Quando si arriva a una certa età si è circondati dai fantasmi. Vivono dentro di noi e passiamo così tanto tempo a parlare con i morti quanto ne passiamo con i vivi.
Certo, anche i giovani sanno che moriranno, ma per gli anziani è la perdita degli altri che ha un effetto molto profondo. E non puoi mai sapere cosa farai di quest’accumulazione di persone che abbiamo perso finché non la vivi.
La vita è breve, è fragile, ti inganna. Dopotutto, quante persone amiamo davvero nel corso della nostra vita? Poche, molto poche. Quando la maggior parte se ne va, la mappa del nostro mondo interiore cambia.
Scriveva Proust: «Si dice a volte che qualcosa d’un essere può sussistere dopo la sua morte se questo essere era un artista e ha messo qualcosa di sé nella sua opera. Allo stesso modo, forse, una sorta di anima prelevata da un essere e innestata nel cuore di un altro vi prosegue la propria vita anche quando l’essere da cui essa proviene sia perito».
Sappiamo che tra i vivi e i morti c’è un legame, e che un legame profondo come quello che c’era quando l’altro era in vita può proseguire anche dopo la morte, perché se uno muore prima dell’altro, il vivo può mantenere il morto in una specie di limbo provvisorio tra la vita e la non-vita, ma quando muore anche il vivo, allora è la fine, e la coscienza del morto si spegne per sempre.
