Aspettando Godot

Godot non è mai arrivato,
vero?
Il marciapiede ha imparato il tuo passo,
la panchina la curva delle tue spalle,
e l’orologio della stazione
ha consumato lancette su lancette
senza pronunciare il suo nome.

Forse ha preso il treno sbagliato,
uno di quei regionali lenti
che si fermano in paesi senza insegne,
dove il pomeriggio sa di ferro e anice.
O forse si è perso in un bar,
intrappolato nel vapore dolce dei bicchieri,
nel profumo che sfiora il collo
delle donne in vacanza,
libere per una sera dal calendario,
con risate leggere come foulard al vento.

Forse era la mappa a mentire:
quella linea rossa, netta, irreprensibile,
che tu chiamavi verità
come si chiama vangelo una promessa.
Magari l’ha condotto altrove —
a Kathmandu, tra bandiere che sfilacciano il cielo,
o in uno di quei luoghi
che giuravi di raggiungere da grande,
quando il mondo sembrava aprirsi
come una porta senza chiave.

O forse ha preso un aereo:
un volo con un numero anonimo,
direzione Detroit,
neon, capannoni, inverno.
E poi il bianco feroce delle Ande,
il metallo che urla contro il ghiaccio,
il silenzio dopo l’urto,
dove non si salvò
nessuno,
tranne la fusoliera,
vuota come una conchiglia dimenticata.

E tu resti.
Resti ad aspettare.
Aspetti la sua mano
che ti giri l’altra guancia
non per ferirti,
ma per dirti: “Sono qui.”
Aspetti un segno minimo —
una finestra accesa dall’altra parte della strada,
un fischio nel corridoio del vento,
un’ombra che conosce il tuo nome.

Aspetti che sia ancora vicino,
che abbia solo sbagliato ora, strada, stagione,
che si sia soltanto scordato,
in qualche angolo del cielo,
di essere la cometa
che doveva attraversarti la notte.

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