Forse un giorno ci incroceremo per strada
Forse i nostri sguardi si incroceranno
Forse un giorno ti sorriderò
Forse potremo ricominciare da capo
solo noi due
Forse…

Forse un giorno ci incroceremo per strada
Forse i nostri sguardi si incroceranno
Forse un giorno ti sorriderò
Forse potremo ricominciare da capo
solo noi due
Forse…

Vai, allora
corri dove la fine del mondo
ti aspetta in silenzio.
Le mie molte bocche non ti fermeranno.
Ti piace come l’aria scivola via
e il sole viene aspirato
in un barattolo.
Ti piace il mio disagio:
il brodo sottile e le coperte
e le mie labbra screpolate
che inseguono la pioggia sul vetro.
Non mi sdraierò
né mi crogiolerò.
Non ti raccoglierò
tra le mie mani
né comporrò un inno
alla tua distruzione.
Fingerò solo di dormire,
di respirarti
come una bolla
e crederò che la tua partenza
sia la mia ultima parola.

Oh, l’estate. L’estate in cui ti ho incontrato. Ricordo ogni filo d’erba, ogni fiore, ogni ape e ogni farfalla. Eravamo così giovani, così audaci, eppure così timidi e impacciati. Credo sia giusto dire che tu fossi quella audace. Con un minimo battito di ciglia, un cambiamento quasi impercettibile nell’angolo delle tue spalle, mi hai incoraggiato come mai prima d’ora. O da allora, per quel che conta. Non ti importava che riuscissi a malapena a pronunciare una parola quando mi chiamavi per nome. Quella notte ho imparato una lingua completamente nuova. Una lingua senza parole. Forse non silenziosa. Ma comunque senza parole. Per il resto dell’estate abbiamo imparato a perfezionare questa lingua. Fino all’ultimo accento.
Le mie mani sono deformate dall’artrite, sono grigie e opache, e devo avvicinarmi per sentire quello che dici. I pochi capelli che mi sono rimasti sono bianchi e riesco a malapena a fare due passi senza il mio bastone. A te è andata un po’ meglio. I tuoi capelli sono grigi, ma nel complesso intatti. Che importa se il tuo viso è un’unica grande ruga? Che importa se il tuo seno continua a lottare con le tue ginocchia? La gravità non è stata molto più gentile con me.
Tua madre ti ha insegnato a preparare i panini e le torte di mele. E tutto il resto che c’è da cuocere. Direi che abbiamo iniziato bene. Forse la nostra prima torta era un po’ scarsa. Con il passare degli anni le torte sono diventate più ricche. Forse gli stufati erano scarsi e modesti. Ma non siamo mai andati a letto a stomaco vuoto. E quasi dimenticavo la calda coperta che hai lavorato a maglia con ritagli di filato. Un patchwork di colori. È un po’ consumata qua e là. Riparata più e più volte, anche. Ma calda come un forno, comoda come un pagliaio e morbida come il velluto.
Non riesci più a sentirmi. La vita non ha ancora abbandonato le tue ossa, anche se la tua mente e il tuo spirito hanno quasi abbandonato la tua testa. Non ti lascerò mai. Sei bella come il giorno in cui ci siamo incontrati. Anzi, sei ancora più bella, perché mi hai dato un dono più grande della vita stessa, una figlia, che vivrà per accompagnarci al nostro luogo di riposo finale. Non temere, amore mio. Non dovrai aspettarmi per molto tempo. Il mio cuore si sta consumando, dice il dottore. Potrei avere solo pochi anni da vivere. Pochi anni per amarti e ricordarti.
Quando chiudo gli occhi, però, quando metto da parte quel poco che mi resta della vista, riesco a vederti. I tuoi bellissimi occhi scuri, i tuoi capelli neri, riflessi nell’acqua del mare. Il nostro mare. Ho raccolto un fiore e te l’ho messo dietro l’orecchio. È stato portato via dalla corrente mentre la nostra passione ci travolgeva. L’avrei conservato, se non l’avessimo lasciato in acqua. Almeno ho quel fiore che ho raccolto per te, mentre finalmente tornavamo a casa. Bagnati, infreddoliti, quasi nudi, ma cambiati per sempre. Oh, ti vedo. E ti amo.

Lui la trovò, le mani dischiuse
il viso fragile come il vetro
incorniciato nel letto del fiume
e tutti i capelli
che avvolgevano l’acqua,
foglie di lavanda e di tiglio
e minuscoli germogli di maggio
intrappolati nei viticci.
Il suo vestito bianco era un messaggio
un promemoria per lui
di tutto ciò che chiedeva
e il suo corpo umido
le tirava giù le spalle
per annidarsi nel limo.
Le sue mani erano le sue ultime parole
tese verso il sole
appena sotto il mento
raccontandogli
la lenta perdita dei sensi
e di come una promessa
non sarebbe mai stata abbastanza.

Quando mi baci, mi baci davvero.
Mi sento stordita, viva
come se ogni respiro fosse importante.
Quando mi tocchi, mi tocchi davvero.
Mi dissolvo, divento informe
scintillo e frizzo, come un vino d’estate.
Quando mi ascolti, mi ascolti davvero
anche quando sono in silenzio.
Sono confortata, calma.
Quando mi abbracci, mi abbracci davvero
e mi sento al sicuro
come se fossi finalmente a casa.

Una volta eri un verso di Baudelaire
qualcosa sui fiori
che non erano fedeli a nessuno
e ti ho baciata
quando nessuno mi guardava.
Un giorno eri una strofa di Byron
che si trovava
sulle bianche scogliere di qualche luogo
e lodavo le tue sopracciglia.
Tu non sei niente di simile all’estate
o un continente perduto
il tuo paesaggio
è troppo audace per questo.
Le tue spalle non sono
un paese
o una battaglia da vincere.
Pensavo fossi una poesia
o forse un’ode
o un sonetto
parole stuzzicate e intrecciate
che battevano e sanguinavano
sulla mia umile penna,
non la carne e il sangue
di cosce e fianchi
che maturano sotto il mio sguardo,
in attesa di essere narrati.
