Foto e controfoto

A chi è accaduto di caricare una propria foto su un social network sa quanto tale esperienza sia straniante.
La verità è che quella foto ti parla di tutto fuorché di te stesso. Tanto che certe volte hai il sospetto che sia un surrogato, un apocrifo, un’impostura bell’e buona creata ad arte per screditarti.
Non c’è niente di più penoso della discrasia tra il pensiero intimamente affettuoso che nutri per la tua irrilevante personcina e quella specie di essere disgustoso (quel Mr Hide) catturato dalla foto ora riprodotta.

Non c’è centimetro quadrato del tuo corpo né impercettibile dettaglio del tuo contegno che sembra non appartenerti: l’incarnato diafano, la sobrietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto rende la nostra foto l’interprete ideale del ruolo di Stavroghin in una eventuale trasposizione cinematografica de I demoni di Dostoevskij.

Eppure, a guardarla bene, quella foto, a dispetto delle più disdicevoli apparenze, rappresenta semplicemente noi stessi.

Ed ecco l’elemento che, al postutto, più mi agghiaccia: che tutto nella nostra vita (tutto quello che facciamo e non sappiamo di fare, tutto quello che siamo e non sappiamo di essere) può offrire la futura prova e il futuro movente della nostra colpevolezza in un crimine che non abbiamo ancora commesso e che forse mai commetteremo…

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