Get Back

Se «il cinema è la vita a cui sono stati tagliate le parti noiose» (Alfred Hitchcock), il documentario «Get Back» è la vita di quattro geni che devono combattere con un immenso fardello di noia che il regista Peter Jackson ha lasciato ben in vista e che è cresciuto negli anni. Dove noia è da intendersi nel significato più complesso di insoddisfazione, fastidio, tristezza, nausea, sazietà e disgusto di essere stati per molti anni qualcosa di irripetibile e di non volerlo essere più. Eccolo il miracolo della creatività, una magia incomprensibile che nasce dal caos, il giro di basso accennato che diventa Get Back, due note al pianoforte che somigliano a qualcosa che conosciamo bene e sì, sono Let it be, George Harrison che arriva e dice, ieri sera ho scritto questa roba, vedete un po’ se vi piace, ed è I me mine, che roba, e gli altri invece di strabuzzare gli occhi e urlare al capolavoro, dicono è ok, come se fosse normale estrarre dal silenzio melodie che resteranno immortali, ma per loro è normale, perché sfornano un capolavoro dopo l’altro e la banalità del genio è quello che ci rimane dentro.

Quei quattro si odiano ormai e in queste ore di filmato si assiste con meraviglia anche allo spettacolo della meccanica celeste della creatività, che non è circolare, ma più irregolare delle ellissi di Keplero, passa dalla forza esoterica di un’intuizione e arriva alla caparbia intelligenza di Paul McCartney. Che ne esce trionfalmente come il vero deus ex machina, che sa prendere il comando di una macchina impazzita e la conduce scarrellando su strade impervie, mentre George Harrison sbadiglia o annuncia che se ne va, John è assorbito da un suo mondo che oscilla tra la rivoluzione , il cazzeggio e l’attrazione per i pannelli di plastica e bachelite, e Ringo Star, con due occhi da cane bastonato, sembra uno capitato nel bel mezzo di una rissa che non sa come tirarsene fuori o, meglio, se ne sta lì che pensa «ma questi sono pazzi, siamo la band più bella del mondo e la stanno facendo a pezzi».

Il film è una sorta di seduta di autocoscienza che mostra il dietro le quinte della creatività e fa capire come nasce il bello, non solo dal genio, da un’intuizione, non solo dalla tecnica, dalla caparbia, ma da una centrifuga tormentata e caotica di questi fattori. In tutto questo, come si diceva, esce fuori, un po’ a sorpresa per chi l’aveva considerato sì un grande, ma arrogante e comunque inferiore a John, Paul McCartney. Ha vinto lui, l’anima melodica e calcolatrice dei Favolosi Quattro, con buona pace delle pulsioni ribellistiche di John. Che era fondamentalmente un istintivo e, come tutti gli istintivi, aveva bisogno di un terreno solido su cui appoggiare i piedi. Questo terreno – a John, ai Beatles, a tutti quanti noi – lo diede Paul, con la sua immensa sapienza musicale e quell’innata capacità di rendere mainstream la rivoluzione. Perché poi, se ci riflettiamo, cos’altro sono stati gli anni Sessanta? Paul è questo e molto altro. Bisogna vederlo come riesce a gestire psicologicamente una situazione impossibile, bisogna vederlo mentre rassicura John («Tu sei sempre stato il boss, io sono il viceboss»), come dà la carica e non si perde d’animo mai, anche quando un altro avrebbe sbottato e mandato tutti al diavolo.

Certo, si può vedere la cosa anche in tutt’altro modo, perché McCartney è un grande motivatore ma anche un po’ arrogante e tirannico, cerca di imporre gli arrangiamenti a Harrison, pensando forse di sostituirlo con Eric Clapton e dice no a Billy Preston, il «quinto» Beatles possibile.  Così come si può dire che lui era un maratoneta e John uno sprinter un po’ svogliato, un centravanti di rapina, che sembra pensare ad altro e poi mentre McCartney arranca sul testo di Get Back e non sa dove andare, gli butta lì, quasi girato di spalle, la frase che spacca, «Get back to where you once belonged».

Impossibile per loro, tornare ai luoghi ai quali erano appartenuti, perché la fine è imminente, la evocano tutti a più riprese. Anche se non è questa la radiografia dell’addio e questo documentario serve anche a rettificare l’immagine cupa del film Let it Be, girato nel ‘70 con una parte di questi materiali, che fu letto come «l’ultimo chiodo nella bara dei Beatles». Perché è vero che Lennon descrisse le sessioni come «un inferno» e Harrison le definì «l’inverno del nostro scontento», ma è anche vero che in queste ore ci sono molti momenti belli, di comunità, di divertimento e i Beatles non si sciolsero nel gennaio del 1969. Continuarono a registrare più tardi quell’anno «Abbey Road», che uscì prima di Let It be, ma fu il vero canto del cigno. La rottura arrivava da lontano, da anni di squilibri fisiologici in una band sottoposta a quelle pressioni e trovarono la loro scintilla nella gestione di Allen Klein, il business manager americano che arriva pochi giorni prima dello show sul tetto per proporre i suoi servizi alla band. Poco dopo gli eventi mostrati in «Get Back», Lennon, Harrison e Starr firmarono tutti con Klein; McCartney rifiutò, e lo scisma non fu mai riparato.

Se gli studiosi e il fandom dei Beatles hanno dimostrato qualcosa, è che anche una sintesi contraddittoria della band e della sua influenza può essere valida. I Beatles erano una pop band che ha finito per spingere i confini creativi della musica rock più in là di chiunque altro; quasi ogni giorno della loro esistenza insieme è stato documentato in modo esauriente, anche se un resoconto completo delle loro motivazioni è impossibile. Come scrive Ben Sisario, sul New York Times, “Get Back” sembra racchiudere tutte queste moltitudini: la gioia, la tensione, i litigi e la meraviglia dei Beatles che suonano semplicemente musica sul tetto. “Non ci sono né buoni né cattivi”, ha detto Jackson. “Non ci sono cattivi, non ci sono eroi. È solo una storia umana”.

Quanto alle donne, il discorso sarebbe lungo. Si è favoleggiato a lungo sul loro ruolo nelle dinamiche del gruppo e nello scioglimento dei Beatles. La narrazione di Yoko Ono come di uno dei motori invisibili dell’abbandono sembra confermata. Lei entra in scena da subito, prende una sedia e si piazza fisicamente in mezzo a quattro, come uno scandalo, un inciampo nell’ingranaggio. Si appoggia come un corvo sulla spalla di John, è apatica o partecipa freneticamente, si impadronisce del microfono emettendo urletti folli oppure fa vagare il suo sguardo nel vuoto. Paul è infastidito, ma fa la persona saggia e razionale e spende parole di comprensione. Con una frase che è perfetta per raccontare il paradosso di quella presenza anomala, inquietante, che non fa nulla di speciale e però è il sintomo di un malessere che li porterà a separarsi o forse, chissà, è un dato totalmente sopravvalutato: «È comico pensare che tra 50 anni, si dirà che i Beatles si sono sciolti perché Yoko si è seduta su un amplificatore». Eppure le parole dette da Lennon a McCartney sono abbastanza eloquenti: «Vi sacrificherei tutti per lei». Assistono alle sedute anche Maureen Starkey, moglie di Ringo, e soprattutto la fotografa americana Linda Eastman, che sposerà Paul e che a un certo punto, quando si intromette in una discussione, viene chiamata da Paul ironicamente «Yoko».

C’è chi si è annoiato e chi sbuffa per l’eccesso di enfasi dato al documentario, chi trova assurdo rimanere eccitati all’idea di passare otto ore con i Beatles piuttosto che aprire le nostre orecchie a ciò che questo mondo suona attualmente, perché allora cosa ci dispiacerà tra altri 50 anni? Francamente non riusciamo a immaginarlo, perché tra 50 anni probabilmente non ci saremo, ma certo non rimpiangiamo il tempo trascorso a rievocare un pezzo di storia della musica, con il catartico, immenso, concerto finale, che guardiamo con occhi nuovi, sapendo quanta intelligenza, coraggio, disperazione e confusione è servita per arrivarci.