.

I comportamenti della maggioranza dei fenomeni della natura e dell’uomo non procedono con ritmi che si ripetono, ma, dopo un periodo regolare, presentano in modo inaspettato una biforcazione in un punto critico che si moltiplica fino a generare una turbolenza. La turbolenza genera entropia: mescolanza, disordine, causalità. Tuttavia, le parti scomposte, i vortici nel moto dei fluidi, non fuggono via, ma restano vicini, pur seguendo regole proprie. Ciò avviene per un fenomeno che mescola ordine e disordine, rendendo, pur nella complessità, misurabile l’entropia.
Cerchiamo ora di capire come possiamo usare questo concetto.
Per prima cosa non dimentichiamo l’importanza del fattore tempo. Una delle leggi fondamentali dell’universo è che l’entropia cresce col tempo. L’unica eccezione è costituita dall’intervento di una forma d’intelligenza, ad esempio l’uomo, che a livello locale può frenare l’entropia o accelerare il suo sviluppo di parecchie volte rispetto alla norma.
Tutti i calcoli relativi al caos si eseguono sulla base del tempo quantificato, e possono essere previsioni o indagini retrospettive a seconda del segno. Si possono usare per predire il futuro o per esaminare gli elementi del passato che hanno avuto un’influenza significativa sul presente.
Ma se tutti i fattori sono casuali, è possibile determinare qualcosa attraverso l’analisi matematica?
Immaginiamo un contenitore di fluido, il nostro sistema entropico: molecole in movimento casuale.
La pressione del fluido è dovuta alle collisioni casuali e ai rimbalzi delle molecole fra loro e contro le pareti del contenitore. Nel fluido ipotetico che chiamiamo caos abbiamo eventi al posto delle molecole, e gli eventi interagiscono fra loro esattamente come molecole.
Immaginiamo che il recipiente, inizialmente, contenga diverse parti di fluido non omogenee fra loro, a temperature differenti.
Si mischierebbero per diffusione. L’energia del sistema rimarrebbe immutata, ma l’entropia aumenterebbe gradualmente.
Ecco. Questa è un’analogia abbastanza accettabile della situazione dell’universo.
Adesso veniamo al nostro contenitore: che effetto avrebbe riscaldare o raffreddare piccole parti di fluido?
Accelerazioni o decelerazioni locali dell’entropia, ovviamente.
E nel fluido del caos, quale potrebbe essere l’unica causa di un processo analogo?
Solo l’intervento di una forma d’intelligenza come quella umana.
Dunque, eventi alterati da interventi intelligenti generano inevitabilmente variazioni nell’entropia locale, che in genere si possono scoprire con l’analisi entropica. Per tornare alla nostra analogia, corrispondono al riscaldamento o al raffreddamento di alcuni punti del fluido. Se questo succedesse in un vero fluido, potremmo scoprirlo in moltissimi modi, a seconda del segno e dell’intensità delle variazioni, otticamente, come un cambiamento nella diffrazione del punto; acusticamente, forse come un’esplosione o un’implosione cavitativa; fisicamente, come onda d’urto o come differenza di pressione.
E nel fluido teorico del caos?
L’effetto è simile a quello di un’onda d’urto sferica che parte dal punto d’origine, espandendosi continuamente e diminuendo continuamente d’intensità. Nella gigantesca marea dell’entropia, un evento del genere è rilevabile solo sotto la forma di minuscole onde. Gli intervalli fra un’onda e l’altra e la reciproca interferenza delle onde d’urto entropiche formano quelle che potremmo chiamare linee del caos.
Ma come si fa a individuare le onde?
L’individuazione è il problema minore. Costruire un rilevatore può essere semplice quanto forgiare un diaframma di ferro in un’atmosfera a base d’ossigeno. Dato un sistema di misurazione abbastanza sensibile da registrare accelerazioni o decelerazioni delle variazioni entropiche naturali, è piuttosto facile veder passare le onde. Quello che è difficile è l’analisi matematica delle onde per situarle in punti significativi del tempo e dello spazio.
Ho parlato all’inizio di causa ed effetto. Anche se fosse possibile localizzare l’evento che ha causato qualcosa, come individuare l’effetto?
Eppure è semplice.
L’uno è soltanto l’inverso dell’altro. Non esiste differenza tra causa ed effetto, tranne la direzione che si usa per leggere il tempo. Questo concetto deriva dagli studi sulle particelle elementari. Sia la causa che l’effetto determinano “scintillii” entropici rilevabili, che diventano il centro di sfere d’urto in continua espansione. Se si riesce ad analizzare la sfera d’urto sino a determinare il raggio della sua curvatura e la sua intensità, è possibile determinare la posizione di una causa o di un effetto sia nel tempo sia nello spazio, estrapolando lungo l’asse geocentrico.
Teniamo a mente questo: la caratteristica più significativa di una causa e di un effetto vicendevolmente legati è che quegli avvenimenti, e solo quelli, avranno assi coincidenti. Se riesci a localizzare uno dei due, in genere è facile rintracciare anche l’altro.
Perché il tempo altro non è che una sequenza infinita di eventi posti tutti sullo stesso piano.

Va’, viaggiatore.
Va’ dappertutto. L’universo è un posto grande, forse il più grande che ci sia. Eppure, dovunque arriverai, ti parleranno del vagabondo dello Spazio.
Anche sui pianeti dove lui non è mai apparso, la sua storia è cantata in ballate e narrata nelle taverne degli spazioporti. La leggenda e il folclore hanno fatto di lui una figura popolare su tutti i dieci miliardi di pianeti abitabili, e su almeno un milione, secondo gli ultimi calcoli, il protagonista di sceneggiati televisivi a puntate è lui.
Il Vagabondo dello Spazio è un Terrestre che non invecchia mai. Porta i Levi’s e un maglione grigio logoro, con toppe di pelle marrone ai gomiti. È affabile e gentile, e non rifiuta mai un autografo. Il suo unico, ma terribile, difetto è che fa domande alle quali nessuno sa rispondere. O almeno ne faceva fino a mille anni fa, quando è scomparso.
Ah, già. Soffre anche di una vecchia ferita al deretano e non può stare seduto a lungo. Una volta qualcuno gli ha chiesto che effetto facesse vivere in eterno.
— L’immortalità è un dolore al culo — ha risposto.
